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CALCIO E PEPE
28 Luglio Lug 2018 0900 28 luglio 2018

Il valzer delle nazionalità nel calcio della globalizzazione

Il caso Özil non dimostra tanto la crisi di un modello di integrazione, quanto la fine di una «lieta narrazione». Il rettangolo di gioco riflette un cambiamento. E non potevano che essere Francia e Germania a diventarne simbolo.

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Fine di una lieta narrazione. L'addio alla nazionale tedesca annunciato ufficialmente lunedì 23 luglio da Mesut Özil segna la prima, gigantesca confutazione pubblica di una storiella edificante. Quella sulla Germania che nel calcio ha saputo integrare e germanizzare i figli degli immigrati, e che se è stata capace di farlo nel calcio non può non averlo fatto anche nel complesso della sua struttura sociale nazionale. Rispetto a questa rappresentazione delle cose, la rinuncia del centrocampista turco-tedesco segna una pesante battuta d'arresto e apre un nuovo capitolo della storia, dalle imprevedibili implicazioni. In primo luogo perché sono partite pesanti accuse nei confronti del presidente della federcalcio tedesca (Dfb), Reinhard Grindel, menzionato a più riprese nel lunghissimo comunicato stampa pubblicato dal calciatore dell'Arsenal. Ma soprattutto perché Özil ha parlato esplicitamente di attacchi razzisti. Gli sono state rinfacciate le origini turche e l'assenza di un sentimento nazionale privo di mediazioni.

IL CASO ÖZIL E QUEI DUE ELEMENTI DI STRANEZZA

La vicenda che ha portato all'addio è nota. Lo scorso 5 maggio, presso l'Hotel Four Season di Londra, Özil si fa immortalare in una foto mentre dona la propria maglia dell'Arsenal al presidente turco Recep Tayyp Erdoğan. Cioè il capo di Stato sotto la cui leadership si è registrato un livello fra i più bassi nelle relazioni politico-diplomatiche fra Germania e Turchia. Nella circostanza, Özil non è il solo a compiere il gesto di cortesia nei confronti di Erdoğan. Assieme a lui si trovano altri due calciatori tedeschi d'origine turca, anche loro tesserati da club della Premier League: Ilkay Gündoğan (Manchester City) e Cenk Tosun (Everton). Ma il solo a essere investito da critiche per quella pubblica dimostrazione di vicinanza al presidente turco è il centrocampista dell'Arsenal, e questo è il primo elemento di stranezza dell'intera vicenda. L'altro viene dalla tempistica della polemica. Che ha una prima ondata nell'immediato, ma poi si sopisce per tornare a farsi virulenta dopo la clamorosa eliminazione della nazionale tedesca ai Mondiali di Russia 2018. Dove la squadra campione del mondo in carica allenata da Joachim Löw non supera la fase a gironi.

Da quel momento in poi Özil viene rimesso al centro delle polemiche e trasformato in uno di capri espiatori della disfatta nazionale. Il centrocampista è accusato di non essere abbastanza tedesco e di portarsi dentro un'altra appartenenza nazionale che gli viene dalla discendenza anziché dalla nascita e dalla socializzazione. L'invincibile potenza dello ius sanguinis sullo ius soli. Ovvio che si tratti di interpretazioni molto forzose, oltreché condizionate dall'emotività scaturita da un'inopinata eliminazione. Ma comunque le accuse lasciano un segno, che non riguarda soltanto la persona di Özil. A essere messa in gioco è, appunto, la narrazione. Quella sulla Germania che come società nazionale porta a compimento l'ambizioso progetto d'ingegneria sociale messo a punto con la riforma della legge sulla cittadinanza del 1999, alla quale i risultati calcistici hanno dato coronamento con la vittoria del Mondiale brasiliano nel 2014. Da quel giorno si è avviata la celebrazione di una nuova Germania dal profilo sociale multietnico, capace di trarre linfa dal processo di differenziazione culturale. Un modello vincente, e non soltanto sui campi di calcio, di risposta alle sfide della globalizzazione.

LA GERMANIA? TROPPO SUPERFICIALE PARLARE DI UN MODELLO IN CRISI

Quattro anni dopo, uno dei calciatori-simbolo di quell'integrazione smette di rappresentare la patria calcistica tedesca perché stufo dell'accusa d'essere un mezzosangue. Se ne deve arguire che quel modello sia già in crisi e che la sua celebrazione sia stata soltanto un esercizio di retorica? Sarebbe una risposta superficiale a un problema complesso. Che invece va analizzato guardando oltre il caso specifico, e prendendo in esame sia altri casi di rappresentative nazionali che hanno affrontato analoghe crisi da integrazione, sia le condizioni di sfondo date dai processi di globalizzazione e dalle loro influenze sul calcio.

