Storia Arte Ministro Bonisoli
LA MODA CHE CAMBIA
28 Ottobre Ott 2018 0900 28 ottobre 2018

Perché il ministro Bonisoli non dovrebbe scherzare sulla storia dell’arte

La battuta sull'abolizione della materia nei licei rischia di provocare più danni di quanto non sembri. Perché nasce in seno a un governo che sembra aver fatto della svalutazione delle competenze il proprio manifesto.

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Vittorio Sgarbi lo ha difeso come un gesto «intellettualmente onesto», perché «quanto diventa obbligatorio a scuola tende a non interessare più». Purtroppo, però, bisogna prendere atto che non tutti possiedono il sofisticato intelletto di Sgarbi e il suo gusto per lo spariglio e la provocazione; dunque, la battuta fatta di recente a un convegno dal ministro della Cultura Alberto Bonisoli sullo studio della storia dell’arte («lo abolirei, al liceo per me era una pena»), rischia di provocare più danni di quanto non sembri di primo acchito e di quanto si può facilmente verificare guardando la registrazione dell’episodio sul sito del Secolo XIX, perché nasce in seno a un esecutivo che sembra aver fatto della svalutazione delle competenze e della mortificazione del merito il proprio manifesto.

IN ARRIVO 100 MILIONI DI TAGLI ALL'ISTRUZIONE

Questo è un governo che si prepara a tagliare 100 milioni di finanziamento all’istruzione e a sostenere, non è ancora chiaro con quali criteri, un reddito di cittadinanza. Questo significa che un numero sempre maggiore dei nostri migliori laureati vedrà frustrate le proprie speranze di un assegno di ricerca perché costretto a favorire suo malgrado una manovra assistenzialista dai contorni molto confusi e molto irritanti; una misura che lo stesso plenipotenziario economico della Lega, Armando Siri, ha definito «pedagogicamente, antropologicamente e socialmente sbagliata». Una manovra che, a causa del nessun funzionamento dei sistemi di controllo e dei centri per l’impiego (quanti anni ci vorrebbero per uniformarne i sistemi informatici, collegarli alle banche dati di Inps e associazioni, fare formazione ai dipendenti?) finirà per aumentare, nel migliore dei casi, la disonestà di certi datori di lavoro, dunque il lavoro nero (esempio: ti pago la metà, il resto lo prendi col reddito di cittadinanza). Nel peggiore, l’ignavia e il numero, già ragguardevole, dei neet, gli italiani che non studiano e non lavorano.

LA BOUTADE DI BONISOLI HA DATO ADITO A MOLTE SPECULAZIONI

Qualche settimana fa, un corteo di studenti inviperiti ha bruciato le effigi dei due vicepremier Luigi Di Maio e Matteo Salvini: gesto sbagliato, senza dubbio, ma di certo un cattivo segnale per il "governo del cambiamento" che avrebbe dovuto favorire chi, di questo cambiamento, sarebbe il naturale beneficiario, e cioè i giovani. Il decreto dignità ha, di fatto, bloccato le assunzioni a termine senza favorire quelle a tempo indeterminato, e per chi va cercando lavoro, le opportunità sembrano restringersi di giorno in giorno. Per tutti questi motivi, la boutade di Bonisoli (che peraltro, prima di occupare l’attuale poltrona, era dirigente della Naba, acronimo di Nuova Accademia di Belle Arti, una scuola da 14 mila euro di fee di iscrizione all’anno che tenta di scimmiottare l’Accademia di Brera: vedete un po’ quante cariche penose abbia dovuto ricoprire fino a oggi il nostro uomo) non solo non ha fatto ridere nessuno, ma ha dato adito a molte speculazioni.

IL PROBLEMA È CHE ABOLIRE LA MATERIA SUONA PLAUSIBILE

Da giorni, perfino per strada, si è abbattuta infatti come un ciclone la notizia distorta che «il ministro dei beni culturali pensa di abolire lo studio della storia dell’arte nei licei». Notizia grandemente esagerata, come aveva detto Bernard Shaw alla lettura dei quotidiani che annunciavano la sua morte; del tutto impossibile, visto che non spetta al suo dicastero l’eventuale cancellazione di questo insegnamento. Eppure, come si osservava nelle prime righe di questo articolo, del tutto plausibile, in quanto formulata all’interno di un esecutivo che sta seguendo una politica di progressivo smantellamento delle competenze. Siamo tutti d’accordo con Sgarbi quando osserva che vada incentivato l’amore per il bello, e non lo studio forzoso di Raffaello o di Piero Della Francesca. Ma questo comporterebbe un ripensamento del nostro sistema scolastico (e dello scambio virtuoso di competenze fra questa e la famiglia) del tutto fuori dalla portata di questo governo, e di molti che li hanno preceduti. Ancora per questo, e non solo perché vive e deve il suo ruolo al Paese che possiede il maggior numero di opere d’arte al mondo, il ministro non avrebbe dovuto permettersi questa battuta.

EPPURE NON TUTTI I RAGAZZI TROVANO NOIOSE ARTE E CULTURA

Ma, visto che vogliamo smentirlo e dargli torto fino in fondo (e un po’ anche a Sgarbi, via), avremmo voluto che vedesse, e contasse, come abbiamo fatto noi, i giovani e i giovanissimi che giovedì 25 ottobre affollavano l’inaugurazione della mostra sul Romanticismo alle Galleria d’Italia, magnificamente curata dal massimo critico del periodo, Fernando Mazzocca. Gli dirò di più: la maggior parte di questi ragazzi, forse ventenni, era assiepata nella sala dei ritratti immaginari dei personaggi dei Promessi Sposi di Alessandro Manzoni. Il romanzo che, come dice una certa vulgata di cui il ministro Bonisoli fa parte, tutti trovano penoso dover leggere a scuola.

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