Ultrà Calcio 140509163315
ANALISI
25 Giugno Giu 2014 1310 25 giugno 2014

Ultrà, violenza e sicurezza degli stadi in Italia: cosa non funziona

Perché i violenti comandano nel calcio.

  • ...

Sembrava che la pausa del campionato avrebbe riportato un po' di serenità nel mondo del calcio. Il flop dell'Italia al Mondiale 2014 questa volta non c'entra: a far ripiombare il nostro pallone sotto i riflettori è stata la morte dell'ultrà napoletano Ciro Esposito, deceduto mercoledì 25 giugno dopo essere stato ferito nel corso degli scontri di Roma prima della finale di Coppa Italia tra Napoli e Fiorentina.
UNA QUESTIONE POLITICA. I genitori del 30enne, infatti, hanno puntato il dito contro l'assenza delle istituzioni, riaccendendo la polemica per le violenze dentro e fuori dagli impianti.
Ma in Italia anche la sicurezza negli stadi è una questione politica. Mezzi e norme ci sono, però non vengono utilizzati. Cavilli e scappatoie rendono tutto estremamente complicato.
I DASPO NON BASTANO. Da un lato ci sono i Daspo. Dall’altro le società che regalano biglietti e abbonamenti agli ultrà, steward senza autorità e l'incertezza della pena per chi compie reati. Nemmeno il divieto di accedere alle manifestazione sportive è definitivo: può essere ridotto o revocato. E al massimo dura cinque anni.
Da tempo nel nostro Paese si parla delle possibili soluzioni, ma di fatto la situazione non cambia.
Ecco cosa non funziona in Italia sul tema violenza e ultrà.

1. Mancano norme d'ingaggio precise per le forze dell'ordine

Poliziotti all'interno di uno stadio (©GettyImages).

Non esistono precise norme d’ingaggio per le forze dell’ordine. Vale solamente il principio, perennemente interpretabile, per il quale la difesa dev’essere proporzionata all’offesa subita. Proprio come nel caso in cui, per esempio, ci si trovi a fronteggiare una rapina o un furto. Quindi una cosiddetta carica di alleggerimento per stemperare la tensione di un cordone ultrà rischia spesso di tradursi in un’accusa di abuso di potere nei confronti di polizia e carabinieri. Con le conseguenze penali che ne conseguono, a meno che non sia sferrata in momenti di estrema necessità o ci sia un reale rischio per l’incolumità degli operatori.
INTERVENTI NON IMMEDIATI. Spesso i disordini non possono essere fronteggiati preventivamente e si ricorre alla meticolosa analisi delle immagini di videosorveglianza nelle ore successive alla partita. Ma i volti individuati sono sempre meno rispetto a quelli effettivi. Conferme o smentite, comunque, arrivano solamente dal contraddittorio in aula.

2. Non ci sono le celle dentro gli stadi come in Inghilterra

Un tifoso arrestato dalla polizia tedesca (©GettyImages).

Gli stadi italiani, a differenza di quanto avviene in Gran Bretagna, non sono dotati di celle per il contenimento dei facinorosi. In Inghilterra, se l'impianto sportivo ne è sprovvisto, le camere di sicurezza si trovano nel commissariato costruito accanto.
Una soluzione che, Oltremanica, consente di agire nell'immediato e di rendere inoffensivo chi minaccia anche solo potenzialmente di creare disordini. Chi viene colto in flagranza di reato, poi, è processato nel giro di pochi giorni. Nell’attesa resta in carcere. Inoltre, il daspo a vita - che in Italia non esiste - è molto difficile da revocare.

3. I costi della sicurezza sono a carico dello Stato

Le forze dell'ordine negli stadi sono pagati dallo Stato e non dai club (©GettyImages).

In Italia a farsi carico dei costi della sicurezza all'interno dello stadio è lo Stato, che spende, secondo le cifre diffuse da La Stampa, circa 45 milioni di euro all'anno. Dopo i disordini di Roma, il governo era tornato a parlare di addossare le spese alle società calcistiche. Proprio come avviene in Inghilterra.
POLIZIA PAGATA DAI CLUB. Gli agenti britannici che scortano le tifoserie sono dotati di una sorta di carta di credito 'emessa' dalle squadre (con tanto di logo). Con quella provvedono alle spese di viaggio e mantenimento in trasferta (ovviamente secondo parametri definiti).
Se si seguisse l'esempio inglese, inoltre, si sgraverebbero i cittadini dai costi per la sicurezza. Tenendo conto che per una partita ogni agente della polizia riceve circa sette euro netti al giorno per le gare in casa e 18 per quelle in trasferta (in entrambi i casi lavorando minimo quattro ore).

4. Gli steward degli impianti non sono pubblici ufficiali

Steward in servizio allo stadio Olimpico di Roma (©GettyImages).

