Mondiali Di Russia 2018
Mondiali di Russia 2018
Italia Mundial 1982
BLUES
14 Giugno Giu 2018 1900 14 giugno 2018

Quanto mancherà l'Italietta epica e improbabile ai Mondiali 2018

La Nazionale sapeva esaltare il mondo con certe partite assurde. Tutto le era contro e tutto le riusciva. Chissà, avremmo potuto sorprendere ancora. Ecco perché senza gli Azzurri è un'edizione orfana.

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Comincia per molti un'esperienza mai vissuta, creduta più impossibile che improbabile: un Mondiale di pallone senza l'Italia. L'ultima volta fu 60 anni fa e forse chi, quella volta, c'era ne serba un ricordo tremolante, infantile e, tutto sommato, neutro: c'era altro cui giocare. Ma il gioco dei giochi, che non sarebbe quello del calcio ma quello del tifo, è invece insostituibile, è fatto di rituali, di liturgie, di precise tempistiche, anche se, nel tempo, i lineamenti della partecipazione popolare si sono alterati. C'era una volta la televisione in bianco e nero: il magistrale rigore in movimento di Gianni Rivera, la palla da una parte, Mayer dall'altra (il piedone che la manca di un sospiro) e tutte le ciabatte d'Italia finiscono per aria, scaraventate da un entusiasmo a rischio infarto.

PIPE VOLANTI E TRIONFI ABBAGLIANTI. C'era una volta il colore, l'Argentina, quella magnifica Italietta che meritava forse più del quarto posto, senonché il nostro portierone Zoff - “Foora! Fooraa!” - i missili più venivano da lontano e meno li vedeva. C'era una volta il Mundial '82 ed è storia di pipe volanti, presidenti Misirizzi, trionfi abbagliati da un infinito sbrilluccicare di flash che scoppiavano in mente, mortaretti psichedelici, tatuaggi di gioia indelebile.

TRIPUDIO VERAMENTE POPOLARE. E le abitudini già cambiavano: si compulsavano i giornali, si intasavano i bar, c'erano pochi talk show da seguire, il mitico Processo ai Mondiali di Biscardi, una televisione faziosa, anche allora, feroce, ma tutto sommato ancora ingenua, a misura di tifoso; la notte si rivedevano quelle partite che già sapevamo irripetibili: come quella volta mai più, neppure nell'altro trionfo del 2006, perché Spagna '82 fu probabilmente l'ultimo scoppio di tripudio veramente popolare, di una ingenuità a cavallo della modernità.

Negli Anni 2000 è la Rete a riplasmare la passione, il modo di seguire le notizie e il gossip pallonaro, la misura stessa del “sentirsi vicino alla squadra”, pubblico attivo e interattivo. Cominciano i primi, stentati collegamenti in streaming (per i maniaci che seguono anche le partite minori), ma il collegamento s'interrompe di continuo, al diavolo, sembra d'essere tornati al magico satellite ballerino, ai tempi della fatal Corea, solo con un computer in mano.

BISOGNA DIROTTARE IL TIFO. Come gli schemi, anche la tivù si è velocizzata, il mitragliamento di notiziole e pettegolezzi è forsennato, il web dietro ai canali generalisti che però sempre più nella Rete rifluiscono. Adesso che c'è la banda larga, la fibra, adesso che tutto fila come un treno, l'Italia non c'è. Non esiste in questo 2018. Bisogna, per forza di cose, dirottare il tifo, adottare una Nazionale, tra gli italiani funziona molto l'Argentina, tradizionale formazione di ceffi calcisticamente assai dotati, anche per evidenti mescolanze ataviche, le nostre migrazioni in nave, Nereo Rocco esasperato ringhiava a qualche giocatore lavativo, «Ciò, cossa te speta ti a ciapar el Vulcania?», e il Vulcania era per l'appunto il piroscafo che portava fino in Sudamerica.

