Ched Evans Processo Hater

Come il caso Ched Evans ha scatenato l'odio in Rete

Il processo al centravanti gallese ha dato il via a un'ondata di teppismo telematico, che è una ferita insanabile. Un danno permanente lasciato in eredità. La terza puntata della storia.

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A gennaio 2015 tutte le porte sembrano chiuse per Ched Evans. Ogni tentativo di rientrare nel mondo del calcio viene bloccato da mobilitazioni dell'opinione pubblica e delle tifoserie dei club interessati al centravanti ex Sheffield United. L'etichetta di condannato per stupro è un marchio d'infamia troppo pesante. E nemmeno la munificenza del suocero Karl Massey, pronto a pagargli lo stipendio e a indennizzare l'eventuale perdita di sponsorizzazioni al club che lo ingaggi, serve a sbloccare l'impasse. In quell'inizio di anno 2015 il suo ritorno in campo è un miraggio. Eppure il meccanismo che invertirà le sorti della sua vicenda giudiziaria è già in moto. E la sua accensione avviene proprio in coincidenza con la scarcerazione, avvenuta il 17 ottobre 2014 dopo il compimento di metà della pena. Soltanto l'indomani si diffonde una notizia che dà un segnale su come le cose potrebbero evolvere.

UNA CORSIA PREFERENZIALE PER CHED EVANS

Il 18 ottobre 2014 l'Observer (edizione domenicale del Guardian) riporta quanto riferito da una fonte confidenziale della Criminal Cases Review Commission (Ccrc). Che è un organo del sistema penale britannico istituito nel 1997, con lo scopo di prendere in esame eventuali errori giudiziari commessi nei processi giunti a sentenza. Questa fonte riferisce che il fascicolo della nuova richiesta d'appello presentata dal team legale di Ched Evans si trova su una corsia preferenziale. Se di norma a un dossier giunto alla Ccrc tocca un anno e mezzo di tempo fra esame e decisione, il trattamento dei dossier fast-tracked è di circa sei mesi. Ma come mai questa speciale attenzione? La fonte che offre l'anticipazione al Guardian rimane sul vago, però è chiaro che vi siano elementi tali da rendere urgente una decisione. Ma quali sono questi elementi, e quando vengono raccolti?

Ched Evans è nato il 28 dicembre 1988.

Ancora una volta bisogna riportare indietro la timeline di questa storia. E tornare al 20 aprile 2012, giorno in cui Ched Evans viene condannato a cinque anni di carcere per stupro. Quella mattina un uomo contatta telefonicamente la polizia di Rhyl e chiede di dare una testimonianza. L'uomo si chiama Tristin Owens, e riferisce di aver passato la notte con X circa due settimane dopo il «caso di presunto stupro» («the case of alleged rape», è scritto nella sentenza d'appello disponibile sul web). Owens, che un anno prima all'epoca dei fatti non era al corrente del caso, si dice adesso stupito del fatto che la ragazza abbia voluto passare la notte con qualcuno a così poco tempo di distanza dall'aver subìto una violenza sessuale. La polizia consiglia a Owens di rivolgersi ai legali di Ched Evans. Questa testimonianza mette in moto la macchina che rovescia le sorti del caso giiudiziario. E questo rovesciamento farà leva su un punto ben preciso: la storia personale di X, coi suoi precedenti e i lati oscuri (veri o presunti) della sua personalità. Viene fatto un massiccio ricorso a quello che viene chiamato “metodo reputazionale”. Quale l'effetto di ciò sull'idea di giusto e equo processo? Per l'ennesima volta: il lettore si farà la sua opinione.

