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I mali del calcio italiano tra conti in rosso e crimini

Indebitamento di 4 miliardi. Sicurezza negli stadi inesistente. Infiltrazioni mafiose negli ultrà. Business illecito di scommesse e partite truccate. Analisi dei mali del pallone.

  • EMANUELE TELESCA
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Santo Stefano 2018. Per la prima volta la nostra Serie A viveva il suo primo boxing day, tradizione mutuata dal calcio inglese. La partita di cartello è stata Inter-Napoli, stadio Meazza di Milano. Ma il risultato è passato in secondo piano. Colpa del violento agguato degli ultrà interisti nei confronti dei tifosi napoletani che ha lasciato al suolo una vittima: Daniele Belardinelli, 39 anni, investito da un'auto che tentava di rompere l’assedio. Durante la partita inoltre si sono susseguiti cori contro la città di Napoli e i suoi abitanti, unitamente agli ululati razzisti indirizzati al difensore degli azzurri Kalidou Koulibaly. Una serataccia. E la polemiche che ne sono seguite hanno rivelato le spaccature nei vertici del mondo pallonaro e istituzionale. Daniele Poto, giornalista sportivo ed esperto delle relazioni tra sport e malaffare, racconta a Lettera43.it: «La verità è che oggi i tifosi veri hanno paura di andare allo stadio, e con loro i cosiddetti sportivi che restano a casa a guardare le partite in tivù». I fatti di Milano sono lì a dimostrarlo. E davanti a episodi del genere vale la pena chiedersi: in che condizioni versa il calcio italiano?

UN'INDUSTRIA CHE SAREBBE FALLITA: 4 MILIARDI DI INDEBITAMENTO

Il calcio non è più solo uno sport, ma un mix di affari con cifre da capogiro. Le stime fornite dalla relazione della Federazione italiana giuoco calcio (Figc) per l’anno 2018 sono eloquenti. Il valore della produzione si attesta sui 3,4 miliardi di euro. Di questi il 38% sono garantiti dai diritti televisivi, il 22% dalle plusvalenze nella compravendita dei giocatori, il 16% dagli sponsor e dalle attività commerciali. Solo l’8% viene dalla vendita dei biglietti. Allarmante è il dato relativo all’indebitamento complessivo del movimento, attestatosi sui 4 miliardi di euro. Secondo Poto il business è fondamentale in un sistema calcio che viene sostenuto per la propria indispensabilità. «Alla luce del solo conto economico parleremmo di un’industria già fallita». Le responsabilità non sono unicamente di presidenti e dirigenti avidi. Bisogna tornare alla trasformazione dei club professionistici in società per azioni voluta dal ministro Walter Veltroni, ai tempi del primo governo Prodi.

SICUREZZA: TESSERA DEL TIFOSO E DASPO NON SONO SERVITI

Gestire il tifo organizzato, arginandone le estremizzazioni, è indubbiamente un problema di ordine pubblico. «Tutte le misure decise dallo Stato attraverso il ministero dell’Interno si sono rivelate parziali, disattese o non sufficienti a recidere il cordone ombelicale tra club e tifoserie deviate. La tessera del tifoso e il Daspo hanno letto il problema, ma non l’hanno risolto», sostiene Poto. L’Osservatorio nazionale sulle manifestazioni sportive (Onms) ha riscontrato nella stagione calcistica 2017/2018 una tendenza negativa sugli incidenti all’esterno degli stadi, i feriti, gli arresti, le denunce. Un trend confermato anche dall’ultima relazione annuale della Figc.

INFILTRAZIONI MAFIOSE: LA LEGITTIMAZIONE DEI CAPI ULTRÀ

Centrale è Il ruolo giocato dalle forze dell’ordine. Nell’ultima relazione della Commissione parlamentare antimafia sulle connessioni tra mafie e calcio non passa inosservata una dichiarazione rilasciata da Andrea Agnelli, presidente della Juventus. La gestione dell’ordine pubblico di un evento sportivo è, a suo dire, un rapporto tripolare. «[…] gli ultrà parlano con il club e con le forze dell’ordine, il club parla con gli ultrà e le forze dell’ordine, le forze dell’ordine parlano con gli ultrà e con il club». La stessa Commissione, nel concordare sulla legittimità del dialogo tra forze di polizia e tifosi, ha messo però in guardia dal rischio di «[…] generare, come effetto collaterale, involontarie forme di legittimazione e di rafforzamento dei capi ultrà all’interno e all’esterno del mondo del tifo organizzato».

