Ched Evans Stupro

Perché il caso Ched Evans è desolante per la giustizia britannica

Solo il potere del denaro ribaltò la sentenza scagionando l'attaccante accusato di stupro. Mentre sulla violenza di genere si tornò indietro di 30 anni. La quarta e ultima puntata della storia.

  • ...

«Ma adesso cerchiamo di far capire che è stato un caso eccezionale». Sono passate poche ore dalla revisione del processo che ha azzerato le accuse di stupro contro Ched Evans, ma già si guarda oltre. E ci s’interroga sugli effetti indesiderati (e incontrollabili) del retrial. L’ammonimento arriva da Vera Baird, una figura particolarmente autorevole nel Regno Unito, per quello che riguarda le politiche in materia penale. Ex parlamentare, ex procuratore generale della Corona, esperienze da docente accademica nel curriculum, e attuale crime commissioner presso la polizia di Northumbria. Soprattutto, Vera Baird è particolarmente sensibile alla tematica della violenza di genere. Su questo versante ha speso parte importante della sua attività e riflessione. E sulla scorta di ciò, nelle ore che seguono il giudizio di non colpevolezza di Ched Evans, scrive per il Guardian un articolo che invita a sciogliere subito il dubbio più pericoloso: staremo mica tornando indietro, in materia di tutela da riservare alle vittime di sexual offence? La riflessione è vasta, e pur nell'amarezza di fondo che ne contraddistingue il tono riesce a conservare un equilibrio d'argomentazione.

LEGGI LA SECONDA PUNTATA: L'accanimento mediatico sulla vicenda

Negli stessi giorni vengono espresse opinioni molto più tranchant. Dalle colonne dell'Independent, Holly Baxter sostiene che non si dovrebbe mai fare giustizia nel modo che è stato usato per il caso di Ched Evans; e il senso dell'articolo è tutt'altro che innocentista verso il centravanti ex Sheffield United. Addirittura brutali il titolo e il contenuto di un commento firmato da Rowan Pelling per il Daily Telegraph: «Il caso di Ched Evans manda un messaggio raggelante alle donne, ossia non denunciate lo stupro». Dal canto suo, Vera Baird spende tutta la sua autorevolezza per fare un ragionamento di prospettiva. Effettua un'operazione di analisi storica, ricordando che a metà degli Anni 70 i giudici dei tribunali del Regno avevano piena discrezionalità nel regolare l'uso delle tattiche forensi da parte delle difese, nei processi per stupro e altre forme di abuso sessuale. E fra le tattiche privilegiate dalle difese c'era soprattutto quella di insistere sulla carriera morale e sessuale della vittima. Ma, appunto, ai giudici era consentita discrezionalità. Dunque, in ultima analisi, per i legali difensori la possibilità di alleviare la posizione processuale dell'accusato attraverso i riferimenti alla moralità della denunciante dipendeva dalla predisposizione del singolo giudice. Altrettanto, e soprattutto, si può dire rovesciando i termini e guardando alla cosa dalla posizione della denunciante, col suo diritto a non vedere passata al setaccio la propria vita privata. Rispetto a questa condizione di discrezionalità, la riforma legislativa del 1999 ha messo un punto fermo.

Ched Evans con la fidanzata.
Getty

La già menzionata Section 41 dello Youth Justice and Criminal Evidence Act spazza via la possibilità che, nei processi per stupro o altri abusi sessuali di vario grado, vengano ammesse testimonianze incrociate sui precedenti sessuali della denunciante. Il principio su cui si fonda questa riforma della disciplina penale sul tema è chiaro: bisogna giudicare i fatti nella loro unicità, senza ammettere l'utilizzo del metodo reputazionale. Perché il riferimento alla carriera morale e sessuale della vittima ha grande probabilità di influenzare oltremodo il giudizio sui fatti, che invece devono rimanere il centro del procedimento. Inoltre, l'insistere sulla reputazione della denunciante rischia di rovesciare la situazione del procedimento trasformando l'accusatrice in accusata. Ciò che potenzialmente è un disincentivo alla denuncia di violenze e abusi sessuali.

