Giacomo Borsari Nba Fisioterapista
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21 Ottobre Ott 2018 1100 21 ottobre 2018

Storia di Giacomo Borsari, un fisioterapista italiano in Nba

Bolognese, cresciuto nella Virtus degli Anni 90, "Jack" è uno dei sei specialisti che la Lega di pallacanestro Usa mette a disposizione delle 30 squadre. Gli studi, il contratto, gli aneddoti: il suo racconto a L43.

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Sono gli Avengers della Nba. Salvare (e guarire) dagli infortuni cronici gli atleti delle squadre del campionato di pallacanestro più spettacolare del mondo è la loro missione. Gomito. Mano. Spalla. Ginocchio. Caviglia. Schiena. Una task force di fisioterapisti altamente specializzati e accuratamente selezionati direttamente dal board della National Basket Association, una delle associazioni sportive più potenti del pianeta, pronti a entrare in azione ogni volta che le 30 franchigie americane lo richiedono. Sono due americani, un russo, un brasiliano, un giapponese e un italiano. E non è una barzelletta.

UN CONTRATTO "SU MISURA"

Il connazionale in questione si chiama Giacomo Borsari. Quando è in Italia se ne sta tranquillo a Castel San Pietro Terme, vicino Bologna, assieme alla famiglia. Jack, come lo chiamano tutti, classe ’73, è sposato e ha un figlio di cinque anni, Leonardo. Ma ora, con la stagione che è iniziata, il suo ufficio di riferimento diventa l’Olympic Tower di New York, sulla Fifth Avenue, dove si trova la sede centrale della Nba. Un bel salto. La verità però è che nella Grande Mela ci starà pochino. Perché il suo posto, come detto, è laddove c'è bisogno: «Se i Lakers di Lebron James dovessero trovarsi con uno o più giocatori sofferenti alla caviglia», racconta Borsari a Lettera43.it, «dovrò raggiungerli in 24 ore». Per poi ripartire magari la settimana successiva, in New Jersey ad esempio, dall’altra parte della costa. Altro aereo. Altro giro. Altro regalo. Una stagione tutta così. «Ritmi infernali. Ma facendo parte di un organo completamente nuovo, non so ancora bene cosa mi aspetta. Di sicuro conoscerò nuovi giocatori, sarà massacrante e fantastico allo stesso tempo».

Jack, la Nba, la conosce molto bene. Ha iniziato con gli Atlanta Hawks, stagione 2013-14, poi quattro anni con i Chicago Bulls, sempre in qualità di responsabile del team dei fisioterapisti. Per lui la Nba ha estratto dal cilindro un contratto atipico, praticamente mai stipulato prima. «Quando mi hanno chiamato per la prima volta, cinque anni fa, ho spiegato l’impossibilità di trasferirmi, io e mia moglie avevamo appena avuto nostro figlio. Per mia fortuna hanno rilanciato». E che rilancio. Dieci giorni al mese fisso con la squadra, alloggio e trasporti pagati. Poi sempre collegato con il team via Skype, giorno e notte. Suo l’ultimo parere sulla salute di ciascun giocatore, e in caso di emergenza (nove volte solo l’anno scorso) subito in volo verso gli Usa in 24 ore. Insomma, dopo averlo spedito in Georgia prima e nell’Illinois poi, la Nba se lo è ripreso per inserirlo nei “Magnifici sei”, i super professionisti della fisioterapia, da quest’anno a totale disposizione dei giocatori che avranno bisogno.

GLI INIZI ALLA VIRTUS DI DANILOVIC

Come detto, è la caviglia la parte del corpo di cui si occupa Giacomo. “Lesione di 2° grado e di nuovo in campo in 72 ore” è il titolo della sua tesi di laurea in Fisioterapia, conseguita ad aprile in Svizzera: «Ci tenevo molto, ma non è stato per niente facile. Con gli impegni della Nba e la famiglia, in pratica ho studiato solo di notte». Una lesione di secondo grado richiede solitamente una convalescenza tra i 12 e i 18 giorni. Jack ti rimette in piedi, pronto per giocare, in tre. È la rivoluzione. Al punto che diventerà presto un brevetto. Ma lui non si scompone. Resta un ragazzo semplice, dal sorriso facile, che crede nel lavoro, quello fatto bene. «Nella Nba, se fai l’asino una volta, sei fuori. Se fai il bravo, invece, si passano la voce», dice. Probabilmente è così che il board della Nba lo ha chiamato: «Loro sanno tutto. Tra atleti e dirigenti inevitabilmente si parlano». Toni Kukoc, Marko Jarie Sasha Danilovic per fare due esempi, sono alcuni degli ex giocatori con cui Giacomo ha avuto a che fare in Italia e che poi sono andati a giocare negli Usa. Jack si è formato proprio nella Virtus Bologna di Sasha degli Anni 90, il periodo d’oro della società emiliana: «Devo tutto a loro. Hanno creduto in me, dopo aver preso il diploma in Francia mi hanno fatto trottare in giro per il mondo affiancandomi ai guru della medicina applicata allo sport. Ho iniziato nel ’97, da lì non mi sono più fermato».