FORZE DI POLIZIA: LE DIFFICOLTÀ PER GLI ORGANICI RIDOTTI

Poto sostiene che «non esiste una provata compromissione delle forze dell’ordine con i tifosi. Polizia e carabinieri obbediscono a ordini dall’alto senza risparmiarsi, seppur le loro forze avrebbero bisogno di essere rimpolpate con migliaia di assunzioni. Il recente fattaccio di Milano è lì a dimostrarlo: si poteva prevenire visto che c’erano avvisaglie su quanto sarebbe potuto succedere. Una sottovalutazione pericolosa anche in ragione dei ridotti organici».

Un selfie delle forze dell'ordine con Matteo Salvini.

ATTIVITÀ ILLECITE: RICICLO DI DENARO SPORCO

«Le società dovrebbe essere artefici del cambiamento, ma al momento attuale, realisticamente, lo faranno solo per costrizione e regolamento», analizza Daniele Poto. Per i club il confine tra l’essere vittime e correi degli ultrà, e dei gruppi criminali, è labile. La Commissione parlamentare antimafia ne ha messo in luce le principali cause. Innanzitutto il calcio è un catalizzatore di attività illecite: il denaro sporco si può riciclare senza incontrare barriere o controlli in entrata. Le strutture finanziarie, poco trasparenti, non tutelano la variegata platea di stakeholder. Senza dimenticare, per le consorterie criminali, il prestigio che promana dalla partecipazione a compagini calcistiche. L’allarme lanciato dalla Commissione riguarda in particolare gli assetti societari dei club. I proventi da illeciti trovano facile sfogo nell’acquisto di squadre in dissesto economico. Né da parte della Figc, né della Covisoc, la Commissione di vigilanza sulle società di calcio professionistiche, viene attuata una efficace fase di filtro.

CALCIO DILETTANTISTICO: PRATERIE PER LE ORGANIZZAZIONI CRIMINALI

Non ci si cura dei nomi e cognomi che si celano dietro i capitali immessi nel sistema calcistico. Il tutto con il favore della confusione generata dall’intricata struttura di governance del nostro universo pallonaro: una sovrapposizione di ruoli e competenze tra Coni (Comitato olimpico nazionale italiano), leghe e Federcalcio. Una piaga che diviene drammatica nel calcio dilettantistico, dove si aprono vaste praterie per le organizzazioni criminali. Il sistema, accessibile a cifre decisamente inferiori rispetto a quelle del calcio professionistico, è poroso e privo di anticorpi. Le mafie si accaparrano, a prezzi di saldo, controllo del territorio e consenso sociale.

RESPONSABILITÀ OGGETTIVA: I CLUB SOTTO SCACCO DELLE TIFOSERIE

Ma le società sono sotto scacco delle tifoserie a causa della responsabilità oggettiva. I club, garanti per la sicurezza all’interno degli impianti durante le partite, rispondono alla giustizia sportiva nel caso di intemperanze dei propri supporter. In merito Poto non ha dubbi: «Il vulnus è il potere ricattatorio esercitato dagli ultrà, il messaggio subliminale rivolto alle società: “Se non ti pieghi alle mie esigenze io posso farti squalificare il campo per responsabilità oggettiva”». La panacea di tutti i mali non sta nel passaggio in blocco delle competenze in materia alla giustizia ordinaria. Questa è certamente più approfondita ed efficace, ma al contempo opera con tempistiche troppo lunghe per i fitti calendari calcistici. La giustizia sportiva garantisce decisioni rapide seppur precarie e superficiali; spesso riviste a seguito dell’intervento ex post della giustizia ordinaria. Una strutturazione che torna utile in primis alle stesse società. A inquietarle, sostiene Poto, è la giustizia penale. «L’esclusione dai campionati è il deterrente più forte, certo più significativo delle multe o delle squalifiche del campo».

Gli scontri fra ultrà a Milano dopo Inter-Napoli.

GIOCATORI NEL MIRINO: VESSATI E INTIMIDITI DAI PROPRI SOSTENITORI

Giocatori e dirigenti vivono le medesime ambiguità nei confronti degli ultrà. Da un lato, come denunciato dall’Associazione italiana calciatori (Aic) con il rapporto “Calciatori sotto tiro”, ne sono il principale obiettivo. Le azioni o le situazioni intimidatorie perpetrate nei confronti dei tesserati rilevate nella stagione 2016/2017 sono circa 200. Nel mirino degli attacchi sono solitamente singoli giocatori, allenatori o dirigenti, vessati per più del 50% dei casi dai propri sostenitori. Questi episodi si verificano all’interno degli impianti utilizzati dalle società, ma non sono mancati casi in cui si è arrivati a colpire le vittime fin sotto la loro abitazione. Cori, insulti, striscioni e aggressioni fisiche hanno in prevalenza una duplice matrice razzista e “sportiva”. L’Aic è stata chiara: senza un cambio di passo che preveda una responsabilizzazione di tutti gli attori del mondo del calcio, si affonda.

