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29 Dicembre Dic 2017 0033 29 dicembre 2017

Musica: i miei migliori. Top Ten album 2017

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Che tu lo voglia o no, mio caro amico, arriva la top ten dischi 2017 del buon Gallone.
No, stavolta il mio amato Steven Wilson qui non c'è. Motivo: a tavolino, io, ci prendo il caffè. Punto.
Per correttezza ho tenuto fuori dall'elenco un podio per me garantito, vale a dire quello occupato da Jack Adamant con "Lunch at 12 since '82" e da Guy Littell con "One of those fine days", due dischi semplicemente splendidi e pieni di idee ma che mi provocherebbero un considerevole conflitto di interesse (vedi alla voce AR Recordings).
Allora pronti?
Via!

10. SAMSARA BLUES EXPERIMENT - “One with the universe”
Molte band sostanzialmente hard rock hanno avuto (o sono nate in seguito a) crisi mistiche psichedeliche che le hanno portate a maturare l'intenzione di cimentarsi con una sorta di space rock che tutto è tranne qualcosa di facile da fare, pena una rottura di zebedei notevole all'atto dell'ascolto (dite quello che volete ma a me gli Swans, ad esempio, non dicono così tanto). Questi signori, però, sono memori di una certa lezione kraut connazionale (sono tedeschi) che non tardano a prendere come idea basilare da applicare nelle impostazioni generali. Che non vuol dire mescolare i generi ma qualcosa di più importante: sapere cosa si sta suonando e perché lo si sta facendo.

9. DREAM SYNDICATE - “How did I find myself here”
Tra una miriade di reunion perfettamente in grado di lasciare un po' il tempo che trovano (a parte quella dei Faith No More, in verità), questa è quella che ha più senso e, al contempo, spaventa un po'. Nel senso: perché mai ciò che Steve Wynn e soci fecero trenta e passa anni fa risulta ancora alquanto innovativo o, se non altro, più interessante di molte altre proposte altisonanti e sedicenti rockettare? Sono speciali loro o è una chiavica una buona parte di ciò che c'è attorno al buco? Forse entrambe le risposte sono da prendere per buone. Poi fate un po' voi.

8. DEPECHE MODE - “Spirit”
I Depeche Mode, in definitiva, non hanno mai fatto un disco veramente brutto. Certo, “Spirit” risulta sostanzialmente migliore (ed era difficile fare diversamente, in realtà) del precedente “Delta machine”, se non altro in termini di impatto emotivo e songwriting. Ma tra le tante band che proprio non pensano minimamente di rispondere alla chiamata “va bene, grazie, ora però può bastare” (vedi alla voce...ehm...U2!) Dave e soci sono ancora una vera e propria esperienza sia su disco che, soprattutto, in sede live. Per come vanno le cose, in definitiva, direi che non è poco. Anzi.

7. AMPLIFIER - “Trippin' with dr Faustus”
A proposito di space rock, gli inglesi Amplifier sono tra i capositipiti del genere sul versante innovatore contemporaneo. Certo, dopo i primi album (soprattutto il primo omonimo, bellissimo), hanno provato un po' a mischiare le carte con risultati francamente rivedibili, ma nel dopo “The Octopus” (splendido doppio album hard-prog-rock da molti etichettato come il loro vero capolavoro) questo è forse il risultato migliore. Duro, a ratti aspro ma nel complesso molto concreto e trascinante. Sono una bella esperienza live anche loro, per chi ha l'udito solido e ben allenato.

6. RICHARD BARBIERI - “Planet + Persona”
Gli sperimentatori elettronici attuali si contano sulle dita di sei miliardi di mani, quelli veri su qualche falange. Barbieri è sempre stato uno di questi, sia negli esordi coi Japan (suoi molti dei migliori arrangiamenti) che nei Porcupine Tree (senza di lui, Wilson non avrebbe avuto vita così facile per mettere in pratica tutta quelle incredibili idee almeno da “Signify” in poi). Questo nuovo esperimento solista si distingue non tanto per bellezza formale quanto per coraggio e dedizione nel riversare su disco idee perfette per esperienze sensoriali da pura installazione metafisica. Il risultato escusivamente audio è forse un po' limitante ma l'esperienza sinestesica c'è e fatica a lasciarti andare.

5. NINE INCH NAILS - “Not The actual events” + “Add violence“
Dopo quattro capolavori assoluti, venne fuori (ovviamente) un disco mediocre (“With teeth”). Qualche risveglio lo si ebbe nel bel concept apocalittico e multimediale di “Year Zero”. Poi le incertezze di “The slip”, le esperienze (altalenanti) delle colonne sonore (con tanto di Oscar) per David Fincher e il tentativo di fare un passo indietro (l'elettronica analogica) per cercare soluzioni diverse (“Hesitation marks”). Trent Reznor, per me, è stato e continua ad essere un grandissimo esempio di caparbietà mista a puro ingegno tecnico e follia creativa. Il progetto di questi due ep (saranno forse seguiti da un terzo a breve) pone in essere quello che il progetto NIN, pausa inclusa, covava da tempo: continuare ad osare. Quì c'è tanto esperimento ma anche tanta energia e considerevole pathos.