Giacomo Borsari.

Giacomo è giovane, ma ha già lavorato a lungo con i più grandi di tutti. E loro si ricordano di lui. Emanuel Ginobili, il più forte giocatore argentino di tutti i tempi, gli ha scritto qualche settimana fa un messaggio: «Ciao Jack, me la ricordo bene anch’io quella mattina». Una mattina che Giacomo ha ricordato in un post su Facebook in occasione del recente ritiro dal basket proprio di Manu. Agosto 2000, primo giorno di raduno con la Virtus per Ginobili, che si presentò in pesante anticipo. Al palazzetto non c’era ancora nessuno. Tranne Jack. «A casa mia non c’è da mangiare, non ci sono i cuscini, accompagnami». L’argentino lo convinse a portarlo in scooter a fare spese, un fotografo li vide e fece uno scatto. Il giorno dopo i due finirono in prima pagina, facendo andare su tutte le furie Ettore Messina, allora coach Virtus: «Era vietato trasportare i giocatori in motorino. Io lo feci il primo giorno: come iniziare bene una stagione».

L’INCONTRO CON LEBRON: UN REGALO INASPETTATO

Aneddoti che restano impressi. Specie se riguardano il più grande di tutti: Lebron James. «Nel mio primo anno ad Atlanta, la squadra era diventata la nemesi dei Cavaliers. Alla terza vittoria su quattro in campionato, incrociai James: ‘Hey, Lebron, è la terza che vinciamo con voi’. Lui mi rispose: ‘Ci vediamo nei playoff’». Andò esattamente così. Le due squadre si ritrovarono in finale di Conference, gli Hawks di Al Horford, Paul Millsap e Pero Antic erano una buona squadra. Eppure: «I Cavs ci distrussero 4-0, la minaccia di Lebron, insomma, divenne realtà. A fine gara me lo ritrovai di nuovo davanti: ’Che ti avevo detto?’ mi disse. Con il sorriso gli chiesi allora se potevo avere la sua maglia ma fu immediatamente rapito dalle tivù per le interviste». All’uscita, qualcuno bussò all’autobus degli Hawks. Era lui. I giocatori di Atlanta neanche volevano vederlo. L’unico felice in quel momento era Giacomo: «Salì sul bus con una busta in mano: era la sua canottiera per me».

Kevin Durant e Steph Curry, stelle di Golden State.

Anche da Chicago arriva un aneddoto interessante. Una sera a cena con i Bulls e i Bears della Nfl, Giacomo si ritrovò con l’auto bloccata nel parcheggio del ristorante dai suv dei giocatori. «Andai da Jimmy Butler (allora fuoriclasse dei Bulls, ndr) per spiegargli la situazione. Mi mandò cinque o sei armadi del football alti e larghi due metri: sollevarono letteralmente dal marciapiede la mia auto e me la misero in strada». Non sempre però gli atleti sono così disponibili. Jack, che possiede una scuola di massaggio sportivo a Bologna, carabiniere e Cavaliere della Repubblica dal 2014, è stato anche fisioterapista del team svedese Victory Challenge dell’America’s Cup, dal 2001 a metà del 2002: «È stata la prima e unica volta che ho lavorato con una squadra di velisti. E così il primo giorno chiesi ai ragazzi di uscire insieme in mare, per capire quali fossero i loro movimenti. Mi presentai in ciabatte e canottiera: nessuno di loro aprì bocca. Tornai a terra ustionato con 40 di febbre. Lo scherzo al pivellino, diciamo così. Ma ebbi tempo per vendicarmi». Steph Curry e compagnia sono avvertiti.

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