Supercoppa Italiana Arabia Saudita Incassi
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16 Gennaio Gen 2019 1030 16 gennaio 2019

Portare la Supercoppa all'estero è l'unico modo per darle senso

Divario troppo ampio tra Juventus e le altre. Spalti pieni, ma non di veri tifosi. Un appeal sempre più scarso. L'unico obiettivo del trofeo è vendere il brand Serie A. E a riempire le casse dei club.

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Allo stadio ci saranno le donne, in un settore riservato a loro ma non necessariamente accompagnate da un uomo. E magari gli spalti del King Abdullah International Stadium potranno pure riempirsi ma non di veri tifosi, ed è difficile aspettarsi uno spettacolo godibile sotto il profilo calcistico. Mercoledì 16 gennaio alle 18.30, Juventus e Milan si affrontano in quella che appare come la meno equilibrata tra le recenti edizioni della Supercoppa Italiana, un trofeo senza storia (fu istituito appena 31 anni fa, nel 1988, per fare il verso al Community Shield inglese di 80 anni più vecchio) e con un appeal sempre più scarso.

UNA SUPERCOPPA SNATURATA

Dopo il girone d'andata 22 punti separano Juventus e Milan, che l'anno scorso chiusero con 31 punti di distacco l'una dall'altra. La squadra di Gennaro Gattuso sta attraversando una stagione altalenante ed è già uscita dal girone di Europa League, quella di Massimiliano Allegri non ha ancora perso in campionato e ha chiuso al primo posto il suo gruppo di Champions League. La Juve ha vinto tutto in Italia l'anno scorso (e per la verità è così da quattro anni a questa parte), e se davvero la Supercoppa Italiana dovesse opporre la vincitrice dello Scudetto a quella della Coppa Italia, ormai da anni la sfida dovrebbe essere tra Juventus A e Juventus B, come una di quelle amichevoli a Villar Perosa che da tradizione aprono i ritiri estivi dei bianconeri.

Ecco perché, in questo contesto, portare la Supercoppa Italiana fuori dall'Italia appare l'unico modo per dare un senso a una competizione che il senso lo sta perdendo. Un senso a livello propagandistico, perché l'idea di vendere all'estero l'immagine e il marchio di un calcio italiano rivitalizzato dall'arrivo di Cristiano Ronaldo è sicuramente allettante e fondamentale in un'ottica di competizione con gli altri grandi campionati europei, e un senso meramente economico. Per giocare in Arabia Saudita nel 2018, 2019 e 2020, la Lega Serie A ha strappato un accordo da 21 milioni di euro, 7 milioni per ciascuna delle tre edizioni, la cifra più alta mai incassata per “vendere” la Supercoppa all'estero.

DECIMA FINALE GIOCATA ALL'ESTERO

Ma gli affari sono iniziati da tempo: se quella del 16 gennaio a Gedda è la decima finale (su 31) disputata fuori dai confini nazionali, ciò che prima era una sporadica eccezione spesso giustificata da rapporti diplomatici e capricci di figli di dittatori (si ricordi la Supercoppa del 2002 disputata a Tripoli sotto gli occhi di un raggiante Saadi, il figlio di Gheddafi con la passione del pallone che giocò – si fa per dire – persino in Italia con le maglie di Perugia e Udinese) nell'ultimo decennio è diventato regola. Tra il 2009 e il 2019 sono appena tre le finali di Supercoppa disputate in Italia. La Cina, da sola, ne ha ospitata una in più, il Qatar è a quota due, l'Arabia Saudita si è appena aggiudicata la certezza di poter superare gli odiati emiri.

L'allenatore del Milano, Gennaro Gattuso, a Gedda.

Nel 2009 la Lega Calcio firmò un accordo con la Uvs (United Vansen Sport) per l'organizzazione su territorio cinese di tre edizioni della Supercoppa nell'arco di cinque anni in cambio di 10 milioni di euro, 9 dei quali destinati alle squadre (1,5 per ognuna delle finaliste) e 1 alla Lega Calcio. La stessa Uvs, poi, ritardò il saldo della quota spettante a Juventus e Lazio per l'edizione disputata a Shanghai nel 2015, su un campo di patate, con uno stadio praticamente deserto (20 mila spettatori e 60 mila posti vuoti) e con una regia cinese terrificante che mise in imbarazzo la Rai detentrice dei diritti televisivi, costretta a giustificarsi con gli spettatori per responsabilità non sue.

L'ORA DEGLI EMIRI E DELL'ARABIA SAUDITA

Via la Cina, si è fatto largo il mondo arabo. Prima le edizioni a Doha, nel piccolo Jassim Bin Hamad Stadium, poco meno di 13 mila posti dichiarati andati esauriti nel 2014, quando ad alzare il trofeo fu il Napoli, e nel 2016, quando toccò al Milan. E se nel primo caso la Federcalcio del Qatar arrivò a pagare 2,5 milioni per la sola possibilità di ospitare la partita, due anni dopo si superò arrivando a 3 milioni e il pagamento di tutte le spese di viaggio, alloggio e vitto ai due club in gara. Il tutto al netto dei diritti tv. Giusto per fare un confronto, l'edizione del 2017, disputata a Roma tra Juventus e Lazio, ha realizzato 4 milioni di incassi complessivi tra tagliandi staccati (gli spettatori dell'Olimpico di Roma furono 52 mila), diritti tv e sponsor, 3 in meno di quanti l'Arabia Saudita ne garantisce soltanto per l'organizzazione dei match.

I giocatori del Milan festeggiano la vittoria della Supercoppa italiana del 2016, a Doha.
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La Juve, pur favorita, ha perso tre delle ultime cinque edizioni

Ecco, allora, a cosa serve la Supercoppa Italiana, a rimpinguare le classe di club partecipanti e Lega Serie A. Per chi, invece, sperasse in un risultato a sorpresa sul campo, ci si può sempre affidare alla cabala: quella che ha visto la Juve, pur favorita, perdere tre delle ultime cinque edizioni e uscire sconfitta ai rigori, da Napoli e Milan, in entrambe le sfide giocate su suolo arabo. Chissà che la storia non possa ripetersi anche a Gedda.

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