Hakeem Alaraibi Fifa
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Aggiornato il 11 febbraio 2019 10 Febbraio Feb 2019 1500 10 febbraio 2019

Hakeem al-Araibi, il dissidente che smaschera l'ipocrisia Fifa

Difensore del Bahrein critico verso la famiglia reale, è finito in manette dopo una vicenda che ha coinvolto anche Australia e Interpol. Evidenziando l'ambiguità dell'organismo che governa il calcio mondiale.

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AGGIORNAMENTO DELL'11 FEBBRAIO. Un tribunale thailandese ha ordinato il rilascio di Hakeem al-Araibi, secondo quanto reso noto dal portavoce del tribunale, Suriyan Hongvilai. L'ordine di scarcerazione è arrivato in seguito alla decisione del Bahrein di ritirare la sua richiesta di estradizione.

Il tempo di mettere piede all'aeroporto di Bangkok e la luna di miele si trasforma in un incubo. Basta un istante per veder precipitare la propria vita nelle tenebre, come succede a una giovane coppia in viaggio dall'Australia. Il 27 novembre del 2018 i freschi sposi atterrano nella capitale tailandese. Sono rilassati, pensano a ritirare i bagagli dal nastro e a catturare il primo taxi. E invece al Suvarnabhumi Airport trovano la polizia a attenderli. Anzi, per essere precisi, i gendarmi aspettano lui: Hakeem al-Araibi, 25 anni, cittadino del Bahrein, professione calciatore. Hakeem viene ammanettato e portato via assieme alla moglie Naqaa Sateeh. Pochi giorni dopo, il 2 dicembre, la coppia viene trasferita presso il centro di detenzione per immigrati di Suan Plu. E il giorno successivo, come riferisce un comunicato di Amnesty International, Hakeem è condotto davanti a una corte che ne decreta la detenzione di 12 giorni. Gli viene confiscato il telefono portatile, e soprattutto gli è prospettata l'estradizione in Bahrein. Ciò che per il calciatore è uno scenario terrificante. Perché Hakeem è fuggito nel 2014 dal suo Paese.

In patria, oltre che un calciatore affermato (da difensore è arrivato a giocare in nazionale), Hakeem al-Araibi è etichettato come dissidente. Nel 2012 viene arrestato e torturato, in conseguenza delle attività politiche anti-regime condotte dal fratello. Due anni dopo riesce a volare in Australia, dove chiede e ottiene asilo. E nel 2017 il governo australiano gli riconosce lo status di rifugiato. Nel Paese che lo accoglie Hakeem si sente al sicuro, e riesce a riprendere la carriera da calciatore. L'ultima squadra in cui gioca è il Pascoe Vale, club semi-professionistico che milita nella prima divisione nazionale dello stato di Victoria, ciò che nella piramide organizzativa del calcio australiano corrisponde alla seconda divisione. La scorsa stagione agonistica australiana si è chiusa a settembre, la prossima comincerà a metà febbraio. E approfittando di tale pausa Hakeem e Naqaa intendevano regalarsi il viaggio di nozze. Invece si ritrovano in trappola, travolti da una vicenda che parte da un pasticcio procedurale e mette a nudo le ipocrisie nel rapporto fra politica internazionale e istituzioni del calcio. Ma perché la polizia thailandese arresta Hakeem?

Lo fa in esecuzione di una red notice dell'Interpol, registrata dietro richiesta del governo bahreinita. Il calciatore è accusato di avere assaltato e devastato un commissariato di polizia. Un racconto cui risulta difficile credere, e che peraltro viene smentito dal fatto che Hakeem stesse giocando una partita trasmessa in tivù mentre la presunta devastazione avveniva. Per questa accusa, dopo la fuga in Australia, il calciatore è processato in contumacia e condannato a 10 anni di carcere. Un processo che da Amnesty International viene definito unfair (iniquo) e si chiude con una pena che rimarrebbe inefficace, dato che Hakeem non si lascia sfiorare dall'intenzione di tornare nel proprio Paese. E anche la diffusione di una red notice diramata dall'Interpol a carico del calciatore sembra uno sterile esercizio procedurale più che una reale minaccia per la sua libertà. Invece quel provvedimento si trasforma in una tagliola. Ma cosa è una red notice? La spiegazione che viene data sul sito web della stessa Interpol è molto chiara. Una red notice formalizza sul piano internazionale una segnalazione data da un governo nazionale o da un tribunale internazionale, e riguarda l'ordine di arresto e estradizione spiccato nei confronti di un soggetto. Ma dopo aver specificato cosa sia una red notice, il testo sottolinea pure cosa essa non è: un mandato di cattura internazionale.

