Cristiano Ronaldo
BLUES
11 Luglio Lug 2018 1302 11 luglio 2018

Cristiano Ronaldo e la degenerazione del mercato

Non è una questione etica o morale. Pagare un giocatore 400 milioni di euro pare l'ennesimo sintomo di capitalismo iperdopato. 

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È un mondo difficile e i fanatici allignano dappertutto, non solo i nostalgici della Rivoluzione d'ottobre, anche gli idolatri del mercato «che non sbaglia mai, che dice sempre la verità» come ripetono per giustificare l'operazione del calciatore Cristiano Ronaldo alla Juventus per 400 milioni di euro. Il mercato non sbaglia? Sì, come non sbaglia un meccanismo, non una ideologia, una dimensione dove si incontrano le ragioni di mille attori in gioco, una rete di nessi a tutti i livelli, qualcosa che produce informazioni, che registra effetti. Ma la diventa, ideologia, rendendolo un feticcio a propria convenienza, qualcosa che serve a giustificare ogni mostruosità.

Dire che il campione portoghese prende 30 milioni all'anno, due e mezzo al mese, impressiona fino a un certo punto, ma a tradurre la faccenda in care vecchie lire tutto appare in un'altra dimensione, più clamorosa: un giocatore di football costa quasi 1.000 miliardi a trasferirlo da una squadra all'altra e lui ne prende 5 al mese, di miliardi in lire, 170 milioni al giorno per correr dietro a un pallone. Con tutta la maestria possibile e immaginabile, ma questo è, questo rimane: prendere a sublimi calci una sfera di cuoio. Poi ci sono le sponsorizzazioni, i premi, i fuoribusta, gli annessi e connessi che son sempre un bell'argent de poche. Non ci chiediamo qui se sia giusto, se sia morale, ci chiediamo se sia normale, se siano ancora mantenute le proporzioni della logica e del buon senso anche alla luce di un mondo – e di un mercato - che non sono più gli stessi (leggi anche: gli effetti sul calcio italiano dell'affare Ronaldo-Juventus).

LA DEGENERAZIONE IPERDOPATA DEL MERCATO

Il mercato, dicono i suoi apologeti, non è né morale né immorale, è amorale: sì, certo, ma la questione è se questo sia ancora mercato, se sia ancora il capitalismo classico che reinveste i proventi di un affare oppure una sua degenerazione iperdopata e lunare. Come i colossi del web che hanno capitalizzazioni folli, quotazioni da migliaia di miliardi a fronte di dimensioni esigue rispetto ai grandi complessi multinazionali dell'economia vecchia e concreta, produttiva: acciaio, automobili, merci, grande distribuzione.

Facebook vale 520 miliardi in Borsa e dà lavoro a 21 mila dipendenti. General Electric, Ford, AT&T messi insieme valgono all'incirca quanto il giochino di Zuckerberg, 550 miliardi, ma occupano 1 milione e 100 mila addetti, almeno finché reggeranno alla distruzione non così creatrice della rivoluzione tecnologica. Walmart è il primo colosso Usa della grande distrubuzione, ha ricavi per 500 miliardi di dollari, ne capitalizza a Wall Street 264, ha 1,5 milioni di dipendenti, è il più grande datore di lavoro degli Stati Uniti, il numero uno in 22 Stati su 50. Ma lo scorso marzo aveva deciso di investire nella società farmaceutica Humana, valutata 37 miliardi, cioè nel business della sanità, del Medicare per reggere allo strapotere di Amazon che le sue dimensioni ormai le misura su scala planetaria: capitalizza 700 miliardi di dollari a Wall Street, acquista capannoni delle dimensioni di città, ha praticamente azzerato il vecchio commercio di bottega, i suoi standard lavorativi sono spesso messi in discussione.

Sempre meglio dei vetturini o fattorini delle società di recapito, tornati a livelli di sfruttamento che non si ricordavano dalla prima rivoluzione industriale. E sempre più sono gli analisti, gli economisti ma anche i filosofi della politica che si domandano se questo sia ancora capitalismo o in qualche modo un suo avvitamento, una sua negazione; e quanto di concreto, di fondato, di duraturo ci sia sotto queste montagne di denaro volatile.

Solide realtà o sogni che siano, la sproporzione è troppa per ignorare che qualcosa non torna. Anche nella compravendita dei campioni del pallone più di qualcosa non torna e non c'è bisogno di essere dei retromani dell'economia di piano sovietica per rendersene conto, per capire, come scrive Pippo Russo, che dietro ci stanno «i giochi dell'altissima finanza calcistica», non sempre raccomandabile, i cui rivoli d'oro finiscono in tante tasche a partire da quelle dei megaprocuratori.

