George Foreman Vita AXEL SCHULZ

Le tante vite di George Foreman

Campione temuto, ma passato alla storia per la sconfitta con Ali. Businessman e predicatore. Poi di nuovo sul ring. L'implacabile boxeur compie 70 anni. 

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George Foreman va giù come un dinosauro, un grattacielo, un albero nella foresta africana. Va giù come il muro delle sue certezze, sono il più forte, il più terribile, il più spietato combattente di ogni tempo: mezz'ora, ed è finito tutto e tutto è perduto. «Per giunta contro il più grande sbruffone di tutti i tempi, contro Ali». Non ci sarà mai un pugile di apocalittica potenza come Foreman, eppure non ce n'è un altro destinato a passare alla storia per la sua sconfitta invece che per la furia con cui annientava tutti. Bastava un colpo solo, non importa quale e a chi. Basterebbe anche oggi che compie 70 anni, non ha più quei baffetti da damerino, unica cosa quasi frivola, non ha più quell'arroganza da campione e la faccia gli si è amabilmente deformata come quella di Toro, il mostro marino di Braccio di Ferro che parlava così: «Adesso Toro ti muore, adesso Toro muore te».

QUANDO FOREMAN MISE AL TAPPETO FRAZIER

Ma George no. Prima sì, faticava a parlare, anche lui, ma adesso parla fin troppo sciolto. Dopo essere stato pugile, è stato predicatore. E poi è tornato pugile e poi è tornato campione, a 45 anni suonati. Le tante vite di un mostro. «Sferrava colpi che non credevo possibili in un essere umano», avrebbe scritto Muhammad Ali nella sua autobiografia. C'è un momento, l'ultimo, del match contro Joe Frazier, nel 1973 a Kingston, Jamaica, in cui diventò campione. Frazier era in carica, faceva il brutto muso, ma a vederli faccia a faccia prima dell'inizio si capiva che pure lui, Smokin' Joe, teneva paura. Certe cose traspaiono, traspirano. L'odore del terrore. Joe crolla sei volte in meno di due round e George lo supplica brutalmente, «Joe, santo cielo, sta' giù, finirò per ucciderti». Anni dopo, Frazier avrebbe ricordato quell'incubo con l'umorismo di un bluesman: «George mi trattò come uno yo-yo». Nell'ultima scena c'è un colpo di Foreman, un uppercut, e Frazier lì per lì resta fermo, come marmorizzato; poi tutto il mondo vede una cosa orribile, vede il suo corpo che si stacca da terra, vola per aria e rovina penosamente. Joe in quell'incontro pesava 103 chili. Un anno dopo a Caracas Ken Norton sarebbe finito soffiato via da botte che non sembravano neanche botte, sembravano solo spintoni.

Il match Foreman Ali nel 1974.

Tutti i pugili temevano di finire ammazzati salendo con Foreman. Anche quando Ali esce dallo spogliatoio dello stadio XXIV Maggio di Kinshasa, il suo equipaggio sembra avviarsi a una commemorazione funebre e lui come un profeta li deve riscuotere: «Perché siete così tetri? Di cosa avete paura?». Che ti ammazzi, Muhammad. Tu sei orgoglioso, non ti arrenderai mai, ma quello è capace di farti fuori. E ricordavano tutti la cosa terribile che aveva confidato uno sparring ad Ali che gli chiedeva quale fosse il colpo migliore di Foreman: «Non ha un colpo migliore. Ha il pugno ovunque, si chiama così perché ovunque arrivi ti spacca qualcosa, un muscolo, un osso, quello che vuoi ma ti storpia». Alle Olimpiadi di Città del Messico Foreman è ancora un acerbo dilettante di 19 anni ma questo non lo rende più umano, l'italiano Giorgio Bambini ha la sventura di sfidarlo, il primo diretto che sembra un tram lo sfiora e lui sente fischiare l'aria e allora si butta per terra. «Alzati, vigliacco!». «Mica son scemo, capo, quello mi stacca la testa!».

