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4 Agosto Ago 2018 1200 04 agosto 2018

De Laurentiis, il Bari e il senso delle multiproprietà nel calcio

In principio fu Levy, che ha avuto quote in Vicenza e Aek. Poi Gaucci, Sensi, Setti. Fino agli ultimi casi: da Lotito a Preziosi. La moda del secondo club (che affossa le squadre B).

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Un club non basta. La voglia di multiproprietà che ha catturato il calcio italiano segna un nuovo passaggio grazie all'acquisizione realizzata lo scorso 31 luglio da Aurelio De Laurentiis, presidente e proprietario del Napoli. L'oggetto della transazione è stato il Bari (anzi, la Bari), club da poco fallito e escluso dai ranghi del calcio professionistico. La società che va a prendere il posto di quella defunta sarà dunque sotto il controllo del produttore cinematografico. Che ha colto l'occasione della conferenza stampa tenuta nella sede del Comune di Bari (con accanto il sindaco Antonio Decaro e l'avvocato Mattia Grassani) per fare sfoggio dell'usuale magniloquenza. Ciò che gli ha permesso di destreggiarsi fra la linea di gelati distribuiti sui Frecciarossa e la mancata realizzazione del Ponte sullo Stretto, in un crescendo di cinema live che sarebbe valso il prezzo d'un biglietto. Ma al di là dei dettagli di colore, rimane il dato di fatto che De Laurentiis ha vinto la sfida della multiproprietà.

«Finalmente!!! E' una vita che Bari...». Questo uno degli striscioni affissi dagli ultrà del Napoli, che criticano la decisione del presidente del club partenopeo, Aurelio De Laurentiis, di acquistare il Bari.

Ansa

Da qui in avanti Aurelio controlla due società di calcio, per di più appartenenti alla nobiltà del pallone italiano. Soprattutto, fa specie che egli abbia dovuto vincere la concorrenza di altri tre presidenti-proprietari di Serie A: Urbano Cairo, Enrico Preziosi e Claudio Lotito. Quanto a Cairo, proprietario e presidente del Torino, si sarebbe trattato dell'esordio nel campo della multiproprietà calcistica come è per De Laurentiis. Invece Preziosi e Lotito sono esperti del ramo. Preziosi, presidente e proprietario del Genoa, ha avuto il Lugano nel portafoglio calcistico quando già controllava il club rossoblu. E ha appena fatto in tempo a smaltire la delusione per la mancata acquisizione del Bari, che già è pronto a mettere le mani su un altro storico club appena scomparso: l'Avellino. Uno straordinario attivismo calcistico, quello del presidente genoano. Che ha nel curriculum anche le esperienze calcistiche di Saronno e Como. Ovvio che faccia di tutto per farle dimenticare, visto come entrambe si sono concluse.

IL CASO LOTITO, PROPRIETARIO DI LAZIO E SALERNITANA

Quanto a Lotito, presidente e proprietario della Lazio, dal 2011 è anche proprietario della Salernitana, prelevata dopo il fallimento e riportata in Serie B. Dove però adesso il club granata staziona come se quello fosse il suo tetto, ciò che ormai provoca vasto disappunto fra i tifosi. Perché in caso di scalata della Salernitana in Serie A, per Lotito il conflitto d'interesse si aggraverebbe. Ci si troverebbe con un torneo che allinea due squadre sottoposte alla medesima proprietà. Problema serio, che Lotito ha provato a risolvere comprandone una terza. Gli è andata male, e adesso dovrà raddoppiare gli sforzi per ricucire il rapporto con la piazza di Salerno, che avverte d'essere condannata al vassallaggio nella mappa calcistica del presidente laziale. Sensazione non certo peregrina, anche perché è questo il rischio che viene corso da ogni seconda società che rientri in uno schema di multiproprietà calcistica. Non a caso De Laurentiis, durante l'incontro con la stampa barese, ha lanciato il messaggio sulla necessità di cambiare le regole su questo punto e consentire a un proprietario di allineare più squadre in un medesimo torneo. Sa bene che a Bari stanno già prendendo quota le voci critiche, preoccupate dal rischio che la nuova società biancorossa si ritrovi nel ruolo di satellite del Napoli. Situazione che alla lunga creerà tensioni.