Sì, poi ti spiegano che alla lunga la società della Juventus ci va perfino a guadagnare, ma il punto non è questo, il punto è se la razionalità del mercato, o del suo simulacro, rispecchi o meno la razionalità delle cose, della realtà di un mondo dove, per un pedatore costato 400 milioni di euro, sempre di più, a ondate, a legioni, perdono il lavoro, sostituito dalle macchine, liofilizzato in forme di sfruttamento legalizzato ma non per questo più lieve, più accettabile. Un mondo che riposa su 250 mila miliardi di debiti. Dove intere categorie di lavoratori sono state spazzate via in pochi anni, se non mesi, senza praticamente paracadute sociale, da cui il crollo della sinistra pressoché nell'intero Occidente industriale. L'87% del lavoro manifatturiero eliminato dall'automazione nella provincia americana, ma adesso tocca all'industria del divertimento di Las Vegas, che perderà il 65% dei posti entro i prossimi 5 anni secondo uno studio della Ball State University citato da Massimo Gaggi in Homo premium.

E, anche se l'economia Usa corre, questa volta sembra che passerà molto, molto tempo – nessuno sa dire quanto - prima che ci si riesca a inventare nuovi mestieri, ammesso che ci si riesca davvero. Nel mentre, il saldo umano è devastante, specie in Europa dove i tassi di occupazione americani ce li sogniamo a partire dall'Italia. Però abbiamo Ronaldo che piglia 500 milioni di lire a settimana per allenarsi e giocare e altrettanti per reclamizzare qualche profumo o smalto o costumino da bagno.

Appartiene al costume del populismo marxista, della demagogia proletaria ricordarsi anche di quelli che affondano nei gorghi di società sempre più polarizzate, sbilanciate, che dall'affare Ronaldo non avranno altro che illusioni televisive? Non necessariamente, si può essere assertori del mercato e lo stesso non farne un idolo, lo stesso capire, ammettere che la situazione sta sfuggendo di mano: dopo il CR7, non potrà mancare un altro divo della pedata deciso a stabilire il suo record, a costare mille miliardi, a farsene pagare cinque, dieci al mese. Nel giubilo delle folle, perché, per tragico paradosso, proprio le vittime delle nuove povertà, gli orfani della classe operaia e poi anche di quella medio-borghese, gli abbandonati a loro stessi sembrano, almeno in Rete, i primi a buttarsi nelle fontane per il passaggio del giocatore alla Juventus.

SE LA VOX POPULI DIVENTA VOX DEI FANATICI

Circenses senza panem, e a posto così. E c'è una bella cifra di disinvoltura nello scomodare i benefici effetti del mercato infallibile in funzione del tifo, della maglia, a fronte di operazioni che, sotto un'altra bandiera, gronderebbero furore e condanna morale: il cronista rosicone è invitato, per non dire comandato, a lasciar perdere le sue ubbie antimercatiste e concentrarsi sulla favola bella del “campione umile” (sic!) che approda alla società modello. Anche perché «sugli altri puoi avere ragione, su Cristiano mai». Vox populi, vox dei fanatici. E degli ipocriti, ci son di quelle facce di tolla che in un attimo hanno smesso la maglietta rossa e si sono infilate quella a strisce bianconere, brindando senza alcun imbarazzo a quello stesso sistema infamato fino a un minuto prima.

Ma sì, forse è vero che «il mercato non sbaglia mai» se lo stesso ex segretario della sinistra Veltroni, interpellato a spron battuto non si è capito bene a quale titolo, s'è abbandonato a ole che neanche il più efferato ultrà turboliberista: «Ronaldo è l'acquisto più bello, mancava una cosa così dai tempi di Maradona». Con tanti saluti alla giustizia sociale, all'1% con più soldi del restante 99, a tutto l'armamentario retorico della sinistra che tornerà buono in altre occasioni.

Però qui, vale la pena ripeterlo, non si fanno discorsi etici, qui ci si limita a chiedersi se davvero tutto questo sia ancora umanamente razionale. Quasi 200 milioni di lire al giorno per palleggiare, e il popolo altrimenti indignato è tutto felice, i becchini della sinistra di governo non parliamone e i giornaloni di servizio tirano la volata. Hanno calcolato che Ronaldo “vale” più del Salvator Mundi di Leonardo da Vinci. È un mondo difficile, ma se te ne accorgi quelli con le bacheche che rigurgitano Cristiani Ronaldi ti infilzano come dirigista, demagogo da quattro soldi, nemico del mercato. E perfino dello sport.

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