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Non solo Arabia: quando la Supercoppa ha ignorato i diritti negati

L'evento si è giocato in passato nella Libia di Gheddafi che trattava con noi sui migranti. Nella Cina delle libertà ristrette. E nel Qatar dei petrodollari e delle ombre di corruzione. I precedenti.

  • EMANUELE TELESCA
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Mercoledì 16 gennaio 2019 si gioca a Gedda, in Arabia Saudita, la finale di Supercoppa italiana tra Juventus e Milan. La partita però da tempo è stata travolta dalle polemiche. Già dopo l’omicidio del giornalista e scrittore Jamal Khashoggi, avvenuto il 2 ottobre 2018 nel consolato saudita a Istanbul, si levarono le prime voci critiche circa l’opportunità di disputare l’incontro nel regno dei Saud. Queste sono divenute un coro pressoché unanime quando commentatori e politici si sono accorti del trattamento discriminatorio nei confronti delle donne, impossibilitate ad andare allo stadio da sole. Uno dei tanti contesti del Paese arabo nel quale la parità di genere è solo un miraggio.

IL CALCIO NON FA POLITICA, MA AFFARI

La risposta del presidente della Lega di Serie A Gaetano Miccichè non si è fatta attendere: «Il calcio fa parte del sistema culturale ed economico italiano e non può avere logiche, soprattutto nelle relazioni internazionali, diverse da quelle del Paese a cui appartiene», ha sostenuto il 68enne cavaliere del lavoro, aggiungendo che «l’Arabia Saudita è il maggior partner commerciale italiano nell’area mediorientale, nessun rapporto è stato interrotto. Il calcio non fa politica, ma ha un ruolo sociale che non ha uguali in nessun altro settore». Una realpolitik lucida, asciutta, dritta al punto. Anche il gioco del pallone è un prodotto da esportare. In Arabia Saudita verrà ben remunerato. Per accaparrarsi tre delle prossime cinque finali il corrispettivo da versare è di 22 milioni di euro: il 90% sarà suddiviso tra le squadre partecipanti, mentre il 10% prenderà la strada di via Rosellini a Milano, sede della Lega di Serie A. Gli affari sono affari. Per i diritti umani ci sarà tempo.

ATTIRATI DAI RICCHI MERCATI MEDIORIENTALI E ASIATICI

Non è la prima volta che i diritti sportivi e televisivi hanno la prevalenza. Eccezion fatta per le due edizioni (1993 e 2003) della Supercoppa giocate negli Stati Uniti, le altri sedi estere scelte per l’incontro hanno sollevato più di una obiezione. A oggi sono già nove le edizioni della finale disputate fuori dai confini nazionali. Trasferte che hanno puntato verso i ricchi mercati mediorientali e asiatici. Ma non solo. Perché il calcio è spettacolo, divertimento, polvere di stelle. Uno strumento di consenso per regimi non democratici. Panem et circenses. E denaro, tanto denaro.

1. TRIPOLI 2002: NELLA LIBIA DI GHEDDAFI POCO DOPO LA BOSSI-FINI

Tra le dune del deserto andò in scena Juventus-Parma. Il rais Muammar Gheddafi sborsò 2,4 milioni di euro per accaparrarsi l’evento. Il 25 agosto, allo Stadio 11 giugno di Tripoli, era presente alla partita il gotha del calcio italiano. Doveroso visto che all’inizio dello stesso anno il fondo Lafico (Libyan Foreign Investmen Company) aveva acquistato il 5,31% delle quote azionarie bianconere (nel 2009 la partecipazione salì al 7,5%), corrispondente a un investimento di 6,4 milioni di euro.

Il contratto di sponsorizzazione stipulato dalla Juve con la compagnia petrolifera libica Tamoil garantiva un incasso annuo alla società torinese di 5,5 milioni di euro

Il main sponsor ben visibile sulle casacche della Juve era Tamoil, all’epoca la compagnia petrolifera libica. Il contratto di sponsorizzazione stipulato pochi mesi prima garantiva un incasso annuo alla società torinese di 5,5 milioni di euro. A presiedere la multinazionale del colonnello Gheddafi il suo terzo figlio, Saadi. Lo stesso che, a fine partita, si ritrovò a festeggiare il successo juventino con i giocatori, immortalato tra i vari Alessandro Del Piero, Marcelo Salas, Gianluigi Buffon, Pavel Nedved e David Trezeguet. Saadi che nell’estate successiva finì addirittura in Serie A, acquistato dal vulcanico patron del Perugia Luciano Gaucci. Un colpo che a suo modo rimase nella storia, certo non per merito delle prestazioni dell’attaccante libico.

Adriano Galliani e Saadi Gheddafi.
Ansa

Poche settimane prima del trionfo della squadra allenata da Marcello Lippi il parlamento italiano varò la famigerata legge Bossi-Fini in tema di immigrazione. Un complesso normativo molto discusso soprattutto sulla pratica dei respingimenti in mare dei barconi stipati di migranti. Queste imbarcazioni, utilizzate dai trafficanti di esseri umani per la traversata del Mediterraneo meridionale, avevano come punto di partenza le coste nordafricane. Quelle libiche, in particolare.

