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18 Aprile Apr 2013 1745 18 aprile 2013

Quelli che non mollano il calcio

Chi torna a far la gavetta pur di allenare. E giocare.

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Corrado Orrico è stato scelto come nuovo allenatore del Gavorrano.

C’è chi di dare l'addio al calcio proprio non ne vuole sapere. Chi ha fatto del pallone la sua vita, prima ancora che la sua professione, non abbandona facilmente il terreno verde. E a volte è disposto anche a ricominciare dalla provincia, dalle serie minori, pur di continuare a giocare. O ad allenare.
L'ultimo è stato Corrado Orrico che dopo essersi eclissato dal calcio nel 2009 quando perse la finale playoff in Lega Pro Seconda divisione (l'ex C2) con il Prato, è tornato in panchina.
ORRICO RIPARTE DAL GAVORRANO. Dopo quattro anni di inattività, l’ex allenatore dell’Inter (era la stagione 1991-92) ha deciso di ripartire proprio dalla Toscana. E ancora dalla Seconda divisione. L'ha chiamato il Gavorrano, squadra della provincia di Grosseto, dove il suo compito è centrare la salvezza con sole quattro giornate a disposizione. Orrico ha preso il posto di un altro ex del calcio che conta, Renato Buso (ha giocato con Juventus, Fiorentina, Sampdoria, Napoli e Lazio) che ha lasciato il Gavorrano terzultimo in classifica.
IL RITORNO DELLA FAMOSA 'GABBIA'. In Maremma sperano che l'inventore della 'gabbia', il campetto chiuso introdotto come metodo d’allenamento quando il tecnico toscano era alla Carrarese alla fine degli Anni 70 e poi riproposto anche nella sfortunata esperienza interista, possa compiere l'impresa. Di sicuro a 73 anni per Orrico è un nuovo inizio.
«Nel calcio c’è chi ha passione e chi non ne ha e fa solo un mestiere, produce e se gli va bene si sistema», dice a Lettera43.it Gigi Simoni, direttore tecnico della Cremonese ed ex allenatore dell'Inter. Che come Orrico, dal calcio che conta è approdato ai campi di provincia. «Orrico è come me, ha passione e dopo aver raggiunto buoni risultati nella sua carriera, si è rimesso in gioco».

Simoni, dalla Coppa Uefa ai campi di provincia

Gigi Simoni ha vinto con l'Inter la Coppa Uefa: oggi è dirigente della Cremonese.

La scelta del neotecnico del Gavorrano, infatti, non è certo una novità nel calcio. Simoni, l'uomo della Coppa Uefa con l'Inter nel 1998, non ha esitato a ricominciare da zero. E mentre i nerazzurri vincevano con Roberto Mancini e José Mourinho, lui scendeva nei campetti meno conosciuti.
«Quando mi chiedono quale sia stata la gioia più grande della mia carriera, tutti si aspettano che risponda la Coppa Uefa», prosegue Simoni, «eppure per me tutte le vittorie sono grandi gioie, come gli 11 campionati di serie B che ho vinto o la coppa Anglo-italiana del 1993 con la Cremonese».
TECNICO DEL SECOLO A CREMONA. In fondo, per l'ex allenatore l'ambiente, i rapporti umani e il rispetto sono importanti.
«Adesso lavoro quasi gratis, lo faccio per ricambiare l’affetto e la stima, quindi non mi costa troppo, a parte l’impegno che ci metto sempre. Preferisco farmi condizionare dai rapporti con le persone, le società e le città. Qui a Cremona ho ritrovato gli amici».
E a Cremona Simoni è stato anche nominato «allenatore del secolo» dei grigiorossi. Un riconoscimento importante per chi a Cremona è diventato grande.
IL NO AL PALERMO DI ZAMPARINI. «Avrei potuto andare in categorie migliori», svela però il dirigente grigiorosso, ricordando la sua prima Cremonese, quella datata 1992-96 che dalla serie B era arrivata in A a giocare contro le grandi.
«Due anni fa Maurizio Zamparini mi chiamato tre volte per propormi il ruolo di direttore tecnico del Palermo. Alla quarta lo richiamai io e gli dissi: 'Sto bene qui a Gubbio'», ricorda Simoni, dimostrando di non avere malinconia della serie A. Zamparini non se la prese («Rispettò la mia scelta e mi disse: 'Ha ragione'») e il dirigente restò ancora per un po’ in Umbria, tra serie B e Lega Pro.
«A volte mi sembra di essere un po’ matto», conclude Simoni.

Lentini, il primo acquisto più costoso del calcio

Gigi Lentini in azione con la maglia del Torino.

