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1 Ottobre Ott 2018 1536 01 ottobre 2018

Gli arbitri italiani stanno boicottando la Var?

La simulazione di Chiesa fa imbestialire l'Atalanta. Percassi come Cairo: «La tecnologia usata così non serve a nulla». Il presidente Nicchi difende i direttori di gara. Ma i casi controversi aumentano.

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Se tre indizi fanno una prova, la Serie A ha un problema di nome Var. La clamorosa simulazione di Federico Chiesa, decisiva ai fini del successo per 2-0 della Fiorentina sull'Atalanta nella settima giornata, s'iscrive nel solco del mani non sanzionato di Federico Di Marco nel corso di Inter-Parma e dell'inesistente offside fischiato ad Alejandro Berenguer durante Udinese-Torino, causa dell'annullamento di un gol granata regolarissimo. Tutti episodi sui quali la Video assistent referee non è intervenuta, malgrado l'aiuto tecnologico avrebbe potuto rapidamente far chiarezza su episodi, a dire il vero, assai poco dubbi.

I DIRETTORI DI GARA SEMPRE PIÙ RESTII ALL'UTILIZZO

Si è scritto a più riprese di una modifica del protocollo Ifab, l'organo internazionale deputato all'innovazione delle regole calcistiche, che ha riscritto la dicitura delle occasioni in cui la Var dovrebbe intervenire. Da «chiari» a «chiari ed evidenti errori» («clear and obvious error»), così da restringere il campo d'azione del giudice elettronico solo alle sviste più clamorose. Una modifica che di per sé non basta a giustificare il mancato utilizzo in situazioni come quelle sopra citate, per le quali l'aggettivo «evidente» pare calzare a pennello. E allora, ai più maliziosi, vien da chiedersi se questa improvvisa refrattarietà alla tecnologia da parte dei direttori di gara non sia riconducibile al desiderio di riprendere pieno possesso della propria, insindacabile, autorità sul rettangolo di gioco.

Eppure, per il presidente dell'Associazione italiana arbitrti Marcello Nicchi «bisogna cominciare a parlare sempre meno della Var, uno strumento tecnologico molto utile voluto da tutti e ben applicato, sul quale comunque ci sono delle cose da migliorare». Il protocollo è «quello approvato l'anno scorso», ha voluto precisare Nicchi, «gli arbitri lo stanno applicando. Poi ogni tanto qualcuno sorprendentemente non se ne avvale, ma di questo si occuperà Rizzoli». Un chiaro riferimento all'errore commesso da Paolo Valeri nel match tra Fiorentina e Atalanta. «Lo strumento c'è», ha aggiunto ancora il presidente dell'Aia, «e va utilizzato al massimo così le discussioni sono al minimo. Chi non si attiene ai regolamenti va in panchina, non è un problema». Un richiamo a una maggiore attenzione da parte degli arbitri e, forse, a un utilizzo meno parsimonioso del Var, malgrado casi come il contatto tra Svamberg ed Ekong in Bologna-Udinese dimostrino che gli errori siano possibili anche di fronte all'ausilio di immagini pù che esaustive.

PERCASSI E CAIRO SUL PIEDE DI GUERRA

«Se la Var non viene utilizzata, meglio lasciar perdere», ha provocatoriamente rilanciato il presidente dell'Atalanta Antonio Percassi. «Mi pare che quest'anno non se ne faccia un uso in linea con le sue finalità». Parole che riecheggiano quelle pronunciate da Urbano Cairo al termine di Udinese-Torino. «Usata così è meglio non averla», si era lasciato scappare in quel caso il numero uno granata. E così, d'un tratto, l'entusiamo che aveva accompagnato la tecnologia in campo al termine della stagione 2017/18 sembra lasciar sempre più spazio ai dubbi e alle perplessità. Un passo indietro, ritornando a quello che ora pare essere un Medioevo calcistico, sembra essere un'assurdità. Ma se la scia di errori lampanti lasciati alla discrezionalità del diettore di gara dovesse allungarsi, allora il calcio italiano, a suo modo apripista di una rivoluzione, dovrà interrogarsi sul da farsi.

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