I secondi club, con un passato rilevante e tifoserie portatrici di forte identità, sono oggetti d'interesse

Quelli illustrati fin qui sono soltanto alcuni esempi di multiproprietà calcistica. Di cui la storia relativamente recente del calcio italiano è ricchissima. La gamma è vasta e passa dalle multiproprietà di raggio internazionale a quelle che si sviluppano nel calcio delle categorie nazionali inferiori. Per quanto riguarda le multiproprietà internazionali, il primo e corposo caso fu quello del Vicenza, acquisito a fine Anni 90 da una finanziaria inglese denominata Enic. A capitanarla era David Levy, che pochi anni dopo avrebbe condotto con successo la scalata alla proprietà del Tottenham Hotspur. Oltre al Vicenza, l'Enic deteneva quote più o meno ampie di club distribuiti in diversi Paesi: Glasgow Rangers, Slavia Praga, Basilea e Aek Atene. Il caso Enic fece suonare un primo allarme nelle stanze dell'Uefa, dove ancora si facevano i conti con la freschissima ferita inferta dalla sentenza Bosman. E, a giudicare dai risultati, si può dire che anche la battaglia contro la multiproprietà nel calcio ha portato alla confederazione calcistica europea una sonora sconfitta.

LE AVVENTURE INTERNAZIONALI DELLA FAMIGLIA POZZO

A testimoniarlo è il sistema di società calcistiche costruito nel corso degli anni dalla famiglia Pozzo, che partendo dall'Udinese è arrivata a mettere sotto controllo tre club in tre Paesi diversi: oltre ai bianconeri friulani ne hanno fatto parte gli spagnoli del Granada e gli inglesi del Watford. Di questo sistema l'Udinese era il centro, ma poi le cose sono cambiate. L'acquisizione di un club che poi ha conquistato la promozione nel campionato più ricco del mondo (la Premier League) ha fatto passare il Watford in cima alle preferenze della famiglia, con grave scorno per i tifosi dei bianconeri. Inoltre, il Granada è stato ceduto ai cinesi di Desports, che poi hanno acquisito anche il nuovo Parma. Vi sono pure i casi mancati. Negli ultimi due anni si è parecchio vociferato sulla possibilità che la Juventus acquisisse un club in Portogallo, in cui piazzare giovani promettenti e calciatori in eccedenza. Ma la cosa non ha mai avuto un seguito. Pareva che su questa strada fosse un passo avanti l'Inter, la cui proprietà cinese progettava un anno fa di acquisire due club all'estero per farne dei satelliti: il Mouscron in Belgio e il Gil Vicente in Portogallo. Il progetto era anche ben avviato, ma poi la stretta comandata dal governo cinese in materia di investimenti calcistici all'estero l'ha fermato.

A destra, David Levy: la sua Enic in passato ha detenuto quote di Vicenza, Glasgow Rangers, Slavia Praga, Basilea e Aek Atene.

Venendo ai casi che rimangono entro i confini nazionali, va rilevato innanzitutto quello che ebbe come protagonista Luciano Gaucci. Questi si ritrovò a controllare tre club: Perugia, Catania e Viterbese. Anche Franco Sensi, presidente e proprietario della Roma del terzo scudetto, fu per un certo periodo proprietario del Palermo. Per aggiudicarselo dovette vincere la concorrenza di Flavio Briatore, e pochi anni dopo rivendette la società rosanero a Maurizio Zamparini. Il caso più recente ha come protagonista Maurizio Setti, presidente dell'Hellas Verona che ha appena rilevato il Mantova in Serie D.

UNA RISPOSTA AL PROGETTO DELLE SQUADRE B

La corsa dei proprietari italiani a acquisire altre società di calcio è una risposta al progetto di inserire le squadre B nelle categorie inferiori. Un progetto che ha già registrato una defezione di massa da parte dei club di A, e che del resto anche nei Paesi in cui è adottato viene messo in discussione. In Portogallo, per esempio, è stato appena istituito un campionato Under 23 che è la premessa per l'eliminazione delle squadre B. Dunque risulta chiaro che in Italia, delle squadre B, interessi quasi a nessuno. Diverso il discorso che riguarda il secondo club. Che è sempre una società calcistica con un passato rilevante e una tifoseria portatrice di una forte identità. Le società di questo tipo sono oggetti d'interesse, eccome. E rimane da chiedersi per quale motivo esse interessino così tanto.

Le risposte possono essere diverse. Una prima ragione è quella di usare la seconda squadra per far giocare i ragazzi migliori provenienti dai settori giovanili della squadra principale, e i calciatori che in quella hanno poco spazio. Ma le seconde squadre possono servire anche per ingaggiare calciatori all'estero e far fare loro un primo passaggio in Italia. In questo senso, la regola-colabrodo sul tesseramento degli extracomunitari è un'opportunità troppo invitante. E poi potrebbero esserci anche gli aspetti meno commendevoli. Moltiplicazione dei trasferimenti intergruppo di calciatori, con relative commissioni agli agenti, per esempio. O plusvalenze incrociate. Ma ovviamente questi casi non riguarderebbero i presidenti delle nostre società di calcio. Che sono persone troppo perbene, e perciò cose del genere non ne farebbero mai.

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