4. BRIAN ENO - “Reflection”
Chi ha provato la sua ultima “app” credo sia ancora ricoverato d'urgenza in qualche clinica psichiatrica sotto sorveglianza speciale. Steve Reich insegna, certo, ma se c'è uno che ha come obiettivo non dischiarato quello di rendere veramente eterna la sua musica (nel senso proprio di una interminabile sequenza sonora viva da qui all'eternità), questo è Brian Eno, il padre della ambient music. “Reflection” dura solo 54 minuti nella sua versione su disco ma, in realtà, è un brano che non finisce mai e che, nel suo non finire mai, presenta una motitudine di sottili sfumature e diramazioni tanto casuali quanto malleabili e direzionabili (la app per iPhone, iPad e Apple Tv). L'ambiente che accoglie la musica di Eno (e tutta la ambient music, questo credo sia il messaggio) non è più qualcosa di fisico ma qualcosa di filosofico, iperuranico. Bianco e nero assoluto e scale di grigi. Casualità e controllo. Ci ricorda qualcosa? È un po' la nostra stessa esistenza terrena, in fin dei conti. O no?

3. MOTORPSYCHO - “The tower”
Da buon fan di vecchia data e (credo) conoscitore della premiata ditta Saether/Ryan, il nuovo cambio dietro le pelli non mi aveva affatto scoraggiato (Tomas Järmyr, militante anche nei nostrani e mostruosi Zu, è puro sangue e sudore). Su un nuovo album che seguissse la scia degli sviluppi avant-prog dell'ultimo decennio, invece, avevo qualche dubbio, prontamente ricacciato negli abissi che gli competono da un vero e proprio esempio di saggezza sonora e assoluta padronanza dei propri mezzi (e ci mancherebbe altro, vista la caratura delle personalità in ballo). “The tower” è un disco complesso, forse anche un po' contorto, ma cerca con assoluta concretezza di muoversi in territori sempre diversi e mai appagati. Un paio di episodi precedenti non mi avevano convinto. Poi ho ripreso in mano “En konsert for folk flest”, mi sono ricordato con chi avevo a che fare e ho riascoltato con attenzione “The tower”. Come non detto. Alzo le mani.

2. ULVER - "The assassination of Julius Caesar”
Restando in Norvegia, se dopo tutto quello che gli Ulver sono stati capaci di fare era ancora possibile compiere un passo in avanti, signori miei, quel passo in avanti è stato fatto. Ancora una volta. Gli Ulver sono una delle pochissime band capaci di stupirmi ad ogni album e questo qui è qualcosa di incredibile. Dopo aver fatto doom, black metal, elettronica sperimentale, techno, dance-house, soundtrack filmiche (che sublime esperimento quello per il cortometraggio svedese "Lycantropen") ed elettronica ambient, Rygg e soci sono riusciti a mescolare tutte (ma proprio tutte) le carte in archivio. Il risultato è un viaggio privo di ritorno in un limbo senza scampo, senza redezione, senza vie d'uscita e senza orientamento alcuno tra i meandri di una purezza e consapevolezza d'intenti a dir poco assoluta. Niente che qualche altro nome di sostanza non abbia già proposto, intendiamoci, ma quì c'è della perfezione, c'è del genio vero. Stupefacente a dir poco.

But the winner is...

1. PAIN OF SALVATION - "In the passing light of day"
Ammiro da diversi anni l'incommensurabile valore artistico e umano di Daniel Gildenlöw. Dal 2002 del primo roboante impatto dal vivo in apertura ai Dream Theater al Palaghiaccio di Marino agli ascolti in repeat di “The perfect element”, “Remedy Lane” e quel capolavoro incompreso (perché molto complesso) di “BE”. Un cambio di rotta stilistico allontanò Daniel e la sua creatura metal-prog dalla mia attenzione, in quel periodo rivolta ad altre soluzioni. Poi la notizia dell'improvvisa malattia. Hai idea di cosa sia una fascite necrotizzante? Fai qualche ricerca e capirai. Quest'uomo – anche prima della malattia – ha sofferto sul serio le cosiddette pene dell'inferno senza motivo alcuno. Eppure è lì, a parlare con te di qualunque cosa col sorriso in faccia e con la più totale devozione al confronto di idee o al semplice scambio di battute e opinioni.
"In the passing light of day" è il risultato non solo di interi anni di grande sofferenza ma di una vita intera costruita su un approccio all'esistenza silente e solare eppure, nelle viscere, pieno di rancore esorcizzato con la forza dell'espressione e del non risparmiarsi in niente, mai.
I dischi dei Pain of salvation sono noti per essere tutti dei singolari concept album, lynchianamente capaci di prendersi tutto il tempo necessario per narrare storie fatte non tanto di avvenimenti quanto di sensazioni, traumi, sogni, pensieri, ricordi, ipotesi di futuro e resoconti di anime allo specchio. La linfa empatica dispiegata nel concept emotivo di "In the passing light of day", stavolta, riguarda la realà dei fatti: l'incomprensibile crudeltà della terrificante malattia improvvisa, la lotta contro l'ignoto che da concettuale si fa fisico per poi tornare nell'empireo dei contemporanei dissesti ideologici, fino ad un'unica grande conoscenza del sé più tetro e viscerale ma necessario per proseguire il proprio cammino con una nuova e definitiva consapevolezza.
Questo e molto altro è "In the passing light of day". Spietato ma sincero, complesso ma perfetto nelle pieghe sia melodiche (splendide) che puramente prog e, dove necessario, anche molto duro (c'è persino del djent in diversi frangenti, anche se si tratta, tutto sommato, di un'evoluzione prog più che naturale. Tuttavia, i primi trenta secondi di “On a tuesday” possono esplicare coi fatti la definizione di “infarto”). In una parola: vero. Spietatamente vero. Per me una sorta di capolavoro umano.

Lunga vita e immenso onore a Daniel Gildenlöw.
E buon anno a tutti.

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