Super Bowl 2019
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2 Febbraio Feb 2019 1627 02 febbraio 2019

Il destino della protesta anti-Trump all'ombra del Super Bowl 2019

La caduta in disgrazia del "ribelle" Kaepernick. Lo scontro tra Nike e il presidente. Le nuove regole della Nfl per tenere la politica fuori dal campo. Che fine ha fatto il movimento #Takeaknee.

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Torna il più grande spettacolo d’America, domenica 3 febbraio gli Stati Uniti si fermano per il Super Bowl, la finale del campionato di football americano della Nfl in programma allo stadio di Atlanta. A fronteggiarsi i Rams di Los Angeles contro gli eterni Patriots del New England guidati da Tom Brady, quarterback 41enne che continua a macinare vittorie. Ma che fine ha fatto il #Takeaknee, la polemica che un anno fa attraversò il mondo dello sport più amato d’America contro Donald Trump? Il presidente degli Stati Uniti nel corso della stagione passata aveva contestato aspramente i giocatori che, in segno di protesta contro la violenza della polizia nei confronti dei neri, avevano deciso di inginocchiarsi durante l’inno nazionale che precede tutti gli incontri sportivi americani. L’ira di Trump si era abbattuta soprattutto contro Colin Kaepernick, quarterback dei San Francisco 49ers che era stato la scintilla della ribellione. «Quel figlio di una cagna andrebbe cacciato» aveva detto testualmente il presidente, dichiarandosi contento degli ascolti in picchiata di molte partite della Nfl.

La lega di football all’inizio della stagione 2018 ha cercato di mettere tutto a tacere nel tentativo di riportare la normalità, rialzare il gradimento e azzerare ogni contrapposizione politica. Il primo a farne le spese è stato Kaepernick. Il giocatore già rimasto senza contratto nella stagione passata, quest’anno non ha trovato un posto neppure da panchinaro. È vero che la sua ultima annata fu disastrosa (perse 10 partite su 11), ma i tanti infortuni in questi mesi hanno reso disponibili diversi posti da quarterback e il suo telefono non ha mai squillato. Tuttavia il giocatore, figlio di una donna bianca e di un padre afro-americano, si è tolto più di una soddisfazione. Innanzitutto una corte d’arbitrato ha stabilito che potrà adire il tribunale per un possibile risarcimento milionario contro la Nfl rea di averlo boicottato. Inoltre, lo scorso settembre, in occasione del fischio d’inizio della stagione regolare, l’ex regista di San Francisco è stato scelto dalla Nike come testimonial di punta della campagna che segna il 30esimo anniversario dello slogan “Just Do It” e che ha accompagnato il successo del più famoso marchio sportivo al mondo.

LO SCONTRO TRA NIKE E CASA BIANCA

La Nike ha deciso di appoggiare il coraggio del giocatore ribelle con lo slogan: «Credi in qualcosa. Anche se significa sacrificare tutto». Per l’azienda è stata una scelta rischiosa, in aperta polemica con la Casa Bianca e con molti dei propri investitori. La destra americana ha invocato il boicottaggio, Trump ha parlato di «un terribile messaggio» dicendo che il brand sarebbe stato «massacrato». Non è finita così. La Nike ha contabilizzato profitti record, annunciando lo scorso 29 dicembre dati oltre le attese per il secondo quadrimestre del 2018. Le azioni hanno registrato una crescita da settembre in poi e le vendite sono aumentate nei due mercati principali, quello nordamericano e quello cinese. «Il nostro team guida il cambiamento e raccoglie eccellenti risultati», ha commentato il Ceo Mark Parker. «Scopriamo che più siamo fuori dagli schemi, più cresciamo». Solo la notizia della scelta di Kaepernick come testimonial ha generato in poche settimane un’esposizione nei media globali valutata in 163 milioni di dollari.

Tom Brady.

VIETATO INGINOCCHIARSI DURANTE L'INNO

La Nfl ha cercato di mantenere le distanze ogni polemica. Lo scorso maggio i proprietari delle squadre hanno votato a maggioranza una policy che richiede a tutti i giocatori di rimanere in piedi durante l’esecuzione dell’inno o di non uscire dagli spogliatoi. Trump, tra le elezioni di midterm e i guai del Russiagate, ha avuto altri problemi da affrontare e ha risparmiato il football dalle sue esternazioni. Il campionato di football è tornato a essere un gioco di yard guadagnate e touchdown. A suo modo, un lieto fine in cui hanno vinto un po’ tutti. Quest’anno la stagione ha visto nascere nuove star come il funambolico giovanissimo quarteback dei Chiefs di Kansas City Patrick Mahomes e gli ascolti sono tornati a registrare il segno più. La semifinale al cardiopalmo tra i Patriots e i Chiefs ha messo in campo il duello tra la leggenda Brady e l’astro nascente Mahomes e ha avuto ascolti superiori del 30% alla semifinale dell’anno passato. Il vecchio Brady ha avuto la meglio ai tempi supplementari e domenica disputa il suo nono Superbowl (un record) alla caccia del suo sesto titolo personale (un altro record). Ma i Los Angeles Rams guidati da un’altra giovane star, Jared Goff, saranno un osso duro.

I TRUMPIANI PATRIOTS NEL MIRINO

In questo quadro, la politica cacciata dalla porta rientra dalla finestra. Brady e l’allenatore dei Patriots Bill Belichick sono odiati da molti non solo perché vincono sempre, ma perché sono visti come vicini al presidente. Brady era amico di Trump già prima che il tycoon si candidasse, anche se non ha mai voluto farsi trascinare in polemiche e ha espresso solidarietà nei confronti delle proteste dei suoi colleghi afro-americani. Belichick sostenne Trump durante la campagna elettorale. Altri eroi della Nfl hanno opinioni molto diverse. «Quel figlio di p*** dice solo str***», ha sentenziato senza sottintesi il runningback dei Raiders di Oakland Marshawn Lynch parlando del presidente, «mi ha chiamato anti-patriottico, ma se mi conoscesse e venisse nel mio quartiere vedrebbe una realtà ben diversa». Il 70% dei giocatori della lega sono neri e probabilmente la pensano come lui.

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