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23 Luglio Lug 2014 1300 23 luglio 2014

Nel Sudamerica nascosto

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La copertina del libro Officina Bolivar di Mauro Daltin. “Officina Bolívar” (Ediciclo Editore) è un viaggio che parte dal Nord di uno stato, l’Argentina, “che, in un continente che ha la parola Sud nel nome, pare proprio una contraddizione” e si muove tra due estremi, esplorando Argentina, Bolivia e Perù, lungo la Panamericana, l’arteria che attraversa tutto il continente. Mauro Daltin, classe 1976, originario di Gorizia, parte alla ricerca del suo “destino final” e risale l’America Latina, andando a ritroso nel tempo. Scava tra storie di immigrazione, lingue che mescolano i dialetti del Nord Italia a uno spagnolo incerto, siede a osterie friulane nel cuore dell’Argentina dimenticata. Attraversa saline, circhi, mercati cittadini, autobus infiniti. “[…] ho sempre voluto vedere le facce, gli occhi, di chi è in grado di giocare con la vita come una palla da calcio, e farla sparire e poi ricomparire, qualche metro più avanti o qualche anno più indietro”. Destinazione ultima: Cuzco, Perù. I GENOVESI DI BAIRES. Il viaggio inizia a Buenos Aires, città di mare “che del mare non ha nulla”, forse solo il porto. Intrisa di terra fino allo spirito dei suoi abitanti, animo concreto, faccia scura e rugosa. Ai piedi dello stadio Bombonera, il ghigno sfrontato di El Loco è rimasto ancora negli occhi dei bimbi che giocano a pallone. La storia del Boca, dei genovesi di Buenos Aires, gli xeneises, i colori della Regina Sophia che si spalmarono sulle maglie dei giocatori, le risate degli italiani, teste fumanti e anarchiche, che proclamarono la Repubblica Libera de la Boca, il passato ritorna o forse non se n’era mai andato. Daltin chiede, bussa alle porte, cerca storie di vite al confine per raccontare l’Argentina di ieri, sogno italiano. La Boca, intanto, scompare, piegata alle esigenze del turismo. La cronaca di una morte annunciata di un quartiere, che tanto assomiglia ai destini di tutti gli altri quartieri simbolo delle metropoli, “qualcosa d’altro, tana di cani randagi e di marionette appese alle finestre”, con i “ballerini di tango a contendersi turisti, e pittori di strada che disegnano caricature o ricordi di tempi passati”. IN FRIULANO ALLE OSTERIE. “L’Argentina è come le macchine che vedi per le strade. Se si rompono le leghi con uno spago e vai avanti finché resistono”. A Colonia, gli italiani di quarta e quinta generazione oggi si mescolano all’ondata di emigrazione boliviana, che cerca lavoro in una terra dove sbarcare il lunario, almeno a prima vista, sembra più facile. A Puesto Viejo, il vuoto assedia una storia che è finita prima ancora di cominciare. Puesto Viejo è un posto abbandonato prima di essere abitato, dove i primi emigranti italiani cominciarono a tirare su edifici e abitazioni prima di decidere che non fosse il terreno adatto. Qui nelle vecchie osterie, c’è chi biascica ancora qualche parola in friulano, tra un bicchiere e l’altro di Fernet e Coca Cola, tra le bevande più comuni in quel remoto angolo di Argentina. “Qualcosa come il mate, para compartir”. Davanti al finestrino del bus scorrono binari abbandonati, lasciati dormire su canyon che si aprono anche per 4000 metri di profondità dove uomini e lama brulicano placidi. La Quiaca, estremo Nord dell’Argentina, al confine con la Bolivia, è una cittadina persa “come se qualcuno se la fosse giocata al tavolo verde”. L’orizzonte è lunare, aspro, i colori più accesi sono spalmati sulle gonne delle lavoratrici che ogni giorno scaricano i camion argentini e trasportano la merce in Bolivia, operazione necessaria per non pagare i pedaggi e le dogane. LE MINIERE DI POTOSI'. Villazón, in terra boliviana, è lo specchio di La Quiaca, uguale numero di turisti, merci e contrabbandieri. La Bolivia è uno dei paesi più ricchi di minerali al mondo. Gli inferi delle miniere di Potosí, dove hanno perso la vita 8 milioni di lavoratori, il deserto di sale di Uyuni, il più grande sul pianeta, ne fanno una terra dove la parola povertà non ha mai avuto nulla di eccezionale. La Paz è lasciata volontariamente fuori dall’itinerario. Cochabamba, in lingua quechua, vuol dire “laguna”. È una città che resta in disparte, mal collegata, patria del mercato più grande dell’America Latina, ma priva di ogni charme, dove la cultura andina resta confinata in pochi specchietti per le allodole riservate ai turisti, il resto scompare davanti all’avanzata progressista, rimane solo un vago sapore di “arachidi tostate male e birra senza bollicine”. ALLE SALINE DI MARAS. Per raggiungere il Perù, basta attraversare il lago Titicaca, approdando a Puno. Qui si parte alla volta della città a forma di puma, Cuzco, fino a raggiungere Machu Picchu. Il niente appare all’orizzonte, la forma del vuoto diventa parte del paesaggio. Sin dai primi passi in Aguas Calientes, sorta di città fantasma nata intorno al business del turismo a Machu Picchu. Daltin passa accanto agli altri viaggiatori, attraversa i percorsi più turistici sfiorandoli solo, come se fossero in un’altra dimensione. Si lascia accecare dal sole abbagliante delle saline di Maras, raccoglie storie di bambine invisibili, assiste agli scioperi di studenti e campesinos contro la privatizzazione dell’acqua. Vite ordinarie di un continente straordinario, a volte suo malgrado. VIAGGIARE E' PIU' FACILE. Quello che resta nelle pagine sono le esistenze discrete dei locali, quello che si vede fuori dal finestrino in un autobus notturno, l’arredamento di una stanza d’albergo in una cittadina peruviana. Le pause di un viaggio, il cui “destino final” si modifica strada facendo. Perché “l’andare per certi versi è più facile”, ma il fermarsi richiede una riflessione, “ti mette di fronte al luogo statico che vivi, alla quotidianità. E lì, in quell’intermezzo, è tutta un’altra storia”. In appendice al libro, un apparato fotografico del viaggio e consigli e suggestioni per continuare la scoperta attraverso le risorse del web e le parole dei grandi cantori dell’America Latina, da Borges a Chatwin.

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