Gerusalemme: morto palestinese ferito
Tensione a Gerusalemme
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25 Ottobre Ott 2017 1721 25 ottobre 2017

Calcio, è del Beitar Gerusalemme la tifoseria più razzista

Legata alla frangia estremista della politica israeliana, rivendica la purezza ebraica ed è ostile verso i giocatori arabi. Talvolta costretti a lasciare il Paese. Dal "supporter" Lieberman ai cori anti-Rabin: la storia.

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L’antisemitismo nel calcio è una piaga da estirpare, ma non appartiene solo a certe frange del tifo organizzato italiano. Nel campionato di Premier League il caso più eclatante è quello che vede come vittima il Tottenham, squadra di Londra che appartiene alla zona a Nord di Londra che tradizionalmente era abitata da una numerosa popolazione ebraica. Gli Spurs hanno una frangia di ultras che si identifica con l’ebraismo tanto da chiamarsi Yid Army, dove Yid è il termine yiddish che si traduce come “ebreo”. La Yid Army, anche se non composta da ebrei, sfoggia nei propri simboli la stella di Davide. Alcuni tifosi andavano allo stadio con la kippah, non come segno di appartenenza religiosa, ma come simbolo di fedeltà alle tradizioni del club. Questo ha scatenato più volte le reazioni delle tifoserie avverse con i tifosi del Leeds che in passato hanno salutato all’urlo di Sieg Heil gli ultras rivali, tirando contro loro monetine. In un match di coppa di lega i tifosi dell’Arsenal srotolarono un’enorme bandiera con la svastica e la scritta «Arsenal Nazis». Ma questi comportamenti non appartengono solo al passato.

Ultras del Beitar.

L’arrivo quest’anno al Chelsea dell’attaccante Alvaro Morata è stato acclamato dai supporter della squadra allenata da Antonio Conte con il coro: «Viene dal Real Madrid, odia i maledetti Yid». Da più parti si è chiesto inoltre alla stessa tifoseria del Tottenham di cambiare nome, visto che il termine yid in inglese ha assunto un connotato offensivo. Il razzismo nel calcio ha però tanti volti. Una delle tifoserie delle squadre nell’ambito dell’Uefa più dichiaratamente razziste è quella che supporta una squadra di Gerusalemme, il Beitar. Il team è più vecchio dello stesso stato d’Israele essendo stato fondato nel 1936 sotto il mandato inglese. Nacque come club sportivo giovanile, diventando espressione dell’ala sionista più accesa e entrando in conflitto con l’amministrazione britannica che ne impose lo scioglimento nel 1938 per le connessioni con l’organizzazione paramilitare sionista Irgun. Il club risorse nel 1942 come squadra professionista, nel 1947 fu nuovamente sciolta dalle autorità, per risorgere nel 1948 con la nascita dello Stato d’Israele.

«I TIFOSI PIÙ RAZZISTI DEL PAESE». Oggi è una delle quattro squadre professioniste di Gerusalemme con l’Hapoel e l’Hapoel Katamon, che militano rispettivamente in prima e seconda divisione del campionato israeliano, e l’Hilal Al-Quds che fa parte della West Bank League, il campionato palestinese. La tifoseria del Beitar è sempre rimasta legata alla frangia più estremista della politica israeliana, rivendicando la purezza ebraica e dimostrando la massima ostilità contro ogni giocatore non ebreo. «Per sempre puri» recitava uno striscione esposto dalla curva del team. Un manifesto rafforzato dal coro: «Eccoci qua, siamo i tifosi più razzisti del Paese». La squadra ha alcuni tifosi eccellenti. Il primo tra tutti è il premier Benjamin Netanyahu leader del Likud, sugli spalti si vede spesso anche Avigdor Lieberman, ministro della Difesa e a capo del partito di estrema destra sionista Beytenu. Gli ultras della squadra si fanno chiamare “La Familia” e hanno sempre imposto con qualsiasi mezzo che il team non impiegasse mai giocatori arabi.

Avigdor Lieberman, ministro della Difesa e tifoso del Beitar, con il calciatore Zaur Sadaev.

Nel campionato israeliano in realtà i giocatori arabi sono un valore aggiunto preziosissimo per un movimento calcistico di dimensioni modeste e che deve confrontarsi con il calcio europeo in quanto parte dell’Uefa. Abbas Suan, un arabo israeliano, è stato per alcuni anni uno dei giocatori migliori di Israele, militando anche in nazionale. Grazie a lui e a un suo storico gol contro l’Irlanda, la nazionale sfiorò la qualificazione al Mondiale del 2006. Solo una tifoseria non lo accettò. Quella del Beitar che nel corso di un match contro il club di Abbas Suan espose lo striscione «Suan, non ci rappresenti» urlandogli «Odiamo tutti gli arabi». Un trattamento anche peggiore l’hanno avuto i musulmani che hanno provato a indossare i colori giallo neri del team di Gerusalemme. Negli Anni 80 fu parte del club un giocatore di origini tagiche, Goram Ajoyev, e nel 1999 venne acquistato l’attaccante l’albanese Viktor Paço: la loro fede musulmana venne nascosta e i due riuscirono a diventare dei beniamini della tifoseria. Nel 2004 però la squadra prese in prestito dal Maccabi di Tel Aviv un nigeriano musulmano, Ndala Ibrahim. Nell’ottobre del 2004 alcuni ultras diffusero un video in cui minacciavano di morte il giocatore. Vestì la maglia dei Beitar solo per cinque partite e tornò in patria.

DISCRIMINAZIONE IN CURVA. Nel 2008 “La Familia” contestò il minuto di silenzio dopo l’assassinio di Yitzhak Rabin, l’uomo che aveva siglato la pace con i palestinesi. Da allora i cori della curva spesso scandiscono il nome del killer del premier, Yigal Amir. Nel 2013 si cercò, anche sotto pressione dell’opinione pubblica, la svolta. Il club mise sotto contratto due giocatori musulmani di origini cecene, Zaur Sadayev e Dzhabrail Kadiyev. Venne presentato l’acquisto come la dimostrazione che la società rifiutava ogni discriminazione. Ma la curva non fu d’accordo. I due nuovi acquisti venivano accolti da insulti e ogni loro allenamento si concludeva con tentativi d’aggressione. Comparvero gli striscioni «Per sempre puri». Quattro ultras vennero arrestati. L’8 febbraio 2013 due tifosi appiccarono fuoco alla sede sociale della squadra. Il 3 marzo Zaur Sadayev segnò il suo primo gol con per i colori del Beitar. La tribuna festeggiò, ma la curva degli irriducibili abbandonò gli spalti. Sadayev e Kadiyev decisero di lasciare poco dopo Israele.

Da allora il club, che ha cambiato anche proprietà, non ha rinunciato alla sua politica di purezza etnica e non ha più messo sotto contratto nessun musulmano e tanto meno arabi. Alcune settimane fa un dirigente del club ha detto in un’intervista: «Non accetterei più un giocatore musulmano». Il quotidiano di Gerusalemme Haaretz ha lanciato una campagna affinché la squadra di una città in cui il 40% della popolazione è araba faccia cadere questo anacronistico tabù. I reporter del quotidiano hanno scoperto anche che un arabo palestinese si era allenato con il club negli Anni 70. Contattato dal giornale, l’ex giocatore ha risposto: «Non ditelo in giro per favore. La mia vita potrebbe essere a rischio». La violenza è l’inevitabile sbocco di un odio razziale che nel mondo assume tante sfumature.

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