LA TESTIMONIANZA DI TRISTIN OWENS

Dunque, gli avvocati di Ched Evans (che in quella fase sono i legali dello studio Brabners) raccolgono la testimonianza di Tristin Owens. Che riferisce altri dettagli. Racconta di avere trascorso per quattro volte la notte con X. Aggiunge che soltanto nell'ultima occasione i due hanno fatto sesso, e tutte le volte erano alcolicamente alterati. Soprattutto, Owens riferisce che sempre, l'indomani, lei non ricordava nulla di cosa fosse accaduto la notte precedente, e perciò chiedeva se ci fossero stati rapporti sessuali. Vuoti di memoria. Era successo così anche quella mattina del 30 maggio 2011 in cui X si era risvegliata nella stanza 14 del Premier Inn? Questa è la carta che i legali di Evans provano a giocarsi in occasione del primo appello, che però viene rigettato a novembre 2012. Da lì parte l'azione del nuovo team investigativo a supporto del centravanti finito in carcere. Si avvia la ricerca di nuove prove e nuovi testimoni. Viene riascoltato Owens, che stavolta viene sollecitato su un altro aspetto di quelle notti: il fatto che X fosse più o meno vocal. Cosa diceva la donna durante gli incontri? E come si comportava?

Il team di investigatori raccoglie alcune frasi già udite nel processo intentato a Ched Evans e Clayton Mc Donald. «If you take me home, I should give you a good time», come frase di approccio. E poi i dettagli più scabrosi. Il ripetuto urlo «fuck me harder!», dopo avere assunto posizione «on her four» («a quattro zampe»). Si tratta di elementi sufficienti a instillare il dubbio? Di sicuro c'è che altre testimonianze sopraggiungono. Una viene dalla madre di Tristin Owens, che col figlio condivide l'appartamento. Una mattina la signora Angela Owens trova X a letto col figliolo. E poche settimane dopo la scena si ripete. A quel punto la madre decide di mettere il figlio al corrente del fatto che X sia stata coinvolta in un caso di stupro. Da chi lo ha saputo, la signora Angela? Dalla madre di X. È una città piccola, Rhyl. E in quella piccola città salta fuori un altro testimone, che ha già raccontato la propria versione a Brabners nell'istruzione del dossier d'appello non andato a buon fine a novembre 2011.

I DUE INTERROGATIVI DELLA CROWN COURT

Si chiama Steven Hughes, e dichiara di avere conosciuto X via Facebook, tra marzo e aprile del 2011. Afferma averla frequentata con una certa assiduità per un periodo di un paio di mesi, e di avere fatto sesso con lei «cinque o sei volte». Aggiunge che quasi sempre i rapporti sessuali avvenivano dopo serate trascorse in giro a bere alcolici. L'ultimo appuntamento avviene la notte fra il 27 e il 28 aprile 2011. Cioè due giorni prima di quella notte al Premier Inn. Steven Hughes conferma i dettagli hardcore avanzati avanzati da Tristin Owens. C'è dunque una coincidenza fra il racconto dei due testimoni e quanto riferito da Ched Evans e Clayton McDonald. E questi elementi erano già stati raccolti durante la preparazione del primo appello. Però erano stati messi in secondo piano da chi quell'appello l'aveva preparato. C'era stato un diverso framing delle testimonianze e degli elementi raccolti. E a seconda di come posizioniamo la cornice, cambierà il modo in cui leggeremo la distribuzione degli elementi compresi nel quadro.

Per comprendere appieno la svolta bisogna riprendere i due interrogativi che la Crown Court di Caernarfon si era trovata a sciogliere, nell'emettere la sentenza del 20 aprile 2012:
1. Era X nelle condizioni di esprimere consenso rispetto all'atto sessuale con Clayton McDonald prima e Ched Evans poi?
2. Potevano Clayton McDonald e Ched Evans equivocare sul fatto che X esprimesse o meno consenso rispetto al fare sesso con loro?

Evans in azione.

