IL CASO
21 Dicembre Dic 2011 1450 21 dicembre 2011

Per un pugno di gonne

Dopo volley e badminton, abiti provocanti anche nella boxe.

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I calzoncini resistono. Niente gonne sul ring per ora. Alice Kete Aparri e Hangfa Mieovady scelgono ancora la classica divisa da boxe. L’utilizzo delle gonnelle proposto dall’Aiba non è vincolante e, probabilmente, saranno poche le donne pugili che saliranno sul ring senza pantalonci alle Olimpiadi di Londra 2012.

Le donne sul ring? Meglio con la gonna. E stessa mise per quelle che giocano a badminton, sia chiaro. Per non parlare del beach volley: costumi rigorosamente sexy. Le calciatrici, poi si preferiscono svestite, come quelle che fanno i calendari.
Ora però l'imposizione della gonnella è toccata alle donne pugili. Si tratta dell’ultimo tentativo, in ordine di tempo, con cui la federazione di uno sport cerca pubblicità provando a scoprire il più possibile il corpo delle atlete.
Dove non arriva lo spettacolo, ecco i centimetri di pelle.
DISCIPLINA OLIMPICA DAL 2012. La boxe femminile è una disciplina più che mai di moda, tanto che la sua prima apparizione olimpica è programmata per i Giochi del 2012 a Londra. Anche se nel lontano 1904 alle Olimpiadi di St. Louis negli Stati Uniti era stato introdotto come sport dimostrativo. Ovvero senza titoli in palio.
La polemica l'ha iniziata il presidente della Aiba Ching-Kuo Wu che in un'intervista aveva spiegato di voler rendere obbligatori le gonnelline per le pugili.
NIENTE GONNA PER LE ATLETE. Tra le prime a commentare è stata la 27enne Quanita «Queen» Underwood che al Wall Street Journal ha detto: «Sono un'atleta. Non salgo sul ring per essere carina». Tuttavia nel 2010 al Mondiale nelle Barbados, è stata costretta a indossare una gonna anziché i classici pantaloncini.
Nonostante il portavoce dell'Aiba Sebastien Gillot abbia poi precisato che le parole di Ching-Kuo Wu erano state fraintese, la polemica è scoppiata e le donne del ring si sono ribellate.
«Non vogliamo sembrare più carine» è stato il coro di proteste. E l'Aiba ha accolto l'obiezione: nessun obbligo alle Olimpiadi, dove le donne possono decidere se salire sul ring con i vecchi pantaloncini al ginocchio oppure in gonnella.

Abiti per differenziare le donne dagli uomini

Il lato b di Alejandra Simon, giocatrice spagnola di beach volley. È considerata una delle atlete più sexy del circuito. Attorno a questo sport, diventato disciplina olimpica dai Giochi di Atlanta 1996, c’è sempre grande attenzione mediatica. Sia per le imprese sportive sia, soprattutto, per le bellezze che si muovono sulla sabbia.

Il caso boxe-gonne rientra però alla perfezione in quello che può essere definito un tentativo, più o meno maldestro, di far parlare di uno sport che non ha ancora un vasto pubblico (guarda la photogallery).
Le famigerate gonnelline apparse al Mondiale caraibico erano infatti state fornite dallo sponsor tecnico della manifestazione. Affari, insomma.
Qualcuno ha provato anche a buttarla lì: «Le gonne servirebbero per distinguere le donne dagli uomini, sul ring: tante volte, con il casco, non si nota la differenza». Più che correggere il tiro, sembra che il maschilismo aumenti.
Anche il badminton è stato travolto dalla gonnella: «D’ora in poi niente più calzoncini o tute: solo gonnelline o vestitini». Questa l’imposizione arrivata dai vertici della Badminton world federation. Lo sport, famosissimo in Asia, meno nel resto del mondo, ha provato in questo modo a catturare l’attenzione del pubblico.
NEL BASKET IMPOSTE LE DIVISE ADERENTI. Decisioni simili sono state tuttavia adottate negli anni scorsi anche dalla federazione internazionale pallavolo e, nel 2010, da quella della pallacanestro femminile, che ha imposto divise aderenti e pantaloncini che siano ad almeno 10 centimetri sopra il ginocchio. Con il naturale esplodere delle polemiche: «La pallacanestro non è una sfilata di moda. Questa è una regola sessista che non migliora certo l’attività sportiva».
Inoltre sul finire degli Anni 90 era stata sollevata una questione simile pure nel beach volley: costume intero o due pezzi? Inutile dire che i lati b delle pallavoliste sulla sabbia siano gli scatti più ricercati dai fotografi.
LE MISE PROVOCANTI DELLE WILLIAMS. Ma pure il tennis e l’atletica hanno avuto i loro casi da polemica. Se l’erba di Wimbledon può essere calpestata solo da atleti vestiti in bianco candido, è anche vero che le sorelle Venus e Serena Williams, hanno spesso scioccato il pubblico con mise non proprio sobrie. Anzi, che lasciavano ben poco all’immaginazione.
Prima di loro, un’altra americana, la campionessa di atletica Florence Griffith Joyner stupì tutti per le sue stravaganze in pista, in particolare per le sue infinitamente lunghe unghie colorate. Da ultime, anche le sciatrici: l’americana Julia Mancuso, una delle più belle del circuito, ha posato senza veli su un calendario.

Negli Usa la Lingerie football league: giocatrici modelle in slip e reggiseno

Scendono in campo così le donne del football americano. Si chiama Lingerie football league ed è il campionato giocato in slip e reggiseno. Dai placcaggi ai touchdown, il pubblico si diverte e si rifà gli occhi.

Ma tutti questi esempi sono niente in confronto a quanto ideato negli Stati Uniti, dove si gioca la Lingerie football league (Lfl), un vero e proprio campionato in cui le donne giocano a football americano in slip e reggiseno. Oltre al casco, ovviamente (guarda la photogallery).
Nata quasi per scherzo, ora la Lfl è un vero e proprio campionato composto da 12 squadre ed è un torneo che ricalca quelli americani di basket, hockey, baseball e football. A giocare, però, sono modelle. Per la gioia di chi ama il football, ma anche le belle donne.
CALCIATRICI SENZA VELI SU PLAYBOY. Nel calcio, l’accostamento donna-pallone, per i più integralisti, suona sempre scomodo. E siccome in campo è impossibile imporre divise di gioco troppo sexy, allora le calciatrici hanno spesso ideato altre soluzioni per far parlare di sè. Ovviamente non solo per meriti sportivi.
Per esempio in Germania cinque ragazze della nazionale under 20 tedesca hanno posato quasi nude su Playboy per sponsorizzare il Mondiale di calcio femminile. «Giochiamo a calcio, ma siamo belle», il messaggio recapitato.
E, di nuovo, sempre in Germania è stato lanciato un calendario con modelle poco vestite, in pose sexy su un campo da calcio. Come se le donne dello sport fossero condannate a essere per forza belle. Se poi sono anche brave, tanto meglio.

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