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Aggiornato il 19 settembre 2018 18 Settembre Set 2018 1725 18 settembre 2018

La condizione delle detenute con figli in Italia

Il fenomeno riguarda 52 donne e 62 minori. Le misure alternative al carcere esistono, ma mancano i finanziamenti. Come spiega Susanna Marietti, coordinatrice nazionale di Antigone.

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La tragedia avvenuta nel carcere romano di Rebibbia, dove una detenuta nata in Germania ha gettato i due figli di sei mesi e due anni giù dalla tromba delle scale (la prima ha perso la vita sul colpo, per il secondo si parla di morte cerebrale), ha riacceso i riflettori sulla detenzione femminile in Italia, in particolare sulla condizione delle madri recluse con figli. Il ministro della Giustizia Alfonso Bonafede ha scelto la linea dura, sospendendo la direttrice e la vicedirettrice della sezione femminile del carcere, oltre alla vicecomandante del reparto di polizia penitenziaria. Secondo gli ultimi dati riportati dal suo dicastero, aggiornati al 31 agosto 2018, le donne detenute con figli al seguito sono 52 e i minori coinvolti 62.

Detenute madri con figli al seguito (fonte: ministero della Giustizia).

Come spiega a Lettera43.it Susanna Marietti, coordinatrice nazionale di Antigone, a prescindere dalla presenza dei figli la detenzione femminile si caratterizza in tutta Europa per la sua residualità: «Le donne delinquono molto meno degli uomini e rappresentano tra il 4 e l'8% della popolazione carceraria. In Italia sono poco sopra al 4%». Ciò fa sì che nel nostro Paese ci siano pochissimi istituti esclusivamente femminili: «Solo cinque su 190». Tutte le altre donne sono ospitate in piccole sezioni femminili sparse nelle carceri maschili. E paradossalmente il basso tasso di delinquenza femminile «finisce per penalizzare le donne a livello penitenziario», perché «la stragrande maggioranza delle risorse umane ed economiche disponibili in carcere viene inevitabilmente destinata alla detenzione maschile» (leggi anche: Il governo M5s-Lega riscrive la riforma delle carceri).

ASILI NIDO IN CARCERE E ISTITUTI A CUSTODIA ATTENUATA

Un capitolo a parte riguarda i bambini. Fin dal 1975 l'ordinamento penitenziario italiano prevede infatti che la madre detenuta possa tenere con sé i figli fino al compimento del terzo anno di vita: «Una soluzione di compromesso», spiega ancora Marietti, «per evitare di privare i piccoli della madre in una fase fondamentale per il loro sviluppo e allo stesso tempo per impedire che crescano dietro le sbarre». Il reparto nido che ospita più bambini nelle carceri italiane è proprio quello di Rebibbia. Altri reparti sono allestiti nelle sezioni femminili dei penitenziari di Trani, Pozzuoli ed Empoli. Ci sono poi gli Icam (Istituti a custodia attenuata), strutture che fanno capo all’amministrazione penitenziaria e il cui scopo è permettere alle donne che non possono beneficiare di alternative al carcere di tenere con sé i figli in un luogo diverso dalla casa circondariale. Attualmente, però, sono solo cinque gli Icam (Milano San Vittore, Venezia Giudecca, Torino Lorusso e Cutugno, Avellino Lauro e Cagliari) che possono ospitare mamme con bambini fino a sei anni, in un ambiente che richiama quello familiare. «Gli Icam sono pochi e si tratta sempre di detenzione», puntualizza Marietti. Una terza via è rappresentata dalla creazione di un istituto giuridico specifico per donne con figli: la detenzione domiciliare speciale, che tuttavia in Italia «viene applicata molto poco e pone al magistrato diversi paletti».

LA CASE FAMIGLIA PROTETTE PRIVE DI FINANZIAMENTI STATALI

Quindi, nel 2011, sono arrivate le Case famiglia protette. Una reale alternativa al carcere per donne senza dimora o altro domicilio, dove le madri possono scontare la loro pena portando con sé i figli fino a 10 anni. Peccato però che, come sottolinea la coordinatrice di Antigone, «lo Stato non abbia finanziato questa misura, scaricando i costi sugli enti locali». A differenza degli Icam, infatti, le Case famiglia protette non dipendono dal dipartimento di Amministrazione penitenziaria e devono essere gestite da Regioni e Comuni. Al ministro della Giustizia Alfonso Bonafede, che il 18 settembre è andato a Rebibbia per un sopralluogo, Marietti rivolge un appello: «È giusto che il ministro vada sul posto, per rendersi conto di persona e dare un segnale di vicinanza. Ma voglio sottolineare che la sezione femminile del carcere di Rebibbia, per quanto risulta ad Antigone, è gestita estremamente bene. Sia dal punto di vista tecnico, sia dal punto di vista umano. Se il ministro è andato lì per cercare delle responsabilità nell'istituzione, secondo noi non le troverà. Siamo di fronte a un caso di disperazione individuale, davanti al quale forse dovremmo tutti fare silenzio». Magistratura e ministero hanno aperto due diverse inchieste, per tentare di fare piena luce su quanto accaduto. La donna che ha lanciato i figli dalle scale era stata arrestata a Roma il 26 agosto, per concorso in detenzione di 14 chili di marijuana. «I miei bambini adesso sono liberi», ha detto al suo avvocato, nel reparto di psichiatria dell'ospedale Pertini. Non era mai successo prima in un carcere italiano che una madre uccidesse i suoi figli.

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