La sentenza pronunciata dal giudice Merfyn Huges stabiliva che X non fosse nelle condizioni di esprimere consenso, perché troppo alcolicamente alterata. E ciò fa sì che sussistano le condizioni dello stupro. Rispetto a tali condizioni, i due uomini che quella notte hanno fatto sesso con X non potevano equivocare sul fatto che la ragazza non fosse nelle condizioni di esprimere consenso. Questo il nocciolo della sentenza dell'aprile 2012. Rispetto a ciò, il primo tentativo di ottenere un processo d'appello contro la condanna di Ched Evans punta sulle defaillances cognitive e comportamentali di X, sulla sua tendenza a ricordare nulla delle cose accadute soltanto una notte prima. Questo è il framing usato dalla prima difesa di Ched Evans. E tale framing si rivela inefficace perché non sposta la questione: secondo la lettura degli elementi così esposti, e indipendentemente dalla propensione di X cancellare dalla memoria le notti passate in compagnia di partner più o meno assidui, rimane il fatto che la ragazza non fosse nelle condizioni di esprimere consenso. Ma la nuova difesa, e soprattutto la sottoposizione dei medesimi testimoni a nuove interviste condotte dalla Liberton Investigation, pone l'accento sugli atti e le parole ricorrenti che X esprime.

TRE ANNI DOPO, UN VERDETTO OPPOSTO

A questo punto s'intravede il filo sottile da afferrare per ribaltare la vicenda giudiziaria di Ched Evans: è proprio sicuro che X non fosse in grado di avere un ruolo attivo, quella notte al Premier Inn? Davvero era totalmente incapace di esprimere volontà? Ecco il reframing che inverte la situazione. E a partire da questo reframing la Ccrc, adottando una procedura d'urgenza, riesamina il materiale probatorio e conduce esami ulteriori. Fino a pronunciare, nei primi giorni di ottobre 2015, un verdetto opposto a quello di novembre 2012: a Ched Evans va concesso l'appello. Tutto ciò avviene a costo di effettuare un'interpretazione molto estensiva di uno strumento della legislazione penale britannica che, nel corso del tempo, si è trasformato in un bastione a tutela delle denuncianti nei casi di sexual offence. Questo strumento porta un nome evocativo: Section 41. Si tratta di una parte cruciale dello Youth Justice and Criminal Evidence Act (Yjcea), un provvedimento legislativo emanato nel 1999.

Nei procedimenti giudiziari legati a fatti di sexual offence, viene fatto divieto di effettuare riferimenti a quella che può essere definita la “carriera morale e sessuale” della denunciante

La Sezione 41 di quella legge stabilisce un principio estremamente coraggioso di civiltà giuridica: nei procedimenti giudiziari legati a fatti di sexual offence (stupro, abusi, molestie), viene fatto divieto di effettuare riferimenti a quella che può essere definita la “carriera morale e sessuale” della denunciante. Rispetto a questo principio, che si pretende granitico, vengono indicate poche e estremamente circostanziate eccezioni. Una fra queste “poche e circostanziate” viene individuata dal nuovo staff legale di Ched Evans, grazie all'operazione di reframing che con grande intuizione viene condotta dal nuovo team legale. Il caso giudiziario dell'ex centravanti dello Sheffield United fa giurisprudenza. Ma soprattutto è una possente picconata alla Section 41. E ciò, secondo una vasta schiera di analisti, è un forte vulnus alla cultura giuridica britannica e alle conquiste accumulate nel lungo cammino verso l'abbattimento delle discriminazioni di genere. Tema molto vasto, cui sarà dedicata la quarta e ultima puntata di questa serie.

LA STRADA VERSO LA RIABILITAZIONE (MA SENZA INNOCENZA)

Da quel momento in poi la vicenda giudiziaria di Ched Evans si vede imprimere un'accelerazione. La Corte d'Appello di Londra avvia l'esame del caso a marzo 2016. E il 21 aprile, a quattro anni esatti dalla condanna, le accuse contro Ched Evans sono quashed, annullate. In udienza vengono raccolte le testimonianze di Tristin Owens e Steven Hughes, che confermano quanto dichiarato in precedenza. Viene disposta la revisione del processo, che si celebra a ottobre 2016 e azzera ogni accusa. Ched Evans viene dichiarato non colpevole. Al termine di una camera di consiglio durata soltanto tre ore, una giuria composta da sette donne e cinque uomini stabilisce che non sia stato dissolto ogni ragionevole dubbio riguardo alla possibilità che X non avesse consentito, o che Evans non avesse inteso correttamente sulle intenzioni di X. Molte versioni sul verdetto sostengono che il retrial si concluda con un verdetto d'innocenza. Ma così non è, e a spiegare la sfumatura provvede il prestigioso blog giudiziario The Secret Barrister: sulla colpevolezza di Ched Evans, che al termine del processo concluso a aprile 2012 pareva inequivoca, si sono addensati dei dubbi di ritorno. E ciò è sufficiente per ribaltare l'esito maturato quattro anni prima. Troppi dubbi per mantenere un giudizio di colpevolezza. L'innocenza è altra cosa.

