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10 Luglio Lug 2018 1645 10 luglio 2018

Perché Francia-Belgio è già una rivincita per Bruxelles

A Parigi, dove si vantano per Hugo e la nouvelle cuisine, li considerano gli scemi delle barzellette con l'accento strano e le patatine fritte. I concittadini di Magritte possono rovesciare la narrazione col calcio.

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da Bruxelles

«Sono più bravo di voi tutti», dice con aria di sfida il bambinetto più basso della fila, che nonostante gli sforzi non arriva nemmeno ad agganciarsi alla ringhiera metallica per guardare il gioco. Al campetto da calcio di Porte de Hal - un ritaglio di verde e cemento tra il quartiere dei migranti mediterranei in piena gentrificazione di Saint-Gilles e i palazzoni popolari e nordafricani ammucchiati attorno alla gare du Midi - i ragazzini più piccoli se ne stanno rigonfi di orgoglio e speranza a commentare I grandi che tirano in porta sotto la bandiera, nera gialla rossa, appesa al canestro come simbolo di conquista.

LUKAKU ERA UNO CHE AVEVA «FAME»

Quello «più bravo di tutti» ha i capelli crespi, la pelle nera e la maglietta con il numero nove di Romelu Lukaku, il gigante buono della nazionale belga a cui da piccolo, nei momenti peggiori, la madre poteva offrire solo latte spezzato con acqua, l’adolescente che a 16 anni, nei momenti migliori, scommetteva con l’allenatore gol in cambio di crêpe, perché era uno che aveva «fame», e che oggi che è arrivato semplicemente il suo momento potrebbe essere l'uomo capace di battere la Francia.

PRONTI A VINCERE «LA PARTITA DELLA VITA»

«La partita della vita», dice Anis Smiai, cittadino di Bruxelles doc, e cioè con padre tunisino e madre belga di famiglia colona tornata dal Congo. «Credevo che tra loro e l'Argentina passasse l'Argentina. Ora per noi vincere contro i francesi sarebbe davvero la partita della vita». Come se quell'ultimo della fila fosse finalmente entrato in campo con il cugino grande, quello che da sempre stava nel campo mentre lui cercava di toccare la ringhiera.

Il centrocampista belga Kevin De Bruyne.

Lo sperano tutti che le parti, per una volta, si invertano. Lo pensano tutti, anche se non lo dicono, che sarebbe il riscatto. Almeno a Bruxelles Sud e in Vallonia, in questo Paese sempre diviso, ma mai così poco come in questi giorni. Giorni assolati in cui si crede anche all'impossibile. Mai si era visto il Belgio battere il Brasile, mai c'era stato un luglio così caldo e voluttuoso. E tutti quelli che passano di qua se ne stanno ubriachi, realmente o no, ebbri di quello che può succedere.

I BELGI RISPONDONO AGLI SFOTTÒ CON IRONIA

Di là dalla frontiera, è noto, li hanno sempre chiamati amici belgi, ritratti come gli stupidi nelle barzellette, canzonati per l'accento. Ma invece che ottenerne repliche e rimostranze, i belgi hanno risposto alla belga, con ironia, prendendosi in giro, diventando ancora più buffoni, più semplici, con il loro umorismo lieve e le loro scuole di fumetto. I francesi hanno Victor Hugo e Alexandre Dumas, Jean Valjean e il Conte di Montecristo? Quello che si avvicina di più all'eroe belga - perché pure avere un magnifico anti-eroe sarebbe stato prendersi troppo sul serio - è Tintin, il viso da boy scout e l'aspirazione di esplorare il mondo, come un protagonista della modernità in ritardo.

LA SOLA COSA IN COMUNE È L'OCEANO DI SALSE

Dove i francesi hanno la grande narrazione dell'era moderna, quella che vorrebbe rivedere fiorire il presidente Emmanuel Macron, i belgi hanno tante narrazioni gradevoli, ma sempre di secondo grado, solo nel disegno animato - l'ottava arte, ancora purtroppo orfana di prestigio - si distinguono. Dove i francesi hanno la nouvelle cuisine i belgi si vantano di essere gli inventori della patata fritta, cioè di una radice messa a cuocere nello strutto. La sola cosa in comune tra le due è l'oceano di salse. I francesi dicono "quatre-vingt-dix", quattro volte venti più dieci, per dire novanta - ma anche soixante-dix, sessanta dieci, per dire settanta - e i belgi trovandola una cosa poco pratica - e dategli torto - la fanno breve e coniano nonante.

