Disability Pride, domenica corteo a Roma
ABILE A CHI?
28 Luglio Lug 2018 1400 28 luglio 2018

I disabili non sono depressi da assistere

Definirle persone vulnerabili e senza speranza a causa della loro condizione fisica è falso, oltre che pregiudizievole. E gli psicologi dovrebbero saperlo.

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Affermare che le persone con disabilità sono vulnerabili e senza speranza a causa della loro condizione fisica è falso, oltre che pregiudizievole. E gli psicologi dovrebbero saperlo. «Siamo noi a dare alle persone con disabilità la speranza, la visione sul futuro che spesso loro non hanno». Pochi giorni fa sono stata a messa e queste parole, pronunciate dal sacerdote, mi hanno profondamente commossa. Le condivido... Mi avete creduta? Il contesto, in effetti, potrebbe essere verosimile, soprattutto per chi non sa che frequento molto di rado le chiese. Credo non stupirebbe nessuno sentire parlare in questo modo una persona che per ruolo, secondo i dettami della religione cattolica, ha il dovere di confortare gli afflitti dalle loro pene. Mi auguro invece che la mia dichiarazione di condivisione del contenuto del virgolettato abbia suscitato l’ilarità di tutti voi. Stavo scherzando infatti, non ho partecipato a nessuna funzione religiosa e non condivido proprio un bel niente di ciò che ho citato. Quello che avete letto in apertura è stato dichiarato davvero da una psicologa, Nicoletta Marconi, che lavora con persone sordocieche nel corso di un’intervista rilasciata qualche giorno fa alla rivista Donna Moderna.

SE I DISABILI SONO DIPINTI COME DEPRESSI CRONICI

Un incipit decisamente molto infelice ma può capitare a tutti, mi sono detta. Devo essere fiduciosa in chi ha compiuto il mio stesso percorso di studi e ora esercita la professione, ho pensato. Gli amici mi accusano di essere un’inguaribile ottimista. Continuando la lettura sono incappata in quest’altra affermazione: «Le persone disabili possono soffrire di depressioni, scompensi dovuti alla difficoltà di accettare la propria condizione, problemi nel distacco dai genitori e nei rapporti sociali. E proprio a causa della loro disabilità sono più vulnerabili alle sfide che ciascuno di noi deve attraversare nella sua crescita. Per quanto sia adeguato l’intervento educativo, di assistenza, psicologico, il danno fisico e la loro disabilità continueranno a influenzare la loro quotidianità. [...]». Vi confesso che a questo punto ho sentito il mio inguaribile ottimismo creparsi pericolosamente fino alla frantumazione.

Il Disability Pride chiama politica e associazioni. Quando rispondete?

Ma anche un messaggio per i nostri governanti: i principi e le strategie operative per promuovere una rivoluzione culturale e politica nel modo di considerare le persone con disabilità non sono utopia ma esistono già, come ci ricorda la Convenzione Onu dedicata al tema. Basterebbe solo attuarli. In che modo?

Non possiedo la televisione per scelta e non sono aggiornata sull’attuale palinsesto. Il mio primo pensiero è stato quindi chiedermi se per caso l’intervistata non fosse stata invitata a qualche nuovo reality show dal probabile titolo: L’isola dei disabili infelici. Dalle parole che ho letto, sembra proprio che la dottoressa abbia a che fare quotidianamente con una moltitudine di persone con disabilità che soffrono di depressione. Non sono riuscita a evincere se si riferisca alla totalità dei disabili presenti sul nostro Pianeta oppure solo ai suoi pazienti ma saperlo non fa molta differenza. Così come tra gli “abili” c’è chi soffre di questa malattia sicuramente la condizione di disabilità non ne rende immuni. È anche altrettanto ragionevole asserire che la disabilità possa essere vissuta come una risorsa o un limite a seconda delle persone, dei contesti e dei periodi di vita che si attraversano. Ma attribuirle la causa della maggior vulnerabilità alle «sfide che ciascuno di noi deve attraversare nella propria vita» è un'affermazione pregiudizievole oltre che priva di fondamento scientifico.

