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LA MODA CHE CAMBIA
11 Novembre Nov 2018 0900 11 novembre 2018

Il futuro è in leasing. Compreso il guardaroba

Non solo film e biciclette. Ormai si noleggiano anche i capi da passerella. Ma negli Stati Uniti hanno scoperto che toccare un vestito prima di indossarlo può essere ancora necessario.

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Quando, qualche giorno fa, alla prima edizione del summit Next di Altagamma organizzato alla Triennale di Milano, Philippe Starck sosteneva che «l’uomo debba continuare a creare, producendo però di meno», era al futuro sempre più concreto del baratto e del leasing eterno che faceva riferimento. Al valore dell’esperienza contro quella del possesso. Sempre più osservatori ne sono convinti: il futuro dei Paesi più sviluppati non sarà nella produzione, ma nei servizi che permetteranno loro di usufruire al massimo di quella produzione più scarsa o, per meglio dire, più mirata.

SIAMO CIRCONDATI DA TROPPI OGGETTI

Ormai, una buona parte del mondo più industrializzato, delle fabbriche inizia ad avere paura e a provare imbarazzo: siamo circondati da troppi oggetti, troppo cibo, troppo cemento. Se anche non vi fosse il monito dei summit sul clima e del protocollo (pur disatteso) di Kyoto a ricordarcelo, ci renderemmo conto da soli che inizia a mancarci il fiato per respirare. Ovunque volgiamo lo sguardo, lo vediamo occupato da un oggetto. Lo stesso succede con quello che indossiamo. Possediamo guardaroba talmente affollati da aver iniziato a cercare di liberarcene mettendo in vendita i nostri capi migliori come vintage, e scoprendo nella stessa occasione che tutto il fast fashion con cui ci siamo abbigliati per anni non ha alcun valore e che non ne ricaveremo mai neanche un centesimo, se non rottamandolo presso le stesse catene in cambio di nuovi capi dappoco, per i quali pagheremo comunque un prezzo. Ce lo dicevano tutti gli stilisti e i sarti di fama, di evitare di comprare cianfrusaglie perché prive di mercato: ora che cerchiamo inutilmente di liberarcene, ce ne rendiamo conto con molta amarezza.

L'USO ASSUME LO STESSO VALORE DEL POSSESSO

Andiamo via via verificando che l’uso di un oggetto, per l’appunto la sua esperienza, ha lo stesso valore del suo possesso, ma senza le noie connesse. Niente dvd ma film affittati online e guardati sul pc o lo smartphone; niente assicurazione annuale per le auto, niente pesante catena per la bici e manutenzione delle cromature, nessun posto fisso per la barca su cui si trascorre l’estate e, ahinoi se si vive in un bel palazzo storico e si finisce per incontrare facce sconosciute e non sempre di gentile aspetto in ascensore, con qualche problema di sicurezza, niente affitti lunghi: il mondo sta diventando un immenso business in leasing. Non è un caso che, tolta la cialtronissima Roma (e pure Melbourne, a guardare le immagini postate sui social), dove il servizio di bike sharing ha dovuto essere sospeso per l’eccesso di atti di vandalismo, ovunque in Italia il servizio registri crescite esponenziali. Qualcuno ne abusa, come per esempio alcune società cinesi che, attraverso un servizio di bike sharing libero, e apparentemente in perdita, puntavano solo ai dati personali degli utenti, ma non ci sono dubbi che il mondo stia cambiando i propri modelli di consumo.

ANCHE IL GUARDAROBA SI PRENDE IN AFFITTO

Lo sta facendo anche nel guardaroba, e qui la faccenda si fa più spinosa. Il combinato disposto fra il desiderio di vestirsi con capi e accessori importanti, l’esigenza di cambiarsi più spesso e in cui l’esposizione continua sui social c’entra parecchio, e il limite oggettivo di un portafoglio medio, ha fatto sì che iniziassero a nascere servizi di affitto di guardaroba di stagione, il più famoso dei quali è Rent the Runway (Affitta la passerella). L’hanno fondato dieci anni fa due studentesse del Master in Business Administration di Harvard, Jennifer Hyman e Jenny Fleiss (ora rimasta solo nel cda), e da un paio d’anni è entrata fra le 50 imprese «more disruptive», più innovative, di Forbes, e vanta oltre duecentomila abbonati. Il loro slogan «buy less, dress more, be youself» è l’esatta riproduzione del loro modello di business: compra meno, vestiti di più secondo il tuo gusto. Se non ne avete mai sentito parlare, ecco come funziona: per una certa cifra (discreta, circa 1.600 euro all’anno), si possono ordinare fino a quattro outfit, cioè quattro completi nuovi firmati al mese, bijoux compresi. Vengono consegnati a casa freschi di tintoria, con una seconda taglia in aggiunta e in caso quella scelta non andasse bene, e ritirati al termine del tempo di utilizzo.

MA IL SERVIZIO ONLINE DA SOLO NON BASTA

Alcuni utenti (ho fatto un check, pur sapendo di non poter sottoscrivere il servizio, finora limitato agli Stati Uniti), lamentano che talvolta, quando il corpo scalda il capo vanificando il lavaggio a secco e i profumi che il servizio usa, ci si rende conto del suo utilizzo precedente, ma che l’opportunità di indossare capi di passerella per una cifra molto contenuta (talvolta il valore di un capo copre l’abbonamento annuale) compensi la sensazione non piacevolissima. Ho scorso anche la lista dei designer che hanno accettato di vendere capi di stagione per questo servizio: vi sono molti nomi ignoti in Europa, ma anche star come Diana von Furstenberg e Prabal Gurung. Un recente articolo uscito sul New Yorker segnalava che la tintoria di riferimento di Rent the Runway processi duemila vestiti all’ora. Nell’attesa che l’idea di indossare solo abiti e borse usate attecchisca in Italia, ho fatto qualche ulteriore ricerca, scoprendo che il business delle due Jennifer ha avuto una battuta di arresto un paio di anni fa, riprendendo quota solo quando ha iniziato ad aprire negozi fisici da affiancare al servizio online. Dunque, una vita in leasing è il massimo. Ma anche negli Usa che l’hanno inventato, ogni tanto, toccare prima quel che si affitta sembra necessario.

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