Di 'matti', però, ce ne sono tanti. Ma forse quelli che hanno dato spettacolo (e guadagnato molto) sui campi di serie A e poi hanno deciso di mischiarsi con chi sta ancora facendo la 'gavetta' sono semplicemente legati al mondo del calcio.
Tra questi, il caso più eclatante è Gianluigi Lentini. Nel 1992 passò alla storia come il trasferimento più costoso nella storia del calcio italiano (almeno prima delle cifre astronomiche degli ultimi tempi).
IL MILAN PAGÒ AL TORO 18,5 MLD. C’erano ancora le lire e si ragionava in miliardi: il Milan ne dovette pagare 18,5 al Torino per avere quell’ala destra di talento.
Silvio Berlusconi è finito anche sotto processo, poi prosciolto perché prescritto, per un presunto pagamento in nero di altri 10 miliardi al Torino per avere Lentini.
Con il Milan vinse tre campionati e collezionò 13 presenze in Nazionale. In mezzo, però, ci fu un terribile incidente con la Porsche da cui uscì illeso.
LA GAVETTA NEL CALCIO MINORE. Dopo i rossoneri ci furono Atalanta, Torino e Cosenza. In Calabria Lentini è finito pure tra i dilettanti, dopo la retrocessione. E da qui è cominciata la sua nuova carriera a ritroso.
Dal 2004 infatti è ritornato nel suo Piemonte, a giocarsela sui campi della provincia più profonda, accontentandosi di un calcio minore tra le Langhe e il Monferrato. Prima il Canelli in Eccellenza e in serie D (addirittura quattro stagioni), poi la Saviglianese e la Nicese tra Promozione ed Eccellenza. Per chiudere nel 2011-12 con la squadra del suo paese, Carmagnola. Dove ha aperto una sala da biliardo.
TOMMASI È FINITO NELL'EX C2. Come Lentini, anche Damiano Tommasi, ex della Roma campione d’Italia nel 2001 e ora presidente dell'Associazione italiana calciatori, ha deciso di concludere la carriera nel calcio dilettantistico.
Dopo una curiosa parentesi in Cina, dal 2009 al 2011 è tornato a casa, in provincia di Verona. Due stagioni in Seconda categoria con il Sant’Anna d’Alfredo.
BORANGA, IN PORTA A 66 ANNI. Poi c'è anche Lamberto Boranga, ex portiere di Perugia, Fiorentina e Reggiana che nel 2009, dopo aver già dato l'addio al calcio due volte, a 66 anni è tornato in campo. Per la sua nuova vita calcistica scelse l'Ammeto, formazione di Seconda categoria umbra, dove esordì il 20 settembre. E non contento nel 2011 ha firmato un contratto con il Papiano, altra squadra della stessa categoria.

Sosa, dall'Argentina al Napoli in serie C

Roberto Sosa è stato l'ultimo giocatore del Napoli a segnare con la maglia numero 10 che appartenne a Diego Armando Maradona.

A finire nel calcio di provincia non sono solo gli italiani. Magari richiamati dalla nostalgia di casa. Anche la truppa di stranieri che accettano di tornare a fare gavetta è lunga. Tanto che si accontentano delle serie minori pur di rimanere nel calcio italiano.
È il caso di Roberto «El Pampa» Sosa, l'argentino che ha lasciato bei ricordi a Napoli e Udine. Con i partenopei giocò partendo direttamente dalla serie C: lì il regolamento prevedeva le maglie con la numerazione classica e quindi si ritrovò a indossare la 'sacra' maglia numero 10 che era stata di Diego Armando Maradona.
L'ULTIMO A SEGNARE COL 10 DI MARADONA. Riuscì a non farsi schiacciare dalla pesante eredità anche grazie al gol che il 30 aprile 2006 segnò al San Paolo contro il Frosinone: è stato l’ultimo calciatore a segnare nello stadio di Napoli indossando la casacca che fu del Pibe de Oro.
Lasciato il Napoli e dopo un paio di stagioni in Argentina, Sosa è ritornato in Italia nel 2010. L’approdo stavolta fu la Sanremese in Lega Pro Seconda divisione (ex C2). La sua avventura nelle serie minori è durata pochi mesi, 12 partite e tre gol. Se ne andò perché minacciato dalla ‘ndrangheta ligure, quella che ha colonizzato parte della Riviera Ponente.
«Se non te ne vai, ti roviniamo», gli dissero puntandogli una pistola al ginocchio.
ALDAIR, IN SAN MARINO A 41 ANNI. Meno drammatico invece l’ultimo scorcio di carriera di Aldair, per 13 anni colonna della difesa della Roma, un palmarès che conta scudetti in Brasile, Portogallo, Italia, coppe nazionali e un campionato del Mondo vinto nel 1994 con i verdeoro.
Nel 2007, a 41 anni e nonostante non giocasse più da due anni, Aldair ha ripreso gli scarpini e se ne è andato a San Marino, dove la squadra del Murata si era appena qualificata ai preliminari di Champions league.
Neanche al brasiliano riuscì l’impresa di far passare il turno al Murata e dopo 10 partite si ritirò. Assaporando anche lui il calcio minore. Quello dove va a giocare «chi ha passione», come dice Simoni.

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