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20 Ottobre Ott 2018 1600 20 ottobre 2018

La squadra di rifugiati che diventa un film

Dal 2007 la Liberi Nantes schiera ragazzi ospiti dei centri di accoglienza. Tra limiti imposti dalla Figc e razzismo. Nel documentario Fuoricampo la storia di un modello di inclusione tramite il calcio.

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Si danno appuntamento una o due volte a settimana per gli allenamenti, nel weekend per scendere in campo. Proprio come una squadra qualunque. Da 11 anni la Liberi Nantes football club si presenta al fischio d'inizio del campionato di Terza categoria laziale schierando tra le sue fila gli ospiti dei centri di accoglienza della provincia di Roma. Richiedenti asilo e rifugiati politici, per la maggior parte provenienti dall'Africa sub-sahariana.

IL PROGETTO LANCIATO DA NOVE RAGAZZI ROMANI

Sono i loro i protagonisti del documentario Fuoricampo, realizzato dal collettivo Melkanaa e uscito nelle sale italiane il 18 ottobre per raccontare la vita oltre il rettangolo di gioco di una squadra che, nel suo piccolo, ha dato il la a una piccola rivoluzione. Già, perché sono decine ora in Italia i progetti analoghi a quello ideato nel 2007 da nove ragazzi romani decisi a mettere in pratica il principio che «ogni essere umano ha diritto al gioco».

L'associazione Liberi Nantes oggi può contare su 30 volontari e centinaia di ragazzi impegnati nelle varie attività messe in campo nel corso degli anni, dalla scuola di italiano al teatro passando per le escursioni. Da questa stagione, tuttavia, la squadra di calcio ha scelto di non presentarsi al via del campionato di Terza categoria, preferendo optare per un torneo amatoriale. Il motivo è presto detto: a causa delle difficoltà dei ragazzi nell'ottenere un certificato di residenza, dal 2007 a oggi la Liberi Nantes è sempre stata costretta in campo nell'impossibilità di fare classifica.

NESSUNA DEROGA CONCESSA DALLA FEDERCALCIO

A nulla sono valse le richieste di deroga presentate a più riprese per poter competere a pieno regime a livello professionistico. «Il livello è un po' più alto», spiega a Lettera43.it il presidente dell'associazione Alberto Urbinati, «ma è difficile per i ragazzi accettare il fatto di non poter battagliare sul campo per ottenere un risultato concreto».

Nell'hinterland romano tutti conoscono la Liberi Nantes e non stupisce che molti ragazzi sbarcati in Italia, una volta trovata sistemazione nei centri accoglienza, chiedano di potersi mettere in contatto con i volontari per indossare gli scarpini e tirare calci a un pallone. «A sentir loro son tutti calciatori navigati», racconta sorridendo Urbinati, che tuttavia non nasconde le difficoltà di portare avanti l'opera dell'associazione, completamente auto-sovvenzionata.

ALCUNI RAGAZZI SONO ARRIVATI IN PROMOZIONE O ECCELLENZA

«I costi non sono bassi, specialmente per quel che riguarda il campo sportivo abbandonato che abbiamo rimesso in sesto nel quartiere di Pietralata». E la logistica non è da meno, viste le difficolà incontrate quotidianamente anche soltanto per portare i ragazzi agli allenamenti. Tra i tantissimi ragazzi che sono transitati dalla Liberi Nantes qualcuno ha fatto strada, strappando ingaggi in società di Eccellenza e Promozione. Uno di loro, portato in Italia, con la promessa di un fantomatico ingaggio da parte di un top club, è arrivato sino alle giovanili della Roma.

LA LOTTA CONTRO IL RAZZISMO SUI CAMPI DI PERIFERIA

Di certo l'accoglienza riservata alla Liberi Nantes non è sempre delle migliori. «Per la maggior parte dei nostri avversari siamo una squadra qualunque», racconta Urbinati, «qualcuno si congratula con noi per quello che facciamo, ma non nascondo che a volte capita di fare i conti con ululati e offese razziste». E non si può dire che nel corso degli anni le cose siano andate migliorando. «Quello che ho notato», spiega il presidente, «è la maggiore semplicità con cui ci si concede l'insulto razzista rispetto a 10 anni fa. Con ogni probabilità frutto di una legittimazione portata avanti dalle recenti politiche che nulla hanno fatto per l'inclusione». Da parte sua, non si può dire che il mondo del calcio professionistico, spesso alle prese con episodi di intolleranza e raramente modello di integrazione nel nostro Paese, abbia finora fatto abbastanza. «Encomiabili le campagne come quelle dell'Uefa, ma di concreto si fa poco o nulla. E non sarebbe una cattiva idea valorizzare i progetti di che scende in campo in prima persona per l'integrazione». Un maggior coinvolgimento dell'associazionismo, insomma, per trovare anche in Italia quel coraggio nell'affrontare l'integrazione che molti Pasei hanno già mostrato di avere.

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