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17 Novembre Nov 2018 1400 17 novembre 2018

Nella conciliazione lavoro-famiglia l'Italia è alla preistoria

Monica Ricutti, mamma di un minore con disabilità, è una sconfitta per tutti. E l'emblema di un'Italia indietro anni luce rispetto ad altri Paesi.

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Di Monica Ricutti avevo già scritto, affrontando l'assai controversa realtà di tutte quelle lavoratrici e lavoratori che nella vita assistono un familiare con disabilità. La donna, madre di un minore disabile e licenziata da Ikea l'anno scorso, non tornerà alla sua occupazione. Insubordinazione verso i superiori e comportamento oltraggioso. Queste sembrano essere state le condotte disciplinari a seguito delle quali il giudice del lavoro di Milano ha confermato il procedimento di licenziamento già sentenziato in fase di istruttoria. Dura lex, sed lex – così dicevano i nostri antenati. La legge è uno strumento terzo alle parti in conflitto, è imparziale come lo è il giudice che la interpreta e la fa rispettare. Non voglio polemizzare sulla sentenza emessa ma penso che purtroppo, sebbene abbia fornito almeno temporaneamente (il segretario di Filcams Cgil intende infatti di ricorrere in appello) una “soluzione” per dirimere la controversia, non sia riuscita a risolvere i problemi di nessuno dei due contendenti.

BARCAMENARSI TRA LAVORO DOMESTICO, CURA DEI FIGLI E OCCUPAZIONE

La signora Ricutti infatti ora si trova nella condizione di essere disoccupata. Ma non solo: anche nel caso in cui riuscisse a vincere la sua battaglia e a essere reintegrata nell'organico oppure venisse assunta da un altro datore di lavoro, molto probabilmente si troverebbe alle prese con le stesse problematiche che ne hanno comportato il licenziamento. Anche l'azienda svedese però non mi sembra ne abbia guadagnato un granché: avere vinto questa sentenza non la preserverà dalla possibilità di trovarsi a dover gestire situazioni analoghe in futuro. Il comportamento di Monica non è giustificabile ma è comprensibile e chiunque sia una madre lo sa molto bene. Le mamme si barcamenano quotidianamente tra la gestione del lavoro domestico, la cura dei figli (e spesso pure della loro “dolce metà”) e l'occupazione esterna. È un tetris complicato e lo diventa ancora di più quando uno dei componenti della famiglia ha esigenze particolari che un genitore non può esimersi dal soddisfare.

Qualsiasi sentenza legale sancirà la presenza di vincitori e di vinti ma non eliminerà le criticità connesse al duplice ruolo di genitori e lavoratori. Se questo è vero, forse sarebbe utile riconsiderare la vicenda adottando un'altra prospettiva. Credo che dovrebbero essere le parti coinvolte nel conflitto – datori di lavoro, dipendenti, organizzazioni sindacali, eccetera - a dialogare per trovare una modalità di gestione delle difficoltà che sia condivisa da tutti. L'Italia non è un Paese che tiene conto delle esigenze dei lavoratori, in particolare di quelli le cui esigenze cozzano con quelle del sistema produttivo. Anche un'azienda proveniente dalla civilissima Svezia, come abbiamo visto, ha qualche difficoltà. Sarebbe bello invece mettere sul piatto le necessità di tutti e riuscire ad individuare delle soluzioni condivise. Maggior flessibilità nei turni, più contratti part time (il famoso slogan: “Lavorare meno, lavorare tutti” riassume una proposta la cui utilità non dovrebbe essere sottovalutata), nidi aziendali, un incremento del telelavoro sono solo alcune delle possibilità che si potrebbero adottare per migliorare le condizioni di tantissimi dipendenti, garantendo il rispetto di adeguati standard di produttività ai datori di lavoro.

AGLI ULTIMI POSTI PER DIFFUSIONE DEL TELELAVORO

Non sono un'esperta in materia, ma credo che per poter realizzare tutto ciò occorrerebbe ripensare e riorganizzare l'intero sistema produttivo e forse anche vincere alcune resistenze e luoghi comuni. Prendiamo l'esempio del telelavoro: un impiegato dell'ufficio Disabili e Categorie protette della Provincia di Padova mi ha spiegato che si tratta di uno strumento ancora poco diffuso perché guardato con diffidenza dai datori di lavoro intimoriti dal rischio di perdere il controllo sul dipendente che lavora da casa propria (da una ricerca di Eurofound e dell'Organizzazione Mondiale del Lavoro pubblicata da Repubblica.it nel 2017, l'Italia si colloca agli ultimi posti in Europa per quanto riguarda la diffusione del telelavoro e del cosiddetto smart working, ossia lavorare ovunque e a qualsiasi ora). Si tratta di un timore comprensibile ma che è possibile eliminare facilmente se il “capo” e il dipendente concordano insieme delle modalità di monitoraggio dell'attività stessa, relativamente ai tempi di consegna dei compiti e della quantità di mansioni da svolgere in una giornata lavorativa.

Ovviamente non tutte le professioni si prestano a essere svolte dal proprio domicilio e, nel caso specifico, le mansioni che spettavano a Monica vanno eseguite in sede aziendale (la donna lavorava in uno dei ristoranti all'interno di Ikea) ma, laddove ne sussistono le condizioni, il telelavoro è una modalità che va incoraggiata. La società italiana di oggi è molto differente da quella di 50 o 70 anni fa: le lavoratrici non costituiscono più un'eccezione ma rientrano nella “norma”, i ruoli all'interno della coppia si sono modificati, le persone con disabilità vivono in famiglia e non più in istituto, quindi la loro assistenza è a carico del nucleo parentale e così via. Le esigenze di chi lavora oggi non coincidono con quelle dei nostri genitori o nonni e bisognerebbe tenerne conto. Anche il nostro mercato del lavoro si sta trasformando ma per certi aspetti – in primis il rispetto dei diritti dei lavoratori e lavoratrici - sembra fermo se non addirittura in progressiva involuzione.

UN MODELLO DI WELFARE CHE FA BEN SPERARE

Ricerche pubblicate negli ultimi anni dimostrano come la madri lavoratrici italiane siano le più infelici d'Europa. Ma ci sono altri modelli di mercato del lavoro e welfare che ci offrono un barlume di speranza: nel Nord Europa, ad esempio, stanno sperimentando la giornata lavorativa di sei ore e da una classifica della Cnn sui migliori Paesi per mamme lavoratrici, i vincitori risultano essere l'Islanda, la Svezia, la Danimarca, la Francia, i Paesi Bassi, la Finlandia e la Norvegia. Questi Stati ci hanno dimostrato che il lavoro e il rispetto dei diritti non sono elementi che si escludono a vicenda. La storia di Monica ci fa capire quanto lunga è ancora la strada affinché in Italia si possa parlare di un sistema produttivo a misura di persona, disabile e non. Ma basta volgere lo sguardo a Nord per capire che questo risultato non è impossibile da conseguire.

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