30righe
4 Aprile Apr 2018 1715 04 aprile 2018

La prossimità contro il logorio dell'attualità

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La scena sta sotto i nostri occhi: è tornato il figlio a casa dopo un viaggio all'estero per diversi mesi, e mentre gusta il minestrone di mamma fino all'ultimo cucchiaio decanta il sapore unico del piatto servito. Il sorriso compiaciuto della mamma si intravede con discrezione e i presenti si danno al chiacchiericcio: "tutta questa esalatazione per un semplice minestrone, che sarà mai"? Che sapore straordinario può avere il brodo? Ma no - arriva la risposta sapiente della madre - il buono non è il minestrone... ma il suo essere a casa!

Ecco dove sta il sapore. E' ciò che un verso dei salmi definisce "l'intimità della tua casa" (Sal 128) ciò che trasforma tutto in sapore. Ed è la prossimità di un posto delizioso a sedare la tempesta dei penseri ansiosi e contorti dell'esistenza. La casa diventa a quel punto il rifugio, l'archetipo di un luogo dell'animo dove respiri l'armonia delle relazioni e la tolleranza degli approcci. Se è vero che Agostino d'Ippona chiede "unde malum" (da dove viene il male del mondo?) è altrettanta autentica la domanda che si muove in senso opposto ovvero l'interrogativo filosofico-etico "dove posso stare bene"?

Nel suo saggio per Vita e Pensiero, La Resistenza intima: saggio su una filosofia della prossimità, Josep Maria Esquirol compie un'operazione speculativa molto interessante e tenta di navigare in mare aperto viaggiando in controtendenza rispetto all'assunto di questi tempi disgreganti i quali sembrano condannarci ad un'umanità frantumata, dispersa per le vie del caos. Si scopre così che le differenti vie filosofiche e religiose hanno cercato di dare risposte puntuali e concrete a questa domanda di senso trovando nella prossimità quella capacità di resistenza alla banalizzazione dei legami pur nella consapevolezza che la nebbia del nichilismo è difficile da dissipare. Ma bisogna pur provare a camminare in questo senso.

Dire prossimità - leggendo queste pagine - è anzitutto apertura all'inedito senza avere ansia da prestazione, è uno straordinario attendere oggi senza la paura del domani, poichè sarà umano e consolante - mi suggeriscono le sfumature efficaci del latino - possedere un sano timore (timor) del futuro piuttosto che lasciarsi sopraffare dal terrore (perturbatio) delle proprie azioni e delle proprie relazioni rimendo fermi. Questa "perturbatio"si è acuita molto probabilmente dalle complicazioni di una società che da liquida sta diventando minacciosamente areiforme, ovverosia troppo astratta, dove è facile comprare con un click ma tutto tace alla prova del rapporto non fosse altro che i legami autentici non hanno prezzo. E il saggio di Esquirol introduce il lettore - senza ingenuità e considerazioni scontate - ad una storia della alterità e prossimità gettando un solido ponte tra padri e posteri e offrendo un contributo critico avvincente.

In alcuni passaggi si osserva il coraggio intellettuale dell'autore quando parla di una sorta di regime, allo stato nascente, chiamato "impero dell'attualità" le cui lancette scandiscono le nostre vite a colpi di asserzioni assolute che poi si smentiscono il giorno dopo per fare spazio ad altri punti esclamativi. I media oltretutto anziché dare una mano tesa e aperta a capire, sovente sferrano pugni chiusi e pongono barriere altissime alimentando il turbinio della confusione il cui effetto è questa costante inadeguatezza rispetto agli eventi. Questa contraddizione si trasferisce al linguaggio. Basti pensare che al concetto di con-dominio - che richiama al senso della collaborazione - preferiamo l'espressione "abitare" in appartamento in una solitudine mediocre, rinchiusi nelle proprie mura soffocando il bisogno di condivisione e negoziazione di significati e comportamenti. Di fronte a tale pericolo, Josep Esquivol richiama Voltaire ed invita a guardare al vecchio anziano incontrato da Candido. Un uomo che trova nel suo giardino la protezione contro itre grandi mali: la noia, il vizio e il bisogno... metafora quindi del donare alla vita un'intensità e una forza impossibili da ottenere per mezzo di tante parole dette a vanvera.

Il percorso a cui invita il libro aiuta a scrivere un'inedita grammatica delle relazioni i cui fondamentali sono già scritti nel nostro corpo prima ancora che con i grafemi: e nella nostra natura (morphè) infatti avere due orecchie e una sola lingua - citando Zenone di Elea - permettendoci di ascoltare il doppio prima di parlare. In altre parole è il nostro corpo la parte ineludibile e irripetibile a dirci quanto siamo capaci di relazione e di legami e siamo invitati ad aprire questi sensi, ad assolvere al comando (apriti, effatà si recita nelle iniziazioni battesimali) di essere veramente disponibili ad un'esistenza di prossimità, comunionale.

E l'altro può non essere solamente e unicamente un inferno come direbbe Sartre , ma l'orizzonte di un rapporto io-tu come invece pensano Emmanuel Levinas, Paul Ricoeur o Martin Buber. La resistenza intima quindi non è relativa al singolo ma la colonna portante di una cultura delle relazioni coscienti della finitezza di ciascuno di noi. La prossimità - scrive l'autore - ha quindi a che vedere con la nostra storia quotidiana ed è curativa per le profondità del nostro essere; insomma è un ritornare a casa per sentire tutto il suo calore racchiuso e conservato nel gusto del minestrone di chi ti ama.

noi siamo come una filza di punti di imbastitura, la cucitura più precaria e debole che esista, che unisce due lembi, due limiti, due provvisorietà. Ognuno di noi è uno di questi fragili punti, che prendendosi cura l’uno dell’altro, accettandosi come diversi nella prossimità, si aiutano a non cedere e nel loro ‘congiungimento’ sono capaci di unire la terra e il cielo.

Josep M. Esquirol, La Resistenza intima (Vita e Pensiero)
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