David Moss Razzismo Italia

David Moss su come l'Italia sta sdoganando il razzismo

Insulti agli atleti neri nel calcio e nelle serie minori del basket. Il cestista Usa da 12 anni nel nostro Paese: «Oggi chi è intollerante con gli stranieri ha meno timore a dirtelo in faccia. Colpa del governo? Non so».

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«On the field, no experience». David Moss gioca a basket in Italia da 12 anni e ad alti livelli, oggi è capitano della Germani Brescia e in carriera ha vinto tutto: scudetti, coppe Italia e supercoppe. Nessun altro americano ha un’esperienza così lunga nel nostro Paese come la sua. E a Lettera43.it in esclusiva dice: «Mai ricevuto frasi razziste in campo. Né dagli avversari, né dagli arbitri». Eppure è tutto il contrario di quello che sta accadendo in Italia sui campi di pallacanestro delle leghe minori. O su quelli di Serie A nel calcio, come il caso Moise Kean ha dimostrato.

«METTI GIÙ QUELLE MANI DI M**DA, NE**O»

Un’escalation di episodi. Come per esempio in Puglia, il 24 febbraio. Under 18 Eccellenza, Nikola Markovic, serbo, giocatore della Virtus Catanzaro, ha ricevuto gravi insulti razzisti da un avversario del Cus Bari, subito sospeso dalla società. Due settimane prima, in provincia di Milano, è toccato a Kader Kam, 31enne ivoriano, dell’Aironi Robbio (Pavia) in Serie C. Dopo uno contrasto con un giocatore della Ardens Sedriano (Milano) si è sentito dire: «Ne**o di m…». L’africano, residente a Vigevano da 15 anni, ha reagito con una gomitata ed è stato espulso. A novembre è stato addirittura un arbitro a pronunciare frasi razziste: vittima Orobosa Monday, giocatore dei Baskers Forlimpopoli e compagno di squadra di Rodolfo Rombaldoni, argento olimpico nel 2004, durante la sfida contro Ferrara, Serie D: «Metti giù quelle mani di m**da, ne**o…».

BASKET PROTAGONISTA NELLA LOTTA AL RAZZISMO

Il legame tra sport e razzismo esiste, è sotto gli occhi di tutti. Nel corso della storia però il basket ha avuto un ruolo di rilievo nella lotta contro questa piaga: l'ex presidente americano Barack Obama nel 2016 ha voluto celebrare i 50 anni dell’impresa di Texas Western University di coach Don Hastings, la prima a vincere un campionato Usa universitario con una squadra composta da soli atleti neri. Inoltre è sotto gli occhi di tutti: gli afroamericani sono i migliori del mondo in questo sport. Ecco perché può sembrare strano che anche nei campi di pallacanestro si verifichino episodi del genere. Per qualcuno è la conseguenza naturale di un clima sempre più di intolleranza nei confronti degli stranieri. Per David Moss, 35 anni, amatissimo dai tifosi di tutte le squadre in cui ha militato - Jesi, Teramo, Siena, Bologna, Milano e Brescia - «il razzismo c’è ed è ovunque. Nei campetti di periferia ma anche nelle grandi città, come Chicago, dove sono nato e cresciuto. Ci sono persone ti guardano male anche se sei seduto tranquillo in una caffetteria».

David Moss in Italia ha giocato a Jesi, Teramo, Siena, Bologna, Milano e Brescia.

DOMANDA. Niente a che vedere con gli episodi recenti sui campi di basket.
RISPOSTA. Le racconto cosa mi accadde a Świecie, a Nord della Polonia, la mia prima squadra da professionista. Avevo 20 anni, ero in un parco con gli altri americani della squadra. Un gruppo di ragazzi rasati a zero ci hanno gridato qualcosa in polacco. Poi in inglese: «Nigga bastards». Infine ci hanno lanciato i sassi. Siamo scappati, non lo dimenticherò mai. Volevo andarmene via e tornare a Chicago».

In Italia invece?
Mai successo. In campo c’è il trash talking, solitamente si usa per provocare l’avversario: «Non ce lai fai a superarmi. Hey man, è tutto quello che sai fare?». Cose così. Ma il colore della pelle non è mai oggetto di offesa. Diverso è il discorso dei tifosi.

Mi capita di sentire qualcuno gridare «Ne**o» o «Figlio di…» dagli spalti. Poi quelle persone sono le stesse che a fine gara vengono a chiederti il selfie

Cioè?
Mi capita di sentire qualcuno gridare «Ne**o» o «Figlio di…» dagli spalti. Ma come fai a essere sicuro sia odio razziale o “semplice” odio sportivo? Perché poi quelle persone sono le stesse che a fine gara vengono a chiederti il selfie. Dipende dalla cultura, sportiva e non solo, del Paese in cui ti trovi.

Per lei è vero che in Italia sta crescendo l’intolleranza nei confronti degli stranieri?
Seguo poco la politica del vostro Paese, so che il governo sta usando il pugno duro contro l’immigrazione. Per quanto mi riguarda non è cambiato niente, la gente sa chi sono. Brescia mi piace, è una delle città più differenziate per quanto riguarda la multirazzialità. Chi non era razzista ieri non lo è neppure oggi. Chi invece lo è sempre stato oggi ha meno timore a dirtelo in faccia. Che poi questo dipenda o no dal governo, francamente non lo so.

