Estetica Societa

La nostra quotidianità ha un problema di estetica

Questa pulsione a dare il peggio di sé, se serve o si pensa che possa piacere alla gente, opera sia in alto che in basso della scala sociale. C'entra il web, ma non solo.

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«Non è bello ciò che è bello, ma è bello ciò che piace». Anche se più pertinente, rispetto al tema e al tono di questa riflessione sulle “derive estetiche”, è la battuta di Nino Frassica «Non è bello ciò che piace, ma che bello, che bello, che bello». Perché dal relativismo culturale dei proverbi, ma ancora ben piantato nel sentire popolare, si precipita nella battuta che vuole dire tutto e niente, che non ha pretese di autorità, ma che vuole solo suonare bene. Il piacere del cazzeggio. Come i claim pubblicitari, che puntano a colpire, senza curarsi di essere colpi di genio o botte di creatività, potendo essere anche delle stupidaggini colossali o delle cretinate senza pari. Che però funzionano. Che si imprimono nella mente del pubblico. Che diventano i famosi “tormentoni”: una volta canzoni oltre che slogan. Ma oggi soprattutto personaggi, senz’arte né parte, in certi casi disgraziati autentici ma capaci di imporsi all’attenzione pubblica; foto e video che “spaccano” e che hanno i luoghi elettivi in Instagram e YouTube ; pensieri quasi sempre in libertà (non vigilata), espressi in un tweet o in post su Facebook. Con ampio corredo di faccine, punti esclamativi, "ahahahah".

L'AFFERMARSI DEL LINGUAGGIO PUBBLICITARIO

Due premesse però sulle derive estetiche. Non intendo riferirmi all’estetica come categoria filosofica, bensì alle estetiche del quotidiano (come parliamo, mangiamo, ci vestiamo…). Che qui non comprendono le forme e gli oggetti che modellano ed entrano nelle nostre vite d’ogni giorno. Ovvero tutto ciò che ogni anno, di questi tempi, viene spettacolarmente esibito nella Milano design week. Evento ormai storico, come lo è il primo palesarsi delle derive estetiche, contestuale all’affermarsi della tivù commerciale e all’imporsi, anche nel discorso pubblico, del linguaggio pubblicitario. «Per fare tivù non bisogna essere dei cretini, però aiuta»: parola di Gianni Boncompagni. Maestro catodico di spiaggiamenti, dirottamenti, scivolamenti irreparabili ancorchè divertenti. Tivù e consigli per gli acquisti sono stati un piano inclinato irresistibile, in quanto invito giornaliero ad alzare la soglia della provocazione, dello sberleffo, della mescolanza di cose serie e buffe e nel contempo abbassare quella del controllo normativo e della sorveglianza intellettuale.

UN GENERE POP CHE SI È RAPIDAMENTE DETERIORATO

Indietro Tutta – giusto per indicare la direzione di marcia - e Drive In, per citare due programmi che hanno fatto storia, sono stati gli iniziatori di un genere pop che si è rapidamente deteriorato. Che all’iniziale e audace provocazione e rottura di schemi vecchi, talvolta censori più spesso ingessati e noiosi, ha visto rapidamente subentrare una varietà di programmi e personaggi tanto volgari e improbabili, quanto allegri e furbi nel proporre e sfruttare il lato B delle cose, il taglio basso delle notizie, il richiamo catodico della foresta. Sbucciami è l’ideale colonna sonora di un tempo perdurante, che ha in Cristiano Malgioglio l’icona di riferimento. Una maschera oggi trionfante, ma una fra le tante che fanno capolino sul piccolo schermo. E che hanno forse in Non è l’arena di Massimo Giletti, piuttosto che in Non è la D’Urso, una fucina di “mostri” (da Fabrizio Corona al panettiere opinionista) che non ha eguali. Leopoldo Mastelloni, lanciato a caccia di pensionati italiani che scappano all’estero per “ottimizzare” le loro (modeste) pensioni, è solo l’ultima improbabile new entry.