LAVEZZI E IL BOSS DI CAMORRA: QUELLO STRANO RAPPORTO

Ma i giocatori talvolta hanno sfruttato a loro vantaggio i rapporti con le tifoserie organizzate, consapevoli di interloquire anche con personaggi dall’importante curriculum criminale. Nella relazione della Commissione parlamentare antimafia si cita, per esempio, il legame tra l’argentino Ezequiel Lavezzi (ai tempi della sua militanza al Napoli) e Antonio Lo Russo, boss dell’omonima famiglia di camorra e ras della Curva B dello stadio San Paolo. Come dichiarato dallo stesso Lo Russo la loro era una relazione di amicizia consolidata, al punto che questi aveva consegnato al giocatore una scheda sim dedicata alle loro conversazioni telefoniche. Nell’anno 2011 Lavezzi, conscio dello status di Lo Russo, chiese supporto e solidarietà in una fase conflittuale con la società. La richiesta fu accolta: entrambe le curve esposero striscioni a supporto del giocatore, mettendo da parte le consolidate divergenze territoriali e criminali tra i differenti gruppi ultrà.

Ezequiel Lavezzi.

MATCH FIXING: IL BUSINESS DELLE SCOMMESSE E DELLE PARTITE TRUCCATE

Un caso emblematico di simbiosi tra giocatore e “tifoso-boss” mentre le organizzazioni criminali infiltrate, frequentando i calciatori, rafforzano il proprio prestigio sociale, oliando i rapporti col mondo politico, imprenditoriale e amministrativo. Tali connivenze possono sfociare nel match fixing, ossia il business miliardario delle scommesse e delle partite truccate. Come sottolinea Poto, «c’è un mondo inesplorato delle serie minori dove alla voce match fixing può avvenire davvero di tutto. Si tratta di partite mediaticamente poco seguite e i giocatori possono essere corrotti per cifre nettamente inferiori a quelle dei big. Sostengo da tempo che a fronte di centinaia di giocatori che hanno truccato le partite ce ne sono migliaia muti, colpevoli, testimoni di quanto avvenuto. L’omertà in questo mondo paga».

NAPOLI E I CLAN: LA GESTIONE DEI SERVIZI DI VENDITA ALIMENTARE

Come riconosciuto dalla Commissione parlamentare antimafia, le curve diventano spesso territori anarchici nei quali la forza degli ultrà prevale sul diritto. Buchi neri nelle maglie della sicurezza. Gruppi di supporter le cui infiltrazioni da parte della criminalità sono note, acclarate da indagini e sentenze. Come indicato in audizione dal capo della polizia Franco Gabrielli un quarto dei soggetti afferenti ha gravi precedenti penali. I club non sfuggono alla loro parte di responsabilità. «Le società sono ostaggio del meccanismo che hanno contribuito a creare, ossia la sinergia con i gruppi ultrà legati a loro volta a gruppi criminali o mafiosi», attacca Poto. Anche nella relazione della Commissione si sottolinea come l’ambiente della curva si riveli humus fertile perché le mafie attecchiscano. Tanto nelle realtà provinciali quanto nelle più grandi piazze italiane. I casi emersi negli ultimi anni hanno riguardato club prestigiose come Juventus, Napoli, Catania, Genoa, Lazio. Il controllo delle curve A e B dello stadio San Paolo di Napoli da parte delle diverse famiglie di camorra ricalca la ripartizione del potere sul territorio. Ciò garantisce ai clan importanti flussi di denaro. «Al Napoli cambiano i presidenti», dice Poto, «ma è notorio che il servizio di vendita alimentare in ogni zona dello stadio rimane sotto il controllo dei singoli clan».

I tifosi della Juventus.

INDAGINE "ALTO PIEMONTE": 'NDRANGHETA TRA IL TIFO JUVENTINO

Così come ha fatto molto rumore la risultanza delle indagini “Alto Piemonte” dalle quali sono emerse le gravi infiltrazioni della ‘ndrangheta all’interno dei gruppi ultrà juventini, volti a gestire quote di tagliandi per l’accesso allo stadio rivenduti a prezzo maggiorato, con contatti fino ai più alti vertici societari bianconeri. Per Poto ciò dimostra che «là dove c’è business, c’è corruzione e rapporto simbiotico». L’errore sta nel considerare le pratiche descritte come un corollario inevitabile della competizione. Passando così dalla sottovalutazione del fenomeno alla sua mimetizzazione, fino alla normalizzazione.

16 Febbraio Feb 2019 2000 16 febbraio 2019
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