TRATTATIVE SUI FLUSSI MIGRATORI FRA BERLUSCONI E GHEDDAFI

Il tema dei flussi migratori fu centrale nelle relazioni di quegli anni tra Italia e Libia. Una leva nelle mani di Gheddafi per forzare i gangli della tanto acclamata amicizia con Silvio Berlusconi. I porti e le frontiere marittime divennero porte scorrevoli. Aprirle o chiuderle dipendeva esclusivamente da quanta pressione si voleva esercitare sul proprio partner; prove di diplomazia muscolare. Un lavorio incessante tra le cancellerie. Confronti lunghi 10 anni il cui risultato fu, nel 2008, l’approvazione del Trattato di amicizia tra Italia e Libia. L’accordo bilaterale impegnò il nostro Paese a realizzare, nei successivi 20 anni, «progetti infrastrutturali base» per 5 miliardi di dollari nella ex colonia. Dall’altra parte si garantì cooperazione in numerosi settori, tra i quali spiccava l’approvvigionamento energetico e il contrasto all’immigrazione clandestina. In Italia fu gradito l’ingresso di barili di petrolio piuttosto che di natanti carichi di disperati.

COMPRESSIONE TOTALE DELLE LIBERTÀ CIVILI

Lo scenario descritto, inoltre, va inquadrato in una più generale violazione dei diritti umani, come denunciato da associazioni quali Amnesty International e Human Rights Watch. Fuori dal campo di gioco la Libia agli albori del XXI secolo era contraddistinta da una compressione pressoché totale delle libertà civili. Il pluralismo partitico inesistente. La stampa e la libera informazione bandite. Le opposizioni imbavagliate, represse, detenute, torturate. Il tribunale del popolo emetteva sentenze inique a chiusura di processi farsa. I maltrattamenti e le vessazioni patite dai migranti in transito erano già attuali. Niente di nuovo sotto al sole. Eppure si giocò comunque. A balzare agli onori delle cronache fu la pessima qualità del manto erboso: più sabbia che zolle.

2. PECHINO E SHANGHAI (2009, 2011, 2012 E 2015): NELLA CINA SENZA DIRITTI

In tutto 16 milioni di euro spalmati su quattro anni. A tanto ammontava l’investimento effettuato dai cinesi per aggiudicarsi le finali di Supercoppa Italiana. Un colpaccio per la Lega di Serie A e per le squadre finaliste. Senza dimenticare gli introiti derivanti dal marketing e dal merchandising. La via dell’oriente era lastricata d’oro. La gestione dell’evento fu affidata alla United Vansen Sport. La società, fondata nel 2008, in breve tempo diventò un colosso nel settore sportivo, con ingenti investimenti in primis nel mondo del pallone. Diversificando il rischio come più conviene. L’organizzazione di match clou in Cina fruttava quattrini. Il calcio europeo faceva audience. La spinta delle Olimpiadi fece il resto.

IL DERBY DI MILANO RECORD DI INCASSI PER IL DRAGONE

La finale del 2011 giocata nell’avveniristico Stadio nazionale di Pechino (sopranominato per la sua forma “Nido d’uccello”) tra Milan e Inter attirò circa 80 mila spettatori. Si tratta ancora oggi dell’evento sportivo che detiene il record d’incassi al botteghino nel Paese asiatico. Il legame tra la United Vansen Sport e la Serie A si rafforzò nel 2012 quando furono stipulate partnership triennali con Napoli e Sampdoria per attività di marketing, workshop tecnici e settore giovanile. Una rampa di lancio verso il traguardo successivo. Nel 2015 l’azienda estese i propri tentacoli nel cuore dell’Europa, così da entrare nel calcio che contava dalla porta principale. La mossa fu l’acquisto dell’Ado den Haag, squadra che militava nel massimo campionato olandese (la Eredivisie). L’esito dell’operazione? Qualche buco di bilancio e un amore mai sbocciato con la tifoseria. Scenari di scalate spericolate e peripezie finanziarie che hanno già scottato alcune realtà calcistiche italiane.

La Supercoppa italiana tra Inter e Milan a Pechino.
Ansa

La potenza di fuoco politica, economica e mediatica del Dragone fece sì che nessun tema spinoso extra sportivo potesse interferire nel regolare svolgimento delle quattro edizioni della Supercoppa. Sui diritti umani lo stile adottato dal governo cinese fu gattopardesco. Cambiare, o promettere di farlo, così da mantenere lo status quo invariato. Anche questo, chissà, garantì il placet dei vertici calcistici italiani. Proprio negli anni in cui esportavamo il meglio del nostro calcio in Cina venivano emanati due Piani nazionali di azione per i diritti dell’uomo (2009/2010 e 2012/2015).