LA DEPRESSIONE E LA "CHIAMATA" DEL CAMPIONE

Il fatto è che George, mostro, ci era nato. In Texas, a Marshall, cresce storto, da un padre che non è suo padre, la solita storia dei pugili predestinati, 40 volte dentro e fuori dal riformatorio quando non ha ancora 12 anni. Si metteva all'angolo della strada e pretendeva il pizzo da chiunque volesse attraversare. «Non gli servono armi, è lui l'arma», spiegava il fratello. Poi, si sa come vanno a finire queste cose: o in quel vicolo di crepi, o qualcuno ti salva, ti sbatte fra quattro corde e il resto è storia. La storia di George, quest'uomo semplice, brutale, è complicata come un arabesco. Distrugge tutti in pochi secondi, diventa campione, perde tutto in mezz'ora in Zaire, crolla in una depressione micidiale. Nel 1977, dopo un incontro pessimo con il mediocre Jimmy Young, sente le voci: «È Dio che mi sta chiamando, mi sta dicendo che devo cambiare vita». No, è la disidratazione seguita da ipertermia, che fa di questi scherzi ma nessuno si fida a spiegarglielo: il pugno ovunque, George ce l'ha sempre e non conosce amici o nemici.

George Foreman contro Moorer.

L'INCONTRO CON LYLE

E poi forse tutti i torti Big George non ce li ha se davvero cambia vita, dà via la villona, i 47 televisori, le fuoriserie, le belve da giardino, diventa predicatore e riempie la sua chiesa. Adesso è un uomo amabile, predica l'amore, la pace, la comprensione dopo aver spaccato mostri come lui. L'incontro con Ron Lyle, nel '76, fu un cinema. Ron era un altro di quelli violentissimi, un ex marine ed ex galeotto, si diceva perfino avesse ucciso un uomo, non ha paura di nessuno, neanche di Big George. Cominciano a pestarsi come due colossi in un vicolo, quando uno è al tracollo trova la forza di un'ultima mazzata e al tappeto ci finisce quell'altro. Va avanti così per cinque round, due atterramenti a testa, una cosa incredibile. Poi George s'incazza davvero, trova un varco, sfonda faccia e torace di Ron che si affloscia per non rialzarsi più. Sylvester Stallone, a bordo ring, prende nota.

Foreman pubblicizza i suoi Health Grill.

LA PARENTESI DEL BUSINESS

George si allenava a Kinshasa prima di sfidare Ali che a distanza gli urlava: «Tu sei il toro, io il matador». George si allenava al sacco potenziato, quello da 3 quintali: glielo teneva un piccoletto, Dick Sadler, a ogni mazzata di Foreman rimbalzava da terra dicendo: «Aye». Dopo un po' il sacco aveva dentro un buco grande come un cocomero. Ma adesso George è in chiesa, predica l'amore e tutti lo amano. Lo ameranno anche in versione businessman: lancia una linea di elettrodomestici a suo nome, la George Foreman Grill, ne vende oltre 100 milioni, fa ancora più soldi che menando. Ma la boxe è nel suo sangue, che sia versato o, più di frequente, fatto versare. Così nel 1987 ritorna e nel 1994, a quasi 46 primavere, dopo una seconda carriera arabescata, si ritrova campione contro Michael Moorer: è obeso, lento, vecchio ma il pugno ovunque è sempre e, come sempre, ne basta uno, uno solo. Ovunque per dovunque.

George Foreman il 10 gennaio 2019 ha compiuto 70 anni.

QUEL TRIBUTO IN ROCKY BALBOA

Dicono che Tyson, negli anni migliori, sia sempre stato attento a non incrociarlo. Il vecchio George lo sfidava, dove sei, fatti trovare, sto venendo a prenderti, ma Mike da quell'orecchio lì non ci sentiva: lui poteva abbattere, ma George travolgeva via come un angelo vendicatore. George è nonno e bisnonno, cinque dei suoi 10 figli (che una volta riportò indietro da una moglie fuggiasca grazie all'intercessione di alcuni narcos colombiani) si chiamano come lui, «così non dovrò lambiccarmi quando avrò perso la memoria, succede a tutti i pugili suonati». È un pastore, un pugilatore, un industriale, un mostro. Lo odiarono: adesso lo adorano. È l'ultimo superstite di una stagione irripetibile nella boxe, quando erano re, re guerrieri. C'è una scena in Rocky Balboa, del 2006, scritto da Stallone sulla falsariga del ritorno senile di George sul ring. Quando Rocky, nel suo ristorante, riceve i manager del campione, Mason Dixon e per un attimo deve allontanarsi; allora i due marpioni sottovoce, confabulano: «Fortuna che ormai è vecchio, se lo incontrava all'apice, Mason era morto. Morto, era morto».

10 Gennaio Gen 2019 1202 10 gennaio 2019
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