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22 Gennaio Gen 2018 2245 22 gennaio 2018

Italia underground: Andrea Brunini

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“Underground”, in anima e corpo dei meno radicali e più tolleranti verso una moltitudine di proposte dotate di un meno ermeneutico bacino di idee, non vuole essere esclusivamente sinonimo di sperimentazione più o meno estrema. Sotto la superficie dei riflettori nazional-popolari, infatti, si muove anche una vasta schiera di artisti orientati verso una sorta di (mai facile) semplicità, una basilarità di discorso capace di trasformarsi in potente arma in grado di calare in tavola le carte di una conversazione esistenziale sostanzialmente comune a tutti gli esseri umani appartenenti a una qualsivoglia generazione. Eppure, proprio questa semplicità sostanziale, questa selezione prevalentemente elementare di necessità espressive non meno urgenti di altre, può arrivare a detenere, anch'essa, uno scettro contenutistico condivisibile e divulgabile con la dovuta tara delle attese più illuminanti in termini di sviluppo intellettuale.

C'è poco di grandiosamente illuminante – in senso metodologico e, appunto, intellettuale – in un album come L'isola dei giocattoli difettosi, seconda interessante e molto ben costruita opera discografica autoprodotta dal bravo cantautore toscano Andrea Brunini. Per contro, nel successore di Vietato calpestare i sogni (2015) c'è davvero tanto amore vero per una miriade di stratificazioni vitali inconsistenti per qualcuno ma fondamentali per molti altri. Anzi, è il concetto stesso di amore ad essere preso in analisi sotto vari aspetti senza mai scadere nell'inconsistenza di quel pericolosissimo insieme di fronzoli senza senso a cui una larga fetta di produzione nostrana “overground” ci ha ormai abituati con l'orripilante traguardo dell'assuefazione.

In L'isola dei giocattoli difettosi, Brunini parla, sì, di amore (tema praticamente abusato a destra e a manca sulla crosta del globo terrestre) ma lo fa nel modo più sincero, innocente e sensato possibile: utilizzando a dovere, cioè, tutti i mezzi a disposizione di un ragazzo di ventotto anni che vive la sua vita in maniera diversa da quella degli altri, con i primi due occhi rivolti verso la strada a senso unico da percorrere e con il terzo spalancato verso l'immensità dell'orizzonte candido che l'asfalto tumefatto e dissestato nasconde. L'isola dei giocattoli difettosi parla dell'amore tra anime e corpi, tra singole riflessioni e supposizioni di esistenze intere, e lo fa sulla scia di non indifferenti spunti di matura saggezza insiti nel lasciar trasmigrare un simile concetto nell'essenza più inafferrabile della comprensione dell'altro, del diverso da sé, tanto nell'ironia espressiva quanto nel più universale calore di condivisione.

Sulle basi strutturali di un cantautorato dalle sfumature folk, funk e simil-rock (in parallelo – azzardiamo – a sprazzi di un Ligabue ultima maniera, Negramaro e Modà meno modaioli, se esistono), nonché tramite il sostegno di un'ottima produzione per un sound certosino e ricco di arrangiamenti notevoli (gran bella band quella dei compagni di strada – manco a dirlo – Giocattoli Difettosi: Edoardo Pieri alla chitarra, Matteo Consolati Canali al basso e Filippo Bertolacci alla batteria), Brunini stende un discorso comprensibilissimo ma non del tutto alla portata di chi cerca semplicemente evasione edulcorata e sentimenti a buon mercato.

Per intenderci, Brunini ha un raffinato gusto per la melodia che, però, non punta unicamente a costruire hit radiofoniche (per quanto solida sia la presenza del puro formato canzone) cercando, invece, di utilizzare proprio quella semplicità strutturale per attirare l'attenzione su ciò che c'è da esprimere. Questo vuol dire che, per portare a termine il processo compositivo intavolato da Brunini, è necessaria una corposa dose di esperienza e savoir faire. Non si direbbe ma proprio di esperienza Brunini ne ha da vendere, se ben riesce a bilanciare al milligrammo individualità facilmente fruibili dall'adolescenza in su (Fuori posto, Un caffè, Giulia, Follia, Gettami via, Ribelle) e aperture intimiste non sempre pienamente afferrabili perché riguardanti la propria personalissima considerazione del mondo sulla base di un non sempre immediato e risoluto rapporto con la propria realtà (Cercami sarò lì, L'isola dei giocattoli difettosi, Mi canterai una canzone, Notte).

L'isola dei giocattoli difettosi, come il lavoro di Brunini nel suo complesso, è qualcosa che può (anzi deve) collocarsi comodamente nell'alea delle conformazioni nazionali, mantenendo necessariamente, però, la sua sincera purezza primigenia per brillare di luce propria fra tanta oscenità prezzolata e pseudo sentimentalismo da vitreo marketing.

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