POPOLO CINESE VISTO COME MASSA INFORME E INDISTINTA

Questi, pur riconoscendo il necessario avanzamento nella protezione dei diritti dell’uomo, visto anche la significativa crescita di attenzione rivolta al tema dai cittadini cinesi, di fatto li assoggettavano ai diritti del popolo. Popolo che, nel suo essere massa informe e indistinta, non può sollazzarsi con i diritti dell’uomo. Il singolo individuo ha certamente dei doveri: contribuire affinché non manchi al popolo la sussistenza e lo sviluppo. Machiavellico. Il trucco di prestigio stava nel confondere le acque così che un velo di nebbia potesse nasconderlo allo sguardo. Eppure gli strumenti per smascherare il mago erano a disposizione di tutti.

L'IMPEGNO DELL'ATTIVISTA LIU XIAOBO

Anno 2010. Lo scrittore e attivista Liu Xiaobo venne insignito del Premio Nobel per la pace. Il suo impegno sul fronte dei diritti umani risaliva ai tempi della gioventù. Protagonista in Piazza Tienanmen, detenuto in differenti occasioni, venne arrestato nel 2008 come promotore e firmatario del manifesto “Charta08”. Il documento, redatto nel 60esimo anniversario dalla promulgazione della Dichiarazione universale dei diritti dell’uomo, elencava 19 riforme da attuare in Cina così da garantire il rispetto dei diritti dell’uomo. La conclusione del comitato norvegese del Noel, nel motivare l’assegnazione a Liu Xiaobo, fu perentoria: a fronte del mutato ruolo cinese in ambito globale, non corrispondo eguali passi avanti nella tutela e promozione dei diritti. Nel 2015 fu un lungo articolo del New York Times a raccontare di una campagna molto dura nei confronti degli avvocati che si occupavano della difesa dei diritti umani. Almeno 200 legali fermati, intimiditi, senza possibilità di incontrare i propri difensori. Una prassi sempre più consolidata sotto la presidenza di Xi Jinping. Nulla, però, che ci abbia potuto impedire di godere delle gesta dei nostri campioni e beniamini.

3. DOHA (2014 E 2016): NEL QATAR TRA PETRODOLLARI E CORRUZIONE

Nuovamente nel deserto dopo un decennio dalla finale di Tripoli. Quella volta il padrone di casa era lo sceicco al-Thani, per il tramite della sua Aspire Zone Foundation. Il costo per appropriarsi dell’esclusiva dell’evento fu di 10 milioni di euro. Bazzecole per chi siede su un mare di petrolio.

SOSPETTI SUI VERTICI DI UEFA E FIFA

Il Qatar si è legato a doppio filo con il calcio. La Qatar Investment Authority, grazie alla Qatar Sport Investments, è la proprietaria del Paris Saint-Germain dal 2011. Pochi mesi prima, nel dicembre 2010, il Paese arabo si era visto assegnare l’organizzazione del Mondiale del 2022. Un risultato molto discusso che ha sollevato ben più di un'ombra di sospetto. Nel gennaio 2013 la rivista francese France Football scoperchiò il Vaso di Pandora del rinominato Qatargate. Numerose prove indicavano come molti voti affluiti alla candidatura qatariota fossero stati comprati. Una corruzione estesa, ramificata: diverse federazioni ne sarebbero state intaccate, fino ai vertici della Uefa e della Fifa.

Giorgio Chiellini e Gonzalo Higuain durante la Supercoppa vinta dal Napoli contro la Juve a Doha.
Ansa

Addirittura furono tirati in ballo Michel Platini e Nicolas Sarkozy, allora rispettivamente presidente dell’Uefa e della Francia. Uno scandalo di portata colossale, un terremoto nella governance planetaria del pallone. Nei mesi successivi ulteriori dossier dettagliati vennero pubblicati dal Sunday Times e dal Guardian. La Fifa, messa con le spalle al muro, istituì un’apposita Commissione d’inchiesta che, a fine 2014, confermò l’assegnazione non riscontrando irregolarità. Ma sul punto perplessità e dubbi non si sono sopiti. La polvere è stata semplicemente nascosta sotto al tappeto.

OLTRE MILLE MORTI TRA I LAVORATORI PER IL MONDIALE

I nostri club si presentarono a Doha nel pieno del polverone senza colpo ferire. Né ottennero un diverso effetto le denunce pubblicate da Amnesty e altre Organizzazioni non governative (Ong) proprio in concomitanza delle due finali. In particolare quello del 2016, oltre a ricordare l’esistenza di una marcata discriminazione di genere, sottolineò un dato allarmante. Dall’avvio delle opere di costruzione degli stadi che devono ospitare le partite del Mondiale si contano circa 1.200 vittime tra i lavoratori. Si tratta prevalentemente di manodopera immigrata da nazioni asiatiche (India, Sri Lanka, Filippine, Pakistan, Nepal), sfruttata e priva di qualsivoglia tutela o protezione. Le stime parlano chiaro: se il tasso di incidenti mortali nei cantieri si dovessero mantenere invariati, prima dell’avvio della competizione nel 2022 si potrebbe toccare la quota di 4 mila decessi. Numeri che lasciano sgomenti. Se un simile quadro non è bastato a sovvertire la destinazione del Mondiale di calcio, potevamo pretendere gesti di coraggio dalla Lega di Serie A?

14 Gennaio Gen 2019 1900 14 gennaio 2019
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