Natasha Massey, fidanzata di Evans.

Per il 27enne Ched una nuova vita è già iniziata dopo il verdetto del processo d'appello. La stagione 2016-17 è quella del ritorno sui campi da gioco, che avviene nelle file del Chesterfield, in League One. Nella stagione successiva Evans tornerà allo Sheffield United, ma non sarà un'esperienza felice. Tanto che per la stagione attualmente in corso i Blades lo hanno prestato al Fleetwood Town. Durante lo svolgimento del processo d'appello e del processo di revisione Evans si presenta, mano nella mano, con la fidanzata Natasha Massey. Lei rigorosamente vestita di nero. A gennaio 2016 per la coppia arriva il primo figlio. Il secondo nace nel 2018. I due vengono fotografati per strada a spingere la carrozzina, come una famiglia felice e serena. Non sembrano per niente sorpresi davanti all'obiettivo. I conti giudiziari sarebbero anche chiusi, se non fosse che c'è una coda in corso. A novembre 2018 si diffonde la notizia che Ched Evans ha denunciato Brabners, lo studio legale che lo ha difeso nel processo concluso il 2012. Evans ritiene che non gli sia stato fornito un servizio adeguato, e reclama i mancati guadagni causati dalla detenzione e poi dal periodo di forzata inattività dopo la scarcerazione, fino a che non è giunta la riabilitazione giudiziaria. La causa prenderà il via a aprile 2019.

UN CASO GIUDIZIARIO FUORI CONTROLLO

Tutto eccessivo, tutto oltremisura. Quello che inizia la notte tra il 29 e il 30 maggio 2011 è un caso giudiziario che va immediatamente fuori controllo. E fuori controllo sono anche le conseguenze, su diversi piani: certamente il piano giudiziario, ma anche quelli relativi all'uso dei social media e alle ripercussioni sulla cultura delle relazioni di genere. Il caso lascia un'eredità estremamente complessa, i cui effetti saranno valutabili soltanto negli anni a venire. E questo aspetto risulta ancor più stridente, se si pensa che una così gigantesca mole di effetti negativi scaturisca da un atto a cavallo fra l'amoralità e la sciatteria: lasciare che una donna si risvegli da sola, in una camera d'albergo non prenotata né pagata da lei, dopo una notte di eccessi. In questo senso, le testimonianze ammesse al procedimento e determinanti per ribaltare il giudizio lasciano intendere una cosa ben precisa: che in tutti i precedenti casi di “risveglio con assenza di ricordo”, X non avesse dato in escandescenze. L'essersi ritrovata accanto il partner della notte precedente aveva avuto l'effetto di ammortizzare lo smarrimento e arrestarne le possibili conseguenze. Invece, quella notte fra il 29 e il 30 maggio 2011, X viene abbandonata in camera come fosse parte del corredo messo a disposizione dal Premier Inn. Le cose sarebbero andate diversamente, se si fosse avuto un minimo di rispetto verso l'altra persona e infine verso se stessi?

Evans è di proprietà dello Sheffield United.