PURE LE SIGNORE SI DISPERANO. Ma le maglie azzurre non ci sono in Russia e non ci saranno le furibonde polemiche, ormai virate social, su formazioni-moduli-tattiche. Non più avrai, farfallone amoroso, il tuo mese sabbatico dove tutto il resto finisce da parte, e c'è una sorta di franchigia condivisa perché il Mondiale del pallone è sempre una specie di droga collettiva che fornisce vigorose attenuanti a tutti e per tutto e ci sono alcune signore che già si disperano: almeno per un mese me lo levavo un po' dai piedi, 'sto bestione. Tra giugno e luglio, ogni quattro anni, la moglie non si tradisce con altre amanti che con “la nostra gloriosa nazionale di calcio”, come diceva il ragionier Ugo Fantozzi.

Enzo Bearzot, ct della Nazionale ai Mondiali 1978, '82 e '86.

C'è pure chi teorizza: mancando la fonte del tifo più fanatico e irragionevole, si potrà assistere a un Mondiale distaccato, da spettatori veri, da esperti riflessivi, analitici, tutte le squadre pari dignità e vinca il migliore: ma quando mai. E c'è anche chi sottilizza, filosofeggia: ma tanto che ci andavamo a fare in Russia, a farci ridere dietro? Con una squadra così combinata? Almeno avremo tutto il tempo di guardarci dentro, di ricominciare, di crescere, di ripresentarci fra 4 anni, o magari fra due agli Europei, con tutt'altre maglie. Mah, sarà.

TRA RINASCITE E CALCIOSCANDALI. Di certo c'è solo che si apre un Mondiale orfano, e non solo per noi che lo subiamo dal divano; sarà orfano anche il torneo offeso da questa Italexit del pallone, senza una protagonista di sempre, quella che ha vinto più edizioni assieme alla Germania e a parte il Brasile, l'Italietta improbabile ed epica che sapeva esaltare il mondo con certe partite assurde, dove tutto le era contro e tutto le riusciva: quello del Mondiale di calcio è un racconto infinito di avventure meravigliose, puro Omero a sfera, ma, tra queste, hanno un posto speciale la rinascita di Pablito, i trofei agguantati dopo i calcioscandali, l'umanità di personaggi spesso tormentati, epici davvero nella loro dura fragilità.

Due lampi di vita su tutti: la felicità incredula di Bearzot portato in trionfo e la maschera stravolta, disegnata dalla morte, di “Domingo” Domenghini

Una Nazionale cialtrona e sublime, parolaia o muta (i silenzi stampa in Spagna, le afasie collettive, Zoff più portasilenzio che portavoce...). Ce ne sono a migliaia, di questi lampi di vita, ma potremmo sceglierne due per tutti: no, il famoso urlo di Tardelli no, ché ormai ci esce dalle orecchie: meglio la felicità incredula di Bearzot portato in trionfo, caro “Vecio” che odorava di pulito, di pipa e di galantuomo, che diceva cose pazzesche come «Ogni tanto è necessario anche perdere una partita per capire che famiglia hai formato». E poi la maschera stravolta, disegnata dalla morte, di “Domingo” Domenghini che a 2 mila metri di altitudine corre, e corre, e continua a correre come un maledetto dopo 120 minuti di sfida atroce contro i crucchi che non mollano mai.

CI SAREMMO ESALTATI LO STESSO. Certo, quelli erano Tempi: forse oggi è assurdo aspettarsi ancora qualcosa del genere; ma poi chissà, chissà se non avremmo avuto qualcosa con cui esaltarci lo stesso, pur nella mediocrità di un Mondiale recitato da comparse. Ma «nel mondo così com'è tutto è possibile» dice il poeta slavo Zlatko Dizdarevic, e nel mondo così com'è ci può stare anche un Mondiale russo senza l'Italia. Un Mondiale orfano, da qualsiasi parte lo guardi.

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