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12 Gennaio Gen 2019 1200 12 gennaio 2019

Come costruirsi un'identità digitale per trovare lavoro

Cosa succede tra il momento in cui il selezionatore legge il cv e quando decide di (non) chiamarci per un colloquio? Il ruolo dei social network. E l'importanza di elaborare una narrazione di noi stessi.

  • Jacopo Franchi
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L’azienda sembrava quella giusta, i profili dei futuri colleghi guardati su LinkedIn sembravano convincenti, le competenze richieste erano quelle su cui avevi investito anni di studi e di lavoro, e la sede era giusto a dieci minuti a piedi da casa. Eppure, sono passati 10 giorni dall’invio della candidatura e non hai ricevuto neppure una chiamata: possibile che esistano così tanti altri candidati migliori di te?

NON È SOLO UN PROBLEMA DI COMPETENZE

La risposta non è così scontata come si crede. Una delle difficoltà maggiori in cui si imbatte chiunque sia alla ricerca di un nuovo lavoro, sia che si tratti di stagisti alle prime esperienze o di profili più senior, è nella scarsità (quando non assenza) di feedback da parte dei selezionatori. Soprattutto, quando non si viene ammessi neppure al primo colloquio individuale. È solo un problema di competenze? È lecito supporre che vi sia dell’altro: come i candidati oggi sono soliti utilizzare la Rete per ricerca informazioni sulle aziende e i futuri colleghi, così anche i responsabili delle risorse umane diventano sempre più abili nel reperire informazioni che non siano quelle presenti sul cv e la lettera di presentazione. Soprattutto, quando un profilo sembra essere particolarmente interessante e in linea con i desiderata del datore di lavoro. La verità è che non possiamo controllare il modo in cui le informazioni su di noi appaiono in Rete, agli occhi di chi compie una ricerca utilizzando il nostro nome e cognome. Non vi è un ordine, logico o temporale, nei risultati del motore di ricerca, così come non vi è per forza un ordine prestabilito nelle tracce da noi disseminate sui social media o altre piattaforme dove abbiamo lasciato un commento, una foto, un apprezzamento. La nostra reputazione, online, è il risultato di fattori che vanno al di là del nostro controllo e che solo in determinati casi possiamo influenzare (ad esempio, chiedendo al motore di ricerca di rimuovere determinati contenuti utilizzando il modulo per il “diritto all’oblio”).

Appare quindi evidente come un selezionatore possa, con ogni probabilità, farsi un’idea del tutto sbagliata su di noi guardando sbrigativamente alcune foto del nostro profilo Facebook che sono sfuggite al nostro continuo sforzo di scegliere quali post rendere pubblici a tutti, e quali rendere visibili solo ai nostri “amici”. Così come può ricevere una pessima impressione guardando le nostre foto di qualche anno fa, o consultando il nostro profilo LinkedIn che presenta alcune piccole differenze (di data, di ruoli ricoperti...) rispetto a quanto abbiamo riportato nel curriculum. Per non parlare dei commenti che abbiamo disseminato ovunque su Google Maps, o sugli articoli dei giornali con il nostro account Disqus, o di quello che abbiamo scritto su Twitter. Noi non siamo, e non saremo mai probabilmente, efficaci comunicatori di noi stessi. Sia perché non tutti siamo in grado di rimanere al passo con gli aggiornamenti in materia di privacy, filtri e diritto all’oblio che le piattaforme online, dopo aver negletto a lungo, ora stanno aggiungendo a un ritmo forsennato, sia perché questo toglierebbe al web gran parte di quel fascino che lo contraddistingue rispetto a una vita offline in cui siamo già abbondantemente riservati, frustrati, repressi.

NEGARSI IL DIRITTO ALLA LIBERA ESPRESSIONE NON È LA SOLUZIONE

Utilizzare il web nel timore che qualunque cosa facciamo o pubblichiamo possa essere letta dalla persona sbagliata in futuro è il modo migliore per creare un’immagine di noi che non corrisponde neanche lontanamente a quello che siamo o vorremmo essere. Trasformare i nostri social in una vetrina delle nostre ambizioni e dei nostri piccoli successi professionali è il modo più immediato per diventare insopportabili a chiunque, a partire dai nostri amici reali. Negarci il diritto alla libera espressione delle nostre idee e opinioni politiche sul web è una forma di autocensura particolarmente difficile da praticare, in un’epoca in cui sembra che solo le opinioni più estremiste sembrano trovare spazio sui social media. La soluzione? Tornare ad abitare “spazi” digitali in cui possiamo esercitare un controllo sul nostro doppio online. Blog e siti web personali sono, a differenza delle piattaforme “social”, luoghi in cui la nostra identità non viene continuamente scomposta e presentata in frammenti diversi e incoerenti tra loro, bensì luoghi dove possiamo costruire una nostra personalità digitale in maniera lineare e quanto più simile possibile a come comunichiamo e costruiamo la nostra identità offline. Luoghi, in poche parole, dove possiamo riconoscerci ed essere riconosciuti per quello che siamo veramente, nella nostra interezza.

Essere padroni di uno spazio, sul web, non è più da tempo qualcosa di troppo costoso o complicato: basta un piano “premium” a meno di 10 euro al mese, su Wordpress (tanto per citare il più noto) per avere un sito web, una serie di temi a disposizione, un dominio personale e una serie di modalità espressive (testuali, visive, sonore) che non sono limitate arbitrariamente a poche decine di caratteri, e non dipendono unicamente da un algoritmo per lo più sconosciuto e costantemente aggiornato a nostra insaputa. Modalità espressive che ci consentano di raccontarci, di svelarci, di esprimerci senza correre il rischio che le informazioni da noi prodotte vengano stravolte e disseminate in maniera casuale e fuori dal contesto in cui sono state condivise. Non è necessario, neppure, diventare blogger professionisti o aggiornare costantemente il sito ogni giorno o ogni settimana. Si può scegliere di creare un sito per un determinato periodo di tempo, ad esempio per sostenere una causa che ci sta a cuore, o solo per condividere una nostra passione che non ha nulla a che fare con la nostra vita professionale.

ELABORARE UNA NARRAZIONE DI NOI STESSI

L’importante è sviluppare la capacità di elaborare una narrazione di noi stessi che non sia diversa a seconda dell’interlocutore che ci osserva dall’altra parte dello schermo: noi siamo qualcosa di più della somma dei nostri follower e dei nostri profili social. Se vogliamo usare Internet come strumento per cercare lavoro e per ottenere maggiori opportunità professionali, in conclusione, dobbiamo accettare la sfida di sviluppare un’identità digitale che rispecchi fedelmente quello che siamo o che vorremmo essere offline, pur con tutti gli accorgimenti del caso. Di fronte alla facilità con cui un selezionatore può farsi un’idea sbagliata su di noi, mettendo insieme arbitrariamente informazioni discordanti e disseminate su fonti diverse, è quindi venuto il tempo di conquistarci uno spazio online che sia nostro, e solo nostro. A costo di pagare un piccolo prezzo annuale, di fare un piccolo sforzo creativo e di imparare i rudimenti di un Cms (content management system). In Rete, come offline, non è mai una strategia vincente quella che ci porta a dipendere unicamente da terzi per la nostra sopravvivenza.

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