IL PASTICCIO DEL DIPARTIMENTO DEGLI AFFARI INTERNI AUSTRALIANO

L'arresto di un soggetto che sia destinatario di red notice è lasciato alla discrezionalità dei singoli governi, che in via altrettanto discrezionale possono decidere se estradare il soggetto. Hakeem al-Araibi è consapevole di tutto ciò. E per questo motivo, prima di pianificare il viaggio di nozze, verifica se la Tailandia sia per lui un Paese a rischio. Come riferisce un articolo pubblicato dal Guardian, le autorità australiane in materia d'immigrazione lo rassicurano: grazie al suo status di rifugiato, Al-Araibi può viaggiare verso qualunque destinazione, Bahrein escluso. Una garanzia di cui il ragazzo si fida ciecamente, al punto da minimizzare gli inviti alla prudenza che la sorella gli manda dal Bahrein. E invece basta toccare il suolo tailandese perché scatti l'arresto. Ciò che scatena polemiche non soltanto per i caratteri specifici del caso, ma anche per due aspetti procedurali che seminano perplessità. In primo luogo, c'è la questione della compatibilità fra una red notice dell'Interpol e lo status da rifugiato di Hakeem, un elemento che rimane irrisolto. Ma è il secondo aspetto a destare l'imbarazzo più grande: la segnalazione di una red notice su al-Araibi giunge alle autorità tailandesi dagli uffici Interpol australiani. Un pasticcio sul quale Dipartimento degli Affari Interni australiano si sta giocando la faccia.

Hakeem a-Araibi.

La giustificazione che è stata fatta circolare parla di una procedura automatica per ogni caso di red notice. Ma a una valutazione politica, che tenga conto anche dello status di rifugiato assegnato a Hakeem, questa giustificazione non regge. E la valutazione politica si fa ancora più severa davanti all'inerzia che il governo australiano mostra davanti alla richiesta (avanzata da diversi soggetti, fra cui Amnesty International, Gulf Institute for Democracy and Human Rights, Refugee Action Collective) di concedere al calciatore la cittadinanza australiana con provvedimento d'urgenza. Resta il fatto che adesso la situazione è estremamente complicata. A tre mesi dall'inizio, la vicenda sconta uno stallo che non si sa a cosa preluda. Ma nel frattempo si può registrare il dato di palese ipocrisia che investe il governo mondiale del calcio.

LA MOBILITAZIONE INTERNAZIONALE IN FAVORE DI HAKEEM

Nel corso di questi tre mesi la mobilitazione internazionale in favore di Hakeem è stata eccezionale. Si stanno spendendo in suo favore due ex capitani della nazionale australiana, Craig Forster e Craig Moore. Si è mobilitata l'associazione internazionale dei calciatori Fifpro. La petizione “Save Hakeem” lanciata su Change.org si avvia rapidamente a raggiungere l'obiettivo delle 35 mila firme. Nei giorni immediatamente successivi all'appello è giunto da Human Rights Watch un appello a non estradare Hakeem in Bahrein, E infine pure la Fifa ha fatto sentire la sua voce. Una lettera datata 23 gennaio e firmata dalla segretaria generale della federazione calcistica mondiale, Fatma Samoura, è stata indirizzata al primo ministro tailandese Prayut Chan-o-cha con richiesta di concedere a Hakeem al-Araibi la possibilità di tornare in Australia. E si tratterebbe di un documento lodevole, se non fosse che la Fifa avrebbe fatto molto meglio a scrivere un'altra missiva, con diverso destinatario. Per capire a quale altro indirizzo la signora Samoura e il grande capo Gianni Infantino avrebbero dovuto indirizzare una richiesta decisiva per la libertà del calciatore bahreinita, è necessario fare un passo indietro.

Nel 2016, durante le settimane che precedono le elezioni per la presidenza Fifa vinte da Infantino, Hakeem rilascia dichiarazioni a testate di punta come il New York Times e Espn. Lo fa per criticare Salman Bin Ibrahim Al-Khalifa, membro della famiglia reale bahreinita, accusandolo di non aver protetto dalle torture i calciatori che hanno partecipato alle proteste anti-regime del 2011. Ma chi sarebbe il signor Salman Bin Ibrahim? In quei giorni del 2016 è uno dei candidati alla presidenza Fifa. Sarebbe il favorito, ma poi a sorpresa viene battuto dall'avvocato ticinese d'origine calabrese che fin lì è stato il braccio destro di Michel Platini all'Uefa. Soprattutto, dal 2013 il signor Salman Bin Ibrahim Al-Khalifa è presidente dell'Asian Football Confederation. E grazie a questa carica è vicepresidente Fifa. Ciò che lo rende organico a due famiglie diverse: quella del calcio mondiale e quella regnante in Bahrein.

PERCHÉ LA FIFA NON HA SCRITTO A SALMAN BIN IBRAHIM?

Dunque, anziché scrivere una velleitaria lettera al primo ministro tailandese, la segretaria generale Samoura e il presidente Infantino avrebbero fatto meglio a telefonare al loro vicepresidente. Per chiedergli informalmente di fare pressione affinché la richiesta d'estradizione di Hakeem venga stoppata. Troppo complicato, e tropo poco appariscente. Meglio mettere agli atti il pdf di una lettera inutile, ma scaricabile dal sito ufficiale Fifa. E non scocciare l'autocrate che ci si ritrova in casa. Tanto, per rifarsi l'immagine, basta galleggiare a margine del Forum di Davos e firmare protocolli d'intesa con l'Unesco e col World Food Programme. Tutto molto politically correct. Una continuazione della diplomazia blatteriana, frutto dell'epoca in cui il colonnello svizzero girava il mondo con un piglio da segretario generale dell'Onu e coltivava non segrete ambizioni al Premio Nobel per la Pace. Intanto che il governo locale e quello globale del pallone accoglievano (e continuano a accogliere) affaristi, tangestisti, e dittatori di varia foggia. Buona fortuna Hakeem.

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