Germania, l'uscita dal Mondiale ridà fiato agli xenofobi

Nel 2014 il trionfo della Germania era stato anche il trionfo dell'integrazione. Quattro anni più tardi la disfatta della Mannschaft diventa il pretesto per l'apertura di una nuova questione razziale attorno alla spedizione guidata da Joachim Löw. Ad alimentarla i politici di Alternative für Deutschland, partito tedesco di ultradestra che alle ultime elezioni ha conquistato molti seggi nel Bundestag.

Nell'epoca della globalizzazione, il calcio delle rappresentative nazionali si trova a affrontare una questione di tipo nuovo: la gestione delle identità multiple, quelle di cui sono portatori atleti il cui profilo nazionale è composito. In casi del genere si viene a creare una difficile gestione di sentimenti privati e atteggiamenti pubblici, poiché il singolo calciatore è oggetto di un doppio richiamo: da una parte c'è la patria ufficiale, quella che ha erogato il passaporto e arruola l'atleta per essere rappresentata sui campi da gioco nelle competizioni internazionali; dall'altra c'è la patria sentimentale, quella che appartiene alle origini familiari e continua a esercitare una fortissima attrazione identitaria. Casi del genere possono riguardare anche rappresentative nazionali che mai ci si aspetterebbe. Come quella svizzera, la nazionale di un Paese di consolidata tradizione migratoria.

IL TRIANGOLO SVIZZERA-SERBIA-KOSOVO E UN CONFLITTO MAI SOPITO

Ancora una volta la polemica è esplosa nel corso dei Mondiali di Russia, dopo la gara vinta dalla Svizzera in rimonta (2-1) contro la Serbia. A segnare i gol della nazionale elvetica sono stati Granit Xhaka e Xherdan Shaqiri. Entrambi cittadini svizzeri, ma con percorsi differenti. Xhaka è nato in Svizzera da genitori albanesi, Shaqiri è nato in Kosovo quando la provincia faceva parte di uno stato chiamato Jugoslavia. I due, dopo aver essere andati a segno, hanno esultato allo stesso modo: incrociando le braccia al petto per mimare il gesto dell'aquila. Che è il simbolo della bandiera albanese, il che richiama immediatamente il mai sopito conflitto fra Albania e Serbia sul tema del Kosovo. Un conflitto che proprio sui campi di calcio ha trovato di recente una delle sue espressioni più virulente, con la gara fra Albania e Serbia disputata in data 8 ottobre 2015 e valevole per la qualificazione alla fase finale degli Europei di Francia 2016. In quell'occasione il sorvolo del campo effettuato da un drone che portava a spasso una bandiera del Kosovo scatenò la guerra in campo e sugli spalti.

Il gesto di Xhaka e Shaqiri è stato un proseguimento di quella saga che fa del calcio il conflitto etnico proseguito con altri mezzi, e ciò non poteva non creare uno strascico di polemiche. Al quale si è iscritto il segretario generale della federcalcio svizzera, Alex Miescher, che nel corso di un'intervista rilasciata al Tages-Anzeiger e pubblicata il 6 luglio si è chiesto se per la nazionale rossocrociata sia il caso d'insistere sui calciatori portatori di doppia nazionalità. Xhaka e Shaqiri gli hanno risposto in modo durissimo, ciò che ha contribuito a portare sulla scena una polemica che nel caso svizzero suona anche piuttosto bizzarra. Perché esplode in un Paese che è multinazionale praticamente da sempre, e che per di più si trova a affrontare la questione dei flussi migratori e dell'integrazione delle diverse nazionalità da molto prima rispetto alla gran parte degli Stati europei. Ma se la polemica s'accende anche da quelle parti, ciò significa che il tema della fedeltà nazionale calcistica da parte dei calciatori titolari di dual citizenship è questione dirimente dell'odierno calcio globale.

IL CASO CROATO E QUELL'EQUIVOCO CHE MERITA DI ESSER CHIARITO

In Italia i giorni che hanno preceduto la finale dei Mondiali tra Francia e Croazia sono stati arricchiti anche da una polemica etno-culturale alimentata da un tweet di Paolo Bargiggia, giornalista Mediaset impegnato da mesi a fare l'agit-prop di estrema destra. In quel cinguettio Bargiggia annunciava che avrebbe tifato per i croati perché la loro sarebbe una nazionale «completamente autoctona» e rappresentativa di «un popolo identitario, fiero e sovranista», mentre la nazionale francese è l'espressione del «melting pop» (sic!). Al di là dei suoi pretesi contenuti politici, il messaggio lanciato in Rete non va oltre la dimensione dell'opinione da bar. Il Bar Giggia. Resta il fatto che quel tweet ha creato polemiche e spinto le redazioni di SportMediaset e TgCom24 a dissociarsi dal loro giornalista, che a sua volta ha minacciato azioni giudiziarie contro le testate. Ma la deriva grottesca della storia non deve distrarre dal contenuto del tweet “politico”. Che nella sua rozzezza ha il merito di proiettare luce su un equivoco meritevole di essere chiarito.