UN'ATMOSFERA PRE-LEGGE BASAGLIA

Non sapete come sbarazzarvi della pericolosissima teoria, nata da anni di riflessioni e lotte condivise dai movimenti di attivisti, secondo cui la disabilità non è la conseguenza di un determinato corpo ma piuttosto di una società costruita a misura solo di chi è ritenuto “normale” dal modello medico? Non preoccupatevi, basta il parere di un’esperta e riassaporeremo un po' di quell’atmosfera pre-legge Basaglia, quando i “matti” venivano ricoverati nei manicomi e i disabili negli istituti speciali perché, appunto, tanto nella comunità scientifica quanto a livello di senso comune, si pensava che la loro fosse una sfortunata condizione individuale da cui bisognava alleviare le famiglie e la società intera. Se la visione di partenza è questa, non possiamo stupirci delle conclusioni: per quanto adeguato sia un intervento educativo, psicologico, di assistenza, il danno fisico e la disabilità continueranno a influenzare la nostra quotidianità. Proprio le parole che ci si aspetta da una professionista, il cui obiettivo di ruolo dovrebbe essere aiutare chi sta eventualmente attraversando un momento di difficoltà a cambiare nella direzione di una condizione di salute, inteso nel senso ampio del termine. Dottoressa, terrò a mente il suo nominativo, se mai avessi bisogno di qualche seduta! Ciò che mi sarei aspettata di leggere da un’esperta, semmai, sarebbe stato un riferimento alla discriminazione di cui spesso le persone con disabilità sono vittime ma “vulnerabilità” e “discriminazione” sono concetti molto diversi: il primo pertiene alla dimensione individuale e soggettiva, il secondo riguarda il posizionamento della società nei confronti dei disabili.

POI SPUNTANO «AUTODETERMINAZIONE» E «AUTONOMIA»

Ciò che mi sarei aspettata di leggere da un’esperta, semmai, sarebbe stato un riferimento alla discriminazione di cui spesso le persone con disabilità sono vittime ma «vulnerabilità» e «discriminazione» sono concetti molto diversi: il primo si riferisce alla dimensione individuale e soggettiva, il secondo riguarda il posizionamento della società nei confronti dei disabili. Scorrendo le righe dell’articolo, infine, riesco a individuare qualche elemento “discrasico”, cioè non in linea con la coerenza del discorso dipanato fin qui. Accanto alle spiegazioni sulla necessità di «compensare» la disabilità attivando le proprie risorse personali – come se si stesse parlando di un difetto individuale che può essere controbilanciato o quantomeno un po' smorzato nelle sue ricadute pragmatiche – si fanno spazio, sgomitando un po', concetti come «autonomia» e «autodeterminazione» e obiettivi come aiutare la persona con disabilità a «pensarsi in una dimensione completa, in continuo cambiamento, ponendosi obiettivi di crescita a partire dalle proprie caratteristiche, dai propri bisogni, dai propri ambienti di vita e risorse personali». Un po' di sollievo per gli occhi e lo spirito, che fatica però! Non metto in dubbio che la dottoressa svolga il suo lavoro con impegno e passione ma dover aspettare fino a metà articolo per trovare un po' di conforto mi sembra abbastanza preoccupante.

È ORA DI CAMBIARE IL LESSICO DELLA DISABILITÀ

Le parole sono importanti. I termini che usiamo per descrivere gli altri non sono pura formalità ma contribuiscono a costruire la realtà, sia di colui o colei che li utilizza sia degli interlocutori da cui sono recepiti. Specifico che il mio non vuole essere un attacco personale alla dottoressa ma a teorie molto spesso usate quando si parla delle persone con disabilità e che rischiano di avere ricadute dannose sull’immagine che poi la collettività si costruisce di loro. Mi sembra molto pericoloso che una professionista espliciti pubblicamente le sue teorie personali – come considerare la disabilità una condizione individuale e non un derivato sociale, ritenere che spesso comporti sofferenza, pensare che questa condizione renda vulnerabili e fragili e che per quanto si intervenga non si riuscirà ad evitare che influenzi negativamente l’esistenza, e così via - presentandole come se fossero dei dati di fatto. Gli «operatori della salute» (psicologi, educatori, medici, o.s.s) hanno una grande responsabilità, non solo nei confronti dei loro pazienti e utenti ma anche rispetto all’immagine che di questi offrono alla comunità. Per questo motivo non possiamo più permetterci di aspettare: è ora di cambiare il lessico della disabilità. Subito.

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