Mondiali Di Russia 2018
Mondiali di Russia 2018
Mondiali 2018 Russia Italia
14 Giugno Giu 2018 1541 14 giugno 2018

Come affrontare i Mondiali 2018 senza l'Italia secondo Paolo Condò

Adottare i singoli giocatori più che le nazionali. «Perché un vero appassionato si diverte anche se non tifa». Dele Alli, Asensio, Senegal, Uruguay: le dritte dell'unico giornalista italiano nella giuria del Pallone d'oro.

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Per una volta Paolo Condò si appresta a guardare i Mondiali di calcio come milioni di altri italiani: dal divano di casa cercando di farsene una ragione. Dopo sette edizioni vissute in trincea è pronto a commentare quella russa del 2018 da lontano, su Sky Sport. Con lo stesso mal di pancia nazionale dovuto alla mancata partecipazione dell’Italia.

UN VUOTO SPERIMENTATO 60 ANNI FA. Non succedeva dal 1958, e ora che quel senso di smarrimento si è ripresentato occorre reagire. Provando a guardare le partite senza pensare ogni minuto al rimpianto di non esserci. Paolo Condò, ex inviato de La Gazzetta dello Sport e unico giornalista italiano nella giuria che assegna il Pallone d’oro, prova a spiegarci i trucchi per lenire il dolore. Riassumibili in un'unica ricetta: far prevalere in tutti noi l'appassionato di calcio sul tifoso: «E non è detto che sia un male».

Paolo Condò. (Getty)

D. A che punto è la sua elaborazione del lutto sportivo?
R. Ce ne accorgeremo nei primi giorni del Mondiale. La botta sta arrivando, sarà soprattutto nella prima settimana. Cominceremo ugualmente a entusiasmarci per le imprese di giocatori che conosciamo benissimo. Recentemente l'Italia non è che sia andata molto lontano, almeno negli ultimi due Mondiali, eppure non abbiamo smesso di guardare le partite dopo i gironi.

D. Che Mondiali saranno per gli italiani?
R. Se con la Nazionale l’attenzione è a 100, senza andrà a 50, sin dall’inizio. Guardando Lionel Messi e Cristiano Ronaldo prevarrà in tutti noi più l’appassionato di calcio che il tifoso. E non è detto che sia un male.

D. Cosa ci mancherà di più?
R. Vedere l'Italia con gli amici e una bella anguria davanti al maxi schermo a casa. Momenti di vita buona, di vita leggera.

D. Un ricordo a cui è legato?
R. Il 1970. Avevo 12 anni ed ero in villeggiatura con mia madre e mia sorella a Lignano Sabbiadoro. Mio padre veniva solo il sabato e la domenica da Trieste, dove lavorava. Quindi avevo l’autorizzazione ad andare con amici e gentitori di altri ragazzi a vedere le partite della Nazionale, che cominciavano a mezzanotte, al bar. Perché la televisione non c’era in casa. Fu epico quel Mondiale in Messico, soprattutto per Italia-Germania 4-3. Ho il ricordo di tutti quanti che esultavamo nel bar per quella partita incredibile.

Al playoff con la Svezia l'ha pensato tutto il Paese: avremmo avuto bisogno di gente che segna gol fuori dal contesto tattico della partita, come Balotelli e Insigne

D. Quando ha capito davvero che l'Apocalisse (citazione dell'ex presidente della Figc Carlo Tavecchio) era dietro l’angolo?
R. Nella partita di andata dello spareggio. Temevo l'Irlanda, che invece poi è rimasta a casa eliminata dalla Danimarca. Quando abbiamo pescato la Svezia ho detto «vabbè, passiamo». A quel livello però anche perdere soltanto 1-0 il primo round, in cui siamo stati troppo rinunciatari, complica le cose.

D. La rimonta non era così impossibile però.
R. Anche nelle coppe l’1-0 in casa è considerato un buon risultato. Nel ritorno dici «mi basta fare un gol e quelli devono farne tre». Sono andato a San Siro, ma lì si è capito abbastanza presto che senza il gran numero di qualcuno non avremmo mai segnato.

D. Tipo Balotelli?
R. L'ha pensato tutta Italia l’altro giorno quando Mario ha fatto quel gol all'Arabia Saudita grazie a un tiro che non c’entrava niente col contesto tattico della partita, da 20 metri nell’angolino. Avremmo avuto bisogno di gente così. Ecco perché, per esempio, proprio non mi spiegai l’esclusione per tutti i 90 minuti di Lorenzo Insigne, che è uno che da fuori area può beccarti l’incrocio dei pali.

