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9 Luglio Lug 2018 1853 09 luglio 2018

Boom di farmaci per favorire le prestazioni di studio e lavoro

Studenti e professionisti, in buone condizioni di salute ma sotto pressione: un'indagine rivela come in Europa il 14% degli intervistati abbia fatto uso di 'smart drug'.

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Studenti e professionisti, in buone condizioni di salute, ma sotto pressione per lavoro o esami: sono loro i potenziali consumatori di farmaci utilizzati in modo improprio per potenziare l'attenzione e la memoria, un fenomeno in crescita ancora molto poco indagato in Italia. In un'indagine condotta su decine di migliaia di persone nel mondo, il 14% degli intervistati ha dichiarato di aver utilizzato 'smart drug', almeno una volta nei 12 mesi precedenti nel 2017, rispetto al 5% del 2015, con una crescita del 9% in due anni e picchi di aumento che si registrano in Europa.

UN FENOMENO SCARSAMENTE INDAGATO IN ITALIA

«È un problema rilevante e noto all'estero più che da noi, anche perché in Italia i dati ufficiali sono scarsi e il fenomeno non è indagato quanto dovrebbe», commenta Gabriele Miceli, ordinario di Neurologia presso l'università di Trento. «Ci parla di un disagio che ci porta a esigere sempre più da noi stessi. Chiediamo sempre di più a un organismo che non è pensato per i ritmi che la società impone». A esser stato analizzato per uno studio pubblicato nell'International Journal of Drug Policy e ripreso da Nature online è l'uso di sostanze normalmente prescritte nel trattamento del disturbo da deficit di attenzione e iperattività (Adhd) e di farmaci studiati per curare i disordini del sonno, come la narcolessia.

IL TASSO PIÙ ALTO DI UTILIZZO NEGLI STATI UNITI

Negli Usa è stato riportato il più alto tasso di utilizzo: nel 2017 quasi il 30% degli intervistati ha dichiarato di aver usato questo 'doping del cervello' non per motivi di salute almeno una volta nei precedenti 12 mesi, nel 2015 erano il 20%. Ma i maggiori aumenti sono stati in Europa: dal 2015 al 2017 l'uso in Francia è salito dal 3% al 16%, nel Regno Unito dal 5% al 23%, in Olanda dal 10% al 24%, in Irlanda dal 4% al 18%. Quasi la metà (48%) delle persone ha dichiarato di avere avuto questi farmaci attraverso gli amici; il 10% li ha acquistati da un rivenditore o su internet; il 6% li ha ottenuti da un membro della famiglia e il 4% aveva proprie ricette. Percentuali simili sono osservate anche negli studi sulla popolazione generale, e ciò «suggerisce che i risultati dell'indagine sono robusti», puntualizza la prima autrice Larissa Maier, psicologa dell'Università della California, San Francisco. Il report si basa sui dati del Global Drug Survey e include 15 nazioni, compresi molti nostri 'vicini di casa', ma non ha numeri riguardo all'Italia. «Di fatto» - afferma Miceli - «la raccolta di informazioni in materia è complessa anche perché c'è reticenza da parte degli intervistati, anche quando le rilevazioni garantiscono l'anonimato. Le categorie più a rischio sono disparate e includono non solo studenti che preparano esami, ma anche lavoratori che devono svolgere turni prolungati, spesso anche notturni, come autotrasportatori e operatori sanitari».

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