David Moss nel 2010 fu accusato di violenza sessuale, ma è stato definitivamente prosciolto quattro anni dopo.

Nel 2010 lei è stato denunciato per violenza sessuale. Un caso archiviato dal giudice perché il fatto non costituiva reato. Sostanzialmente fu un rapporto consensuale.
Fu tremendo. Quando ho letto del movimento #MeToo ho pensato subito alla mia esperienza, che però è completamente diversa dal caso Weinstein. Io non avevo fatto nulla di sbagliato. Da un giorno all’altro mi sono ritrovato accusato di qualcosa mai accaduta. Perché questa ragazza lo sta facendo?, mi chiedevo, perché sta dicendo il falso? Era la sua parola contro la mia. Ovvio che i genitori di quella ragazza e i suoi amici, in buona fede, credevano a lei. Stavo impazzendo.

È stato prosciolto definitivamente quattro anni dopo.
C’è chi cambiò atteggiamento. Persone che non volevano stare in ufficio con me da solo, per esempio. D’altra parte se quella ragazza fosse stata mia figlia, le avrei creduto. Ho una nipote di 18 anni, va al college in California e non vorrei mai che avesse esperienze del genere. L’importante però è essere onesti, non creare situazioni inesistenti.

Per lei le donne italiane hanno un debole. È fidanzato?
Al momento no. Mia madre ha badato a me e mia sorella da sola, so cosa vuol dire crescere due figli dopo aver scelto la persona sbagliata. Lei lavorava come commessa tutto il giorno e da piccolo trascorrevo molto tempo con la zia e la nonna. Sono molto legato a loro, ho entrambe tatuate sul torace, in particolare devo a mia nonna la mia passione per lo sport, anche quello estremo (David fa paracadutismo, ndr), non ce n’era uno di cui non conosceva le regole».

Ha 35 anni: quanto pensa di andare avanti a giocare?
Voglio vincere qualcosa con Brescia. Sono il capitano, l’ambiente è straordinario, i tifosi meravigliosi. Potrei andare avanti fino a 40, non ho mai avuto infortuni gravi. Pratico anche lo yoga che mi aiuta a rilassare i muscoli.

Intanto Cremona, a sorpresa, ha vinto la Coppa Italia.
Adoro Meo Sacchetti come allenatore, e Travis Diener, il capitano. Sono felicissimo per loro, l’anno scorso Brescia è arrivata in finale, ma senza fortuna.

In Serie A ci sono squadre con problemi finanziari: la proprietà di Torino vuole vendere, Siena è sull’orlo di un nuovo fallimento, Cantù è stato appena ceduta dal magnate russo Dmitri Gerasimenko.
È una situazione strana. Due anni fa il mio amico Christian Burns (oggi a Milano, ndr) aveva lasciato Brescia proprio per andare a Cantù. Ma tutti noi sapevamo della situazione che avrebbe trovato (Gerasimenko era indagato in Russia, nel 2016 è stato arrestato e poi rilasciato su cauzione, ndr). Così lo chiamai e gli dissi: «Ma cosa fai? Sicuro di volerci andare?».

Moss fa anche il testimonial del marchio di abbigliamento Be Around.

E quando Gerasimenko ha dichiarato bancarotta, Randy Culpepper, che a Cantù ha giocato assieme a Burns, ha pubblicato un post su Instagram coinvolgendo alcuni degli ex compagni che, evidentemente come lui, ancora dovevano ricevere parte dello stipendio.
Come ho detto, i giocatori si parlano, prima di firmare per una squadra ci confrontiamo con chi c’è già stato. Non sempre poi prendiamo la decisione giusta. Ci facciamo ingolosire dalle promesse e dalle cifre alte. Noi giochiamo a basket, per me è una gioia, ma restiamo professionisti. In quanto tali ci aspettiamo uno stipendio.

Chi lo vince il campionato?
Se la giocano Milano e Venezia. Noi puntiamo ai playoff.

E la Nba?
Golden State è… “Amazing”! Steve Kerr, il loro coach, è un vincente. Ha vinto a Chicago da giocatore, a San Antonio da dirigente e adesso in California come allenatore. Io spero però che vinca Toronto. I canadesi sono “sleepers”: si parla poco di loro ma sono tosti. E poi c’è Kawhi Leonard, il miglior difensore del mondo.

Il giocatore con cui ha più legato?
Bo McCalebb. Giocavamo insieme a Siena e ci sentiamo ancora.

Il giocatore da cui ha imparato di più?
Stonerook. Era il mio capitano alla Montepaschi. Non parlava tanto ma quando lo faceva, tutti stavano zitti. Si è ritirato nel 2012, per me un esempio.

Cosa farà David Moss una volta ritirato?
Voglio imparare a sciare. E studio da stilista per un marchio di abbigliamento, Be Around. Per ora faccio il testimonial, ma lavoro spalla a spalla con l’head stylist, il giapponese Saito Satoshi. Qualche volta faccio proposte, ma ho sempre paura di dire cose stupide. Non è come stare nello spogliatoio.

14 Aprile Apr 2019 1200 14 aprile 2019
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