Espressione questa che serve giusto per evidenziare come le derive estetiche siano in primo luogo linguistiche. A lungo si è dibattuto e denunciato l’assassinio del congiuntivo, ma in realtà è successo molto di più e di peggio. Se la grammatica è diventata un’opinione, anch’essa in estrema libertà, l’intera lingua italiana è stata violentata, e sia il discorso pubblico sia quello quotidiano sono stati travolti e ridotti a espressività insulsa. Esagerata (l’insalatona, il quizzone), storpiata da un anglismo incontinente (il navigator e la flat tax), devastata da un aziendalese d’accatto (briffare, skillare), succube d’ogni nuova moda, in forza dell’irresistibile tendenza a trasformare tutto in una “googolata” o in una “instagrammata”. Una lista ampia e in continuo aggiornamento di questa deriva linguistica sta su Twitter all’hashtag #paroleorrende.

L'INGORGO MERCEOLOGICO CHE RISUCCHIA OGNI COSA

Ma un ruolo rilevante nel generare una quotidiana caduta di stile e di decoro e anche inconsapevole stupidità lo gioca la continua offerta di nuove esperienze di consumo. L’incontenibile proliferazione di cose da acquistare. L’ingorgo merceologico che risucchia qualsiasi cautela e avvertenza di buon senso. E ci espone tutti al rischio di potere anche solo una volta, per pura disperazione, desiderare di acquistare lo scopino per wc a forma di microfono o gli occhiali per tagliare le cipolle (su Amazon); oppure al supermercato una carta igienica al profumo di camomilla (Carta Camomilla, appunto) o un Rotolone Regina con stampati proverbi o ricette sui singoli strappi. Due prodotti che esprimono bene quanto le funzioni d’uso più materiali e basse (pulirisi la bocca o il sedere) siano state sopraffatte da quelle segniche. Estetiche o più comicamente estetizzanti.

Il “mostruoso”, l’orribile che attrae e piace, da eccezione è diventata regola

Il fascino del kitsch è noto e non da ora. Il problema, già evidenziato da Gillo Dorfles, è però che il “mostruoso”, l’orribile che attrae e piace, da eccezione è diventata regola. I codici (tranne quello della strada) non sono più rispettati. O al minimo. Non ci si vergogna nemmeno più a essere ridicoli. Questa pulsione a dare il peggio di sé, se serve o si pensa che possa piacere alla gente, opera sia in alto che in basso della scala sociale. Il web e soprattutto i social hanno solo liberato e dato pieno diritto di cittadinanza alla voglia di essere e mostrarsi inguardabili, orribili. Comunque sempre sopra o sotto le righe. Dalla bandana di Berlusconi al parrucchino di Trump, siamo sempre su quella strada. Tra i tatuaggi di Fedez e il linguaggio greve di Mara Maionchi l’infrazione di armonia è la stessa. L’eleganza da portiere d’albergo del vice premier Di Maio è speculare all’ineleganza delle felpe e giubbe dell’altro vice premier Salvini.

BENVENUTI NELLA SOCIETÀ DELL'INCONTINENZA

La lista di derive estetiche sarebbe ed è lunghissima. E ognuno può compilare la propria, dove ad esempio può entrare o non entrare Chef Rubio o le ciabatte infradito portate per strada. Oppure stabilire se sia stata più trash l’esposizione delle nudità di Riccardo Fogli e Paolo Brosio a L’Isola dei famosi o il turismo delle catastrofi, l’attrazione che spinge un numero crescente di persone ad andare sui luoghi dei disastri. Certo è che lo spirito dei tempi o l’essenza di questa liberazione dall’obbligo di attenersi alle “questioni di stile” o, come si dice sgangheratamente oggi, a una prudenziale “analisi costi-benefici”, è perfettamente riassunto in un folgorante claim pubblicitario: «Lo pensi, lo fai». Così all’impronta, come viene viene, senza pensarci o rifletterci su. Perché tanto nella società dell’incontinenza tutto e tutti premono e urgono. Ma è un attimo e nessuno più si ricorda di niente. «Vai a letto alla sera che sei qualcuno e ti alzi al mattino che sei nessuno», ha dichiarato uno dei partecipanti alle prime edizioni del Grande Fratello.

13 Aprile Apr 2019 1021 13 aprile 2019
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