L'equivoco parte dalla presunta purezza autoctona della nazionale croata. Su Twitter l'utente Mariano Bombarda ha fatto notare a Bargiggia che fra i “puri croati” ci sono tre bosniaci (Corluka, Lovren e il commissario tecnico Dalic), uno svizzero (Rakitic) e un austriaco (Kovacic). Ciò che dà lo spunto per riflettere su un'altra via verso la multinazionalità di una società nazionale. Una via propria dei Paesi dell'Est Europa, che occupano uno spazio estremamente composito in termini di identità nazionali e etno-religiose. In questo quadrante geopolitico la gestione delle complessità identitarie è una questione che occupa l'agenda politica da ben prima che diventasse un tema cruciale per le società euro-occidentali. In questo senso, il confronto con l'esperienza storico-culturale francese è totalmente sballato.

CHIACCHIERE DA BAR GIGGIA: UN PROBLEMA DI SCARSA CONOSCENZA STORICA

La Francia è stata un impero coloniale e il carattere composito della sua società nazionale è frutto in primis di quell'esperienza proiettata verso l'esterno. Invece la Croazia è un piccolo Paese che esiste come Stato nazione indipendente dal 1991 e trova una sua spiccata complessità per il fatto di essere espressione dell'eterno mosaico balcanico. Una complessità interna allo spazio geopolitico. Si tratta di due soluzioni distinte alla questione della realizzazione delle società multietniche. Metterle in contrapposizione sul cleavage meticciato/purezza significa essere al grado zero di conoscenza storica. A meno che non si voglia segnalare l'unica differenza davvero individuabile: la presenza o meno, in squadra, di calciatori dalla pelle nera. Ma quello è un altro discorso.

Dunque bisogna tornare al punto da cui siamo partiti: la narrazione messa in dubbio, a proposito della nazionale tedesca come modello di squadra multietnica. Un passaggio che avviene giusto mentre la Francia vince il proprio secondo mondiale. E come non ricordare che il primo, 20 anni fa, diede vita alla retorica sulla Francia black, blanc, beur da indicare come esempio di integrazione riuscita? Per qualche anno fummo esposti alla retorica del Paese che aveva saputo vincere la sfida dell'integrazione. Poi giunsero i segnali di controtendenza. Per primo, quello dell'amichevole tra Francia e Algeria dell'ottobre 2001, che diede vita a gravi momenti di tensione. Poi l'incendio delle periferie e i ripetuti episodi di terrorismo nel territorio francese. La Francia che ha vinto i Mondiali di Russia 2018, e che da qualche parte è stata indicata come espressione di una vittoria dell'Africa, è in realtà il Paese che propone una narrazione di seconda generazione sui modelli d'integrazione. Una narrazione basata sul disincanto e sulla volontà di apprendere dalle sconfitte e dalle illusioni che nella prima fase erano state generate dall'eccesso di ottimismo.

FRANCIA-GERMANIA NON È PIÙ IUS SOLI VS IUS SANGUINIS

È questa la lezione a cui deve guardare una Germania avvelenata dal caso Özil. E è curioso che si crei questo parallelo fra i due Paesi che, oltre un quarto di secolo fa, vennero posti come termini di un'analisi comparativa per un famoso saggio sul tema della cittadinanza nazionale scritto dal sociologo americano Rogers Brubaker. Il libro, tradotto in Italia dalla casa editrice Il Mulino col titolo Cittadinanza e nazionalità in Francia e in Germania, analizzava le due esperienze europee che al massimo grado abbracciano i due principi ascrittivi per l'erogazione della cittadinanza: la Francia come patria dello ius soli, la Germania come patria dello ius sanguinis. Come si è visto, dal tempo in cui Brubaker pubblicò il suo saggio le cose sono cambiate. La Germania ha rivisto la legge sulla cittadinanza per integrare i figli di immigrati, la Francia ha affrontato a più riprese il dibattito sull'opportunità di temperare lo ius soli. Effetti dei processi di globalizzazione e di modelli di cittadinanza che hanno l'obbligo d'essere più aperti ma perciò devono affrontare sfide di nuovo tipo sulla via dell'integrazione. Il calcio è un riflesso perfetto di questo processo. E per l'Europa non potevano che essere le nazionali francese e tedesca a diventarne simbolo.

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