A BRUXELLES TUTTI SI SENTONO A PROPRIO AGIO

I francesi gonfiano il petto brandendo la loro "eccezionalità", i belgi semplificano, sciolgono, accolgono. Un Paese piatto, senza asperità, un Paese piatto che accoglie tutti. Bruxelles, dicono spesso gli italiani, è la sola città al Sud che è al Nord. Ma il sospetto è che tutti ci vedano quello che vogliono, come fosse l'Aleph di Jorge Luis Borges, il luogo che racchiude tutte le cose del mondo. Sentirsi a proprio agio, tra scemi se vuoi, ma tutti.

René Magritte e sullo sfondo uno dei suoi dipinti più famosi: Golconda.

Persino il genio belga più enigmatico, stupefacente e innarivabile, René Magritte, ha nella sua biografia il marchio di questo amore per la ordinarietà. Quando nel 1927 decise di andarsene a Parigi, a inseguire il movimento più prolifico - ancora una volta, la guida è francese - dei surrealisti di André Breton, invece che starsene nei café di Saint Germain a bere assenzio o a dipingere nei marci solai come De Chirico, decise di prendere casa con la moglie, sposata a 24 anni e amata per tutta la vita, a Le Perreux-sur-Marne, un piccolo Comune alle porte della capitale francese.

PERSINO MAGRITTE DIPINGEVA COME UN IMPIEGATO

Se ne stette così con un'attitudine piccolo borghese, a cercare serenità dove gli altri rincorrevano la turbolenza, e poi se ne tornò a Bruxelles, a Jette peraltro: il quartiere oggi più poverò della città. Dipingeva con ritmo da impiegato: iniziava alle otto di mattina, pausa pranzo, riprendeva nel pomeriggio. La sera e nei fine settimana festeggiava con moglie e amici, tanti, sempre gli stessi. Si mascheravano, facevano esperimenti di cinematografia, giocavano con la loro identità. Ma nel tempo della festa, documentata oggi dai filmini girati dallo stesso Magritte, che lo ritraggono così meravigliosamente normale e proprio per questo imperscrutabile. Però guardatele le sue opere: lui è stato il più bravo di tutti.

La squadra francese in allenamento prima della semifinale col Belgio.

Ora per la prima volta potrebbero essere i più bravi anche nel calcio, i belgi. E per la prima volta infatti i francesi mostrano qualche nervosismo e per la prima volta i belgi non si fanno ventre molle. Ci sono i commentatori di Tf1 che fanno notare come l'allenatore in seconda, un "certo" Thierry Henry, venga dalla République ed editorialisti che su Libération accusano addirittura i belgi di essere troppo nazionalisti. Che solo a dirlo viene da ridere, nel Paese in cui i leader dell'Nva, partito fiammingo al governo, hanno assicurato che non serve più nemmeno lottare per l'indipendenza, perché il Belgio si dissolverà da solo, come nel vento.

NELLE FIANDRE IL DERBY È CON L'OLANDA

Nelle Fiandre la sfida è percepita diversamente. «L'avremmo sentita di più se fosse stata con l'Olanda con cui abbiamo una lingua quasi comune», commenta Friederic Stagen, biondo fiammingo che viene da Gant. Per poi aggiungere: «Non credo che i francesi abbiano questa idea così negativa dei belgi». Ma per i Valloni è un'altra cosa, loro sono gli ultimi, quelli che hanno l'economia più arretrata, vanno peggio a scuola e hanno una peggiore amministrazione. Loro sono quelli indietro pronti al balzo avanti.

QUANDO I DIAVOLI AGGUANTANO LE NUVOLE

Del resto basta leggere il testo di Le Plat Pays (Il Paese piatto), il brano simbolo di Jacques Brel, il più famoso cantante locale spesso scambiato per francese. Dice che in Belgio «il cielo è così basso che un canale s'è perduto», che «è così basso da fare l'umiltà», che in questo Paese piatto «il filo dei giorni è l'unico viaggio», «i cammini di pioggia l'unica buona sera», ma in questo Paese piatto, «con le cattedrali come uniche montagne» e «i neri campanili come alberi della cuccagna», succede che «diavoli in pietra agguantano le nuvole». Diavoli, Diavoli rossi e meravigliosamente senza pretese.

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