TRAPPOLE LATENTI NEI PROCESSI PER ABUSO SESSUALE

Soprattutto, nel definire quale sia stato il motivo per la strutturazione della Section 41, c'è la necessità di abbattere i “miti gemelli” (twin myths) che incombono quando si mette in esame la carriera morale e sessuale della denunciante: 1) che una donna sessualmente più disinibita sia anche maggiormente propensa al consenso; 2) che per le stesse ragioni essa sia anche meno credibile come testimone. L'adozione di una Section 41 alle soglie del XXI secolo giunge al termine di un lungo processo di elaborazione rispetto a queste trappole latenti nei processi per abuso sessuale. Viene stabilito che non si debba più fare riferimento alla vita sessuale della denunciate, cui anzi si deve garantire lifelong anonimity (anonimato a vita).

SALTO INDIETRO DI 30 ANNI SULLA CONDIZIONE FEMMINILE

Ovvio che la fissazione di un principio così netto dovesse essere accompagnata da eccezioni. Che sono poche e molto circostanziate, ma esistono. E una di queste eccezioni, come si è visto nella puntata precedente, permette a Ched Evans di ribaltare le proprie sorti giudiziarie. Ma proprio perché si tratta di un'eccezione, sostiene Vera Baird nel commento pubblicato dal Guardian, è necessario che ciò sia reso chiaro. Perché altrimenti la revisione del processo a Ched Evans potrebbe avere effetti pessimi, sia in termini di cultura giuridica sia di spostamento della mentalità. In questo senso, interpellata dalla BBC, la stessa Baird usa toni molto più netti di quelli espressi sulle colonne del Guardian: il retrial di Ched Evans rischia di essere un salto indietro di 30 anni, in materia di condizione femminile e di atteggiamento verso il fenomeno della violenza di genere.

Ched Evans.
Getty

Si tratta di un timore non isolato, espresso a più riprese non soltanto in ambito giornalistico ma anche nel dibattito accademico. L'eccezione alla Section 41 fa giurisprudenza, e le ricadute sono ancora tutte da calcolare. Ma intanto si moltiplicano i contributi di analisi e di riflessione in ambito universitario. Il caso Ched Evans si trasforma in oggetto di studio su un terreno multidisciplinare posto al confine fra diritto, sociologia, filosofia e antropologia. E la disputa si gioca intorno all'eventualità che una legislazione relativamente giovane sia già obsoleta. I contributi sulle riviste scientifiche si susseguono. Molto dibattuto è quello scritto da Nick Dent e Sandra Paul, che sotto il titolo “In defence of Section 41” prova a sminuire i timori che il retrial di Ched Evans determini un indebolimento del dispositivo giuridico. A questa tesi risponde Clare McGlynn con un paper disponibile sul network Research Gate, intitolato “Challenging the law on sexual history evidence: a response to Dent and Paul”.

LA TECNICA DELLA COLPEVOLIZZAZIONE DELLA VITTIMA

La stessa McGlynn torna sul tema in un articolo pubblicato nel 2017 dal Journal of Criminal Law, dal titolo “Rape trials and sexual history evidences: reforming the law on third-party evidence”. La vicenda di Ched Evans viene indicata come esemplare anche nel libro firmato da Caroline Hoyle e Mai Saito, dal titolo “Reasons to doubt. Wrongful convictions and the Criminal Cases Review Commission”. Ma particolarmente significativo risulta il libro scritto da Luke Gittos e pubblicato nel 2015, quando ancora Ched Evans e i suoi avvocati si battevano per ottenere l'appello: “Why rape culture is a dangerous myth. From Steubenville to Ched Evans”. E il titolo chiama in causa il tema della “cultura dello stupro”, elaborato dalle correnti femministe di seconda generazione e successivamente affermato nel campo della riflessione sociologica sugli studi di genere. Con l'etichetta di “rape culture” si intende un atteggiamento diffuso anche nelle società culturalmente più aperte, in conseguenza del quale la violenza sessuale si trova spesso a essere sminuita e/o banalizzata attraverso la colpevolizzazione della vittima.

SCATENATI I PEGGIORI ISTINTI DELL'OPINIONE PUBBLICA

La teoria della rape culture indaga le radici di società ancora fortemente maschili nella composizione dei valori e degli atteggiamenti. Invero, nel suo libro Gittos pone a sua volta sotto indagine critica le stesse categorie della “rape culture”, ravvisando quanto esse rischino d'essere a loro volta fuorvianti. Ma in questa sede non è il caso di avvitarsi in una riflessione sulla critica della critica, che rischierebbe di non finire mai. Conta rimarcare quanto il caso giudiziario che coinvolge il centravanti ex Sheffield United vada a toccare un nervo sensibilissimo della società britannica, e finisca per lasciare un segno indelebile. E ciò risulta ancor più sconvolgente, se si pensa che tutto quanto inizia durante una notte di fine maggio 2011, in un clima di sciatteria assoluta dei comportamenti personali e di totale incapacità di calcolare le conseguenze dei propri gesti. Il mix è micidiale. Una giovane ragazza incline all'alcol e con la tendenza ai vuoti di memoria, un gruppo di maschi adulti soltanto all'anagrafe nonché pieni di denaro e incapaci di governare gli ormoni, una situazione di sesso in cui è impossibile capire se sia stato espresso consenso. Tutto vago, tutto lontano da un elementare senso di responsabilità. Ma è bastata una situazione così grottesca per scatenare i peggiori istinti dell'opinione pubblica e segnare un precedente nella giurisprudenza del Regno Unito in materia di sexual offence.