Sì, l'ultimo interrogativo ci ha portati a sospendere l'impegno di mantenere un atteggiamento distaccato nella narrazione. Se ne chiede venia e si riprende nell'illustrazione delle varie implicazioni della vicenda. La principale delle quali è lo scatenamento dell'odio in Rete. Un odio che colpisce innanzitutto X, ma non soltanto lei. L'allora ragazza 19enne è adesso una 25enne che ha dovuto cambiare più volte identità e luogo di residenza. Probabile che infine decida di farsi chiamare davvero X, l'appellativo che rimane la sola costante dentro una vita personale soggetta a ogni tipo di stravolgimento. Sin dall'esplodere del caso giudiziario, l'identità di X viene esposta sui social e sommersa d'insulti e minacce. Ciò che sarebbe illegale ovunque, ma che in Gran Bretagna lo è anche di più. Perché fra i principi sanciti dalla legislazione sulle sexual offence c'è la garanzia di lifelong anonymity per chi denuncia. E invece X (che peraltro, va rimarcato per l'ennesima volta, non ha mai denunciato di essere stata stuprata) ha visto la sua identità esposta in pubblico fin dall'inizio della vicenda, e a ripetizione. Molti dei suoi hater vengono denunciati e condannati al pagamento di un risarcimento da 624 sterline alla ragazza.

IL CASO SCUOTE ANCHE LA MINISTRA MAY

Fra costoro, a dicembre 2012, spicca la diciottenne Gemma Thomas. Che non è una persona qualsiasi, ma la cugina di Ched Evans. La giovane parente espone su Twitter l'identità di X e la bolla come money-grabbing slut (avida troia), oltre a accusarla di «rovinare vite». Dopo essere stata condannata al risarcimento, Gemma Thomas viene anche ospitata da uno show della Bbc. Nel corso del quale dice alcune cose che benissimo riflettono l'umore medio degli hater di X. Racconta di non essere stata consapevole di compiere un atto contro la legge, e di ciò si dice pentita. Pronuncia parole abbastanza scontate sull'orrore dello stupro, ma esterna la certezza che il cugino sia innocente. Aggiunge che avrebbe preferito pagare una multa più salata, piuttosto che versare un risarcimento a X. E quando le viene chiesto se voglia scusarsi con la quasi coetanea che è all'origine della condanna di Ched, risponde di no. Lo scatenamento dell'odio via internet nei confronti di X suscita preoccupazione presso la polizia britannica e tocca anche i livelli di governo. In quelle settimane del 2012 il ministro dell'Interno è Theresa May. Che, davanti a un così sistematico uso del web per violare le disposizioni di legge sulla protezione dell'identità, dice di provare «considerable concern», notevole preoccupazione.

Lo stupro (subìto da X) non è stato violento

Judy Finnigan, scrittrice e presentatrice

Durante questi anni il flusso d'odio in Rete nei confronti di X non si è mai placato. E, come prevedibile, registra una recrudescenza dopo gli esiti del processo d'appello e della revisione. A quel punto lo scatenamento è totale. C'è pure chi invoca che X paghi a sua volta. Fra costoro c'è Tony Bellew, campione mondiale Wbc dei mediomassimi di pugilato e attore. E molti dei personaggi che durante la vicenda si sono schierati contro Evans vengono invitati a chiedere pubblicamente scusa all'ex centravanti dei Blades. Ovvio che fra quanti si vedono rivolgere la pressione a scusarsi vi sia Jessica Ennis-Hill, ancora fresca di “dis-intitolazione” di una tribuna a Bramall Lane. Ma questa vicenda scatena odio anche nella direzione opposta. Una sera di ottobre 2014, a poche ore dalla scarcerazione di Evans, ospite di uno show trasmesso da Itv la presentatrice e scrittrice Judy Finnigan sostiene che, in fondo, «lo stupro (subìto da X) non è stato violento». Immediatamente il suo account Twitter viene saturato da post orrendi. Molti dei quali auspicano che Chloe, la figlia 27enne di Finnighan e Richard Madeley (anch'egli presentatore televisivo e scrittore) venga stuprata. E stavolta gli hater non sono sostenitori di Evans, bensì persone convinte della sua colpevolezza. Anche questi altri leoni da tastiera vengono denunciati. Ma rimane il dato oggettivo: questa storia ha dato il via a un'ondata di teppismo telematico che è una ferita insanabile. Un danno permanente lasciato in eredità.

(3. continua)

20 Gennaio Gen 2019 1100 20 gennaio 2019
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