Capitolo a parte meritano gli steward. Che, di fatto, sono ridotti a maschere davanti agli ingressi.
In Italia non sono inquadrati come ausiliari di pubblica sicurezza: anche da questo dipende il fatto che il loro non sia un ruolo rispettato da molti, soprattutto da quelli a cui non fanno paura nemmeno le divise. Per esempio, non possono effettuare perquisizioni approfondite ma solo il cosiddetto pat-down, che si limita al 'tastaggio' esterno.
FORZE DELL’ORDINE INSOSTITUIBILI. Teoricamente la sicurezza interna allo stadio dovrebbe essere di loro competenza mentre alle forze dell’ordine spetterebbe quella esterna. In caso di necessità, però, gli steward sono spesso costretti a rivolgersi a un poliziotto, a un carabiniere, a un finanziere. Anche nel semplice caso in cui, per esempio, venga chiesto a un tifoso di stare seduto o di raggiungere il suo posto.
Come fanno in Inghilterra? Gli steward vanno anche in trasferta con le tifoserie assieme ai 'colleghi' di Scotland Yard. In caso di disordini, i loro verbali e le loro segnalazioni diventano le notizie di reato da cui parte l’azione penale. Agli ingressi degli stadi inglesi vengono rispettati e ascoltati, nonostante non abbiano gli stessi mezzi delle forze dell’ordine.

5. Lunga trafila per punire i responsabili

Ivan Bogdanov allo stadio Marassi di Genova (©GettyImages).

In Italia l’udienza di convalida dell'arresto (dev’essere celebrata entro 48 ore dal fermo) si conclude spesso con questa formula: «Convalida dell’arresto e remissione in libertà dell’indagato».
Per far sì che si possa agire con prontezza, nel 2003 il nostro Paese si è dotato dell'arresto in flagranza differita che può essere eseguito entro 48 ore dal fatto, a patto che il responsabile sia identificato in tempo tramite documentazione video o fotografica. Criteri che rischiano di complicare ulteriormente la procedura e di allungare i tempi.
L’ultima parola, comunque, spetta sempre al tribunale.

6. Con i match a 'porte chiuse' gli scontri in strada

Scontri a Roma prima della finale di Coppa Italia Napoli-Fiorentina di sabato 3 maggio (©GettyImages).

Le soluzioni 'estreme' come le partite a porte chiuse o le sospensioni vengono prese solamente quando il limite è stato abbondantemente superato. Proprio come nel caso della sparatoria di Roma a maggio.
Scelte che hanno inevitabili ripercussioni punitive sul business, ma anche sull’umore dei tifosi più accaniti. Non solo perché viene loro impedito di guardare il match, ma anche perché sono ormai diventati parte integrante di questi interessi. Nonostante i gruppi più radicali professino la propria distanza dal sistema-calcio.
Il rischio, però, è che i disordini si spostino dagli stadi alle piazze. Che si trasformano nel terreno per la caccia all’uomo e per gli agguati.
PARTITE BLOCCATE IN URUGUAY. Oltreoceano, un provvedimento coraggioso è quello preso recentemente dal presidente dell'Uruguay, José Mujica, che ha scelto di non fornire agenti di polizia per la sicurezza negli stadi, per dare un segnale forte contro gli episodi di violenza e razzismo durante le partite.
Le prime conseguenze sono state le dimissioni del consiglio della Federcalcio locale, poi il blocco dell'attività e quindi lo stop del campionato di Clausura.

7. Il vizietto dei tagliandi ceduti dai club alle tifoserie

Una biglietteria allo stadio (©GettyImages).

Per controllare e limitare gli accessi in curva, sono stati adottati vari provvedimenti: tessera del tifoso, biglietti nominali, posti numerati. Sforzi che rischiano in parte di essere vanificati dai tagliandi e dagli abbonamenti che alcune società calcistiche regalano regolarmente ai gruppi ultrà, come Lettera43.it ha appreso dalle sue fonti.
In questo modo i club diventano facilmente ricattabili. Senza contare che alle società sportive sono vietate «facilitazioni di qualsiasi genere ad associazioni di tifosi» (art. 8 della legge 4/4/2007). Pena una sanzione amministrativa che va da 50 a 200 mila euro, la squalifica del campo o la chiusura al pubblico di una parte dello stadio.
LO SCAMBIO INFORMALE. In altre parole, una tradizione nata come uno scambio informale per sancire i buoni rapporti tra entrambe le parti, rischia di diventare un'altra zona d'ombra. Cioè, biglietti gratis per riempire gli spalti e animare la partita. In caso contrario, 'sciopero del tifo', disordini, in certi casi ritorsioni.

8. Il bagarinaggio che finanzia il tifo organizzato

Tifosi in curva allo stadio (©GettyImages).

Biglietti e abbonamenti, generalmente, vengono lasciati nelle mani dei capi ultrà o dei membri di spicco delle curve. A loro volta li distribuiscono ai tifosi 'addomesticati'. La parte restante dei tagliandi finisce spesso per alimentare il mercato del bagarinaggio. Oppure viene venduta dagli stessi ultrà ad amici e conoscenti stretti, a prezzi più bassi rispetto a quelli del botteghino.
In entrambi i casi queste somme non entrano nelle casse della società. Quindi consentono a qualcuno di campare a margine dell’industria del calcio. Soldi spesso utilizzati dagli ultrà per autofinanziarsi (leggi l'inchiesta di Lettera43.it su calcio e camorra).
SOLDI PER LE COREOGRAFIE. Altri contributi economici arrivano dalle stesse società sportive per comprare i materiali necessari a realizzare striscioni o coreografie.
Si crea così un doppio flusso di interessi che stringe ancora di più i rapporti tra club e tifosi. In Inghilterra questo è vietato dalla legge e non accade. In Italia, per ora, è rimasto solamente sulla carta.

© RIPRODUZIONE RISERVATA
Correlati
Potresti esserti perso