La giustizia britannica si è dimostrata incapace di essere equa e di fornire riparazione anche a uno solo fra i protagonisti della vicenda

All'inizio di questo lungo percorso abbiamo presentato la vicenda di Ched Evans come una storia di giustizia negata. E il senso della negazione sta nel fatto che la giustizia, infine, neghi se stessa. Incapace di essere equa e di fornire riparazione anche a uno solo fra i protagonisti della vicenda, col risultato d'andare in crisi di credibilità. Per capire quanto pesante sia la sconfitta del sistema giudiziario è sufficiente passare in rassegna gli elementi salienti della storia.

CAUSA CONTRO LO STUDIO CHE NON L'HA DIFESO BENE

Innanzitutto c'è la figura di Ched Evans, dapprima condannato per stupro e poi scagionato, ma soltanto dopo avere affrontato in carcere la prima metà della pena e poi lo stigma e l'isolamento finché non è arrivato l'esito della revisione del processo. Il solo riscatto che gli rimane può venirgli dalla causa annunciata contro lo studio legale Brabners, colpevole a suo dire di non averlo difeso efficacemente durante il processo chiuso nel 2012 con la condanna a cinque anni di carcere.

LA VITTIMA X: CONDANNATA A UN'ESISTENZA NELL'OMBRA

Poi c'è X, che in nessun passaggio della vicenda denuncia uno stupro – di quella notte non ricorderà mai nulla –, ma che da quel momento in poi vede distrutta la propria vita. Le tocca vivere come una reclusa, e cambiare più volte nome e luogo di residenza. Le viene concesso l'anonimato a vita, ma di davvero vitalizio rischia di essere soltanto la condanna a un'esistenza nell'ombra.

UNA SCONFORTANTE GIUSTIZIA DI CLASSE

Altro dato è lo sconfortante segnale sulla persistenza di una giustizia di classe. Perché, indipendentemente dall'idea che ci si è fatti sull'innocenza o sulla colpevolezza di Ched Evans, rimane indiscutibile un interrogativo: se il centravanti ex Sheffield United non avesse avuto alle spalle una fidanzata e un suocero ricchissimi, se la sarebbe cavata? La risposta è: quasi certamente no. E se non si può certo stigmatizzare il potere del denaro se infine serve a rimediare a un errore giudiziario (sempre che di errore giudiziario si possa parlare, in questa vicenda dove la verità sta da nessuna parte), si deve invece rimarcare in negativo il fatto che qualsiasi altro imputato, privo di tali possibilità economiche, non avrebbe avuto modo alcuno di ribaltare la propria vicenda giudiziaria. E questa è comunque una sconfitta per il sistema giudiziario britannico.

L'ODIO IN RETE CHE HA CAMBIATO IL CLIMA SULLA VICENDA

C'è anche la ferita dell'odio in Rete, elemento ormai sfuggito di mano, con la sua capacità di condizionare il clima d'opinione su un fatto e di correggerne in modo insano la traiettoria. E infine c'è il tema delle conseguenze giurisprudenziali in materia di sexual offence, col timore di un ritorno indietro di 30 anni cui ha fatto cenno Vera Baird. Tutti elementi che compongono un panorama desolante per la giustizia britannica. Così come desolante è pensare che tutto sia iniziato solo perché, in una tarda mattinata di lunedì, una giovane ragazza si è svegliata dentro una camera d'albergo senza ricordare come fosse arrivata lì. Nelle stesse ore in cui quattro maschi adulti e mal cresciuti avevano a loro volta dimenticato l'esistenza di quella ragazza, abbandonata come fosse il residuo di un party dentro una camera d'albergo.

3 Febbraio Feb 2019 1500 03 febbraio 2019
© RIPRODUZIONE RISERVATA
Correlati
Potresti esserti perso