Milano Fashion Week Armani Prada
LA MODA CHE CAMBIA
23 Settembre Set 2018 0900 23 settembre 2018

Due cose meravigliose sulla Milano Fashion Week

Grazie infinite a Giorgio Armani e Miuccia Prada. Mentre l'inchiesta del New York Times sul lavoro nero nella moda italiana fa riflettere. Anche per la sua tempistica.

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Su due momenti della settimana della moda milanese che va chiudendosi non si discute: Giorgio Armani e Prada. Il primo per la straordinaria potenza immaginifica, il secondo per la visionarietà recuperata e ne siamo infinitamente contenti, perché questa città, senza “re Giorgio” e “la Miuccia” non sapremmo più riconoscerla. Grazie infinite di tenere i nervi saldi e di investire il dovuto e anche molto di più, mettendo a tacere gli insopportabili esterofili che biascicano delle meraviglie parigine dai loro eremi in val d’Orcia.

ALL'HANGAR DI LINATE UNA LEGGENDA VIVENTE

L’evento di Emporio Armani per 2.300 persone all’hangar di Linate allestito di megaschermi e passerella riflettente entrerà nei libri di storia, e nessuno meglio di Robbie Williams (che avrebbe dovuto suonare per quarantacinque minuti e invece l’ha fatto per un’ora e mezzo) avrebbe saputo presentare meglio l’ospite della serata sul palco: «Ladies and gentlemen, a living legend, mr Giorgio Armani». Una leggenda vivente. Adrenalina a mille; vedere la nostra città ripresa dall’alto in formato trenta metri per otto mentre, in passerella, sfilavano decine di ragazzi bellissimi in shorts e gonne colorate ci ha fatto battere il cuore. Se il vicepremier Luigi Di Maio o lo spaesato ministro dei trasporti Danilo Toninelli avessero voluto vedere come si gestiscono eventi per migliaia di persone in una struttura del 1936 ispezionata e verificata in ogni giuntura da un esercito di ingegneri, allestita in pochi giorni e disallestita in una giornata, in un aeroporto che continuava naturalmente a funzionare, avrebbero dovuto accogliere l’invito. Ogni volta che vediamo "the living legend" fare queste cose ci domandiamo perché non abbia mai voluto scendere in politica. Poi ci riflettiamo meglio e ce ne viene in mente la ragione.

LA MIGLIOR COLLEZIONE ESTATE 2019 VISTA FINORA

Quindi, Prada. Insieme con Fendi, ma con uno sguardo più netto, tagliente, senza concessioni al fronzolo, Miuccia Prada ci ha offerto la più bella collezione estate 2019 vista finora, New York e Londra compresi. Fare moda significa interpretare la realtà, le evoluzioni della società, e Miuccia Prada sembra davvero aver ripreso il controllo della situazione femminile, mandando in passerella donne sexy, cattive quanto basta per trasformare perfino una gonna di raso color cipria (in prima fila, estatico, il fornitore, il signor Canepa di Como) in un’arma di sensuale offesa. Pezzo hot della prossima stagione, gli shorts al ginocchio stretti, un po’ ciclista, in tessuti eleganti. Si prevede (anzi, siamo certi) che metà degli stilisti, dopo averli visti, correranno a far tagliare e ricucire i loro per le collezioni che presenteranno nelle prossime ore. Nell’aria, la cover firmata Terence Hixner di Warm Leatherette dei The Normal e una versione superhot di Je t’aime moi non plus. Attendiamo con ansioso divertimento le infinite scopiazzature. Le esauriremo fra un paio d’anni circa, secondo lo stesso ciclo della famosa tirata di Miranda/Meryl Streep nel Diavolo veste Prada. Preparatevi a golfini con scollo a cuore e smanicati di pelle a sfinimento.

IL NEW YORK TIMES E LA PIAGA DEL LAVORO NERO

Il New York Times sarà pure una jena. Epperò. Con qualche imprecisione significativa (ehi guys, we got a minimum wage contract nearly a century ago, thanks) e una buona dose di ipocrisia compassionevole, il NYT ha servito una antipaticissima inchiesta sul lavoro nero nella moda italiana proprio il giorno dopo la conferenza stampa sui Green Fashion Awards e la dichiarazione del presidente di Camera Moda Carlo Capasa sulla progressiva riduzione dello stesso. Bad timing e anche bad locating, visto che l’inchiesta si concentrava sul lavoro nero dove questo è maggiormente concentrato, e cioè nella stessa Puglia da cui proviene anche Capasa. Dopo una reazione a caldo veemente e sdegnata ma due giorni di attente riflessioni, la Camera, cioè lo stesso Capasa, ha rilasciato sul tema un comunicato variegato, molto morbido e conciliante, in cui in sostanza si dice che le cose non sono proprio ancora a posto, ma che si sta facendo tutto per farle migliorare.

LA NECESSARIA BATTAGLIA PER LA FILIERA PULITA

Contro i casi portati dal NYT ad esempio, e cioè un paio di sarte pagate circa 2 euro al metro per cappotti venduti a oltre mille euro, la Camera ha risposto che «il numero di lavoratori irregolari è calato del 16% dal 2010 al 2015», e che su 620 mila lavoratori attivi nel settore, ne risultano non regolarizzati dai 2 ai 4 mila, tutti ingaggiati da aziende subfornitrici. Una cifra molto contenuta a guardarla tecnicamente, molto dolorosa dal punto di vista umano e politico. Verrebbe da dire che, occhiute come sono su pubblicità, comunicazione e stile, dei veri dogi della Serenissima con i fabbricanti di specchi epoca Luigi XIV, le griffe dovrebbero effettuare migliori controlli anche sui metodi di distribuzione del lavoro dei loro contractor. Non lo fanno per molti motivi: tutti quelli che vi potete immaginare. Apparentemente, rende molto di più investire in un “evento” o nella presenza di una influencer a un party. Fino a quando arriva il NYT. Sconfiggere la piaga del lavoro nero in una regione che, come la Puglia, ne ha fatto sistema ed è profondamente innestata con la malavita, sarà un’impresa epica: la questione è talmente sentita da occupare le pagine dei giornali locali ad ogni denuncia. Se la Camera volesse provarci, lanciando una campagna di sensibilizzazione a favore della “filiera pulita” per aziende che applicano coefficienti di moltiplicazione del 6 per ogni capo, siamo pronti a fiancheggiarla in ogni modo.

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