D. L'incriminato principale della disfatta è sempre l'ex commissario tecnico Gian Piero Ventura?
R. Che il calcio italiano non stia bene è evidente, ma pur in queste condizioni avrebbe dovuto battere la Svezia e andare ai Mondiali. Ventura ha grandissime responsabilità.

I titolari delle nazionali più forti giocano tra Real, Barça, City, United, Psg e Juventus. Il ct Mancini deve accontentarsi di Sassuolo, Torino, Bologna e Fiorentina

D. Perché siamo finiti così in basso?
R. Il problema fondamentale è che i calciatori italiani giocano poco in campionato. L’altro guaio lo si scopre con questa prova: prendete le formazioni delle grandi nazionali come Germania, Spagna, Argentina, Brasile e sostituite il nome del giocatore a quello del club in cui milita.

D. Risultato?
R. Ci si accorge che le 4-5 nazionali sono tutte una sequela di Real, Barça, City, United, Psg, Juventus: i club più forti del mondo.

D. L'11 più emblematico in questo senso?
R. Il Brasile ha il portiere della Roma (Alisson), i terzini sono uno del Real Madrid (Marcelo) e uno del Manchester City (Danilo), i centrali del Paris Saint-Germain (Thiago Silva) e dell’Inter (Miranda), a centrocampo schierano Casemiro del Real, Fernandinho del City, Coutinho del Barcellona e poi in attacco Gabriel Jesus del City, Neymar del Psg, Firmino del Liverpool.

D. L'Italia invece...
R. Nella Nazionale con cui sta ripartendo Roberto Mancini troviamo Sassuolo, Torino, Bologna, Fiorentina. Massimo rispetto, ma non giocano le coppe. Nel calcio moderno l’esperienza nelle competizioni internazionali è fondamentale.

D. E i nostri giocatori non ne hanno abbastanza?
R. Prendiamo Andrea Belotti. Qual è il suo valore? Non sappiamo niente, perché non ha mai giocato una partita in coppa. Magari va in Champions league e fa cinque gol nel girone. Oppure non la vede mai. Federico Chiesa è un altro che sembra fortissimo, ma deve fare partite in Europa se vuole crescere.

L'Italia ai Mondiali avrebbe almeno unito il Paese? Al primo gol sbagliato da Balotelli ci sarebbero state grandi strumentalizzazioni sul colore della sua pelle

D. Come possiamo affrontare questi Mondiali? Scegliendo una squadra per cui tifare?
R. L’approccio dev'essere orientato al giocatore. Partita dopo partita. Io per esempio sarei contento se Messi vincesse un Mondiale (anche Lettera43.it simpatizza per l'Argentina, ndr). Se non accadesse mi sembrerebbe una limitazione alla sua carriera. Nelle partite dell'Argentina quindi sarò felice se farà bene.

D. Altri da seguire?
R. Tra quelli che mi fanno impazzire c'è Andrés Iniesta. L'idea che possa congedarsi con un altro grande Mondiale è favolosa. A me piacciono anche i giovani Marco Asensio e Dele Alli: la possibilità che guidino Spagna e Inghilterra a grandi risultati mi piace.

D. Qualcuno più naïf?
R. Il Senegal, da Sadio Mané a Kalidou Koulibaly, ha grandi giocatori. Poi la prospettiva che Mohamed Salah possa riprendere la sua corsa al Pallone d’oro portando avanti l'Egitto mi affascina.

D. Il cuore invece cosa dice?
R. Da innamorato del calcio dico Uruguay. Stamattina mio figlio mi chiedeva: «Qual è il miglior attacco del Mondiale?». Se consideriamo le classiche due punte, Luis Suarez ed Edinson Cavani non ce li ha nessuno. Mi piace da matti pure Diego Godín, difensore espertissimo e cattivissimo. La bellezza del calcio è che ci sono tante componenti, non solo tecnica, corsa o potenza. E a seconda di quella che preferisci, tifi.

D. Occorre studiare un po', insomma?
R. Basta leggere qualcosa prima di ogni partita e adottare un personaggio da tifare: così ti diverti di più. E un’altra cosa: l'appassionato di calcio non ha bisogno di tifare per divertirsi.

D. Quanto sarebbe servito al Paese un momento di unità intorno alla Nazionale per dimenticare i campanilismi e le lacerazioni di questo delicato momento politico?
R. Ci sarebbero state comunque delle divisioni. Ormai la nostra capacità di odiarci è talmente sviluppata che al primo gol sbagliato da Mario Balotelli ci sarebbero state grandi strumentalizzazioni sul colore della sua pelle, dimenticando che è nato in Italia e che è perfettamente italiano. Saremmo comunque riusciti a odiarci con grande scioltezza.

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