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20 Marzo Mar 2018 1930 20 marzo 2018

Italia underground – Luis Leo

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Per ogni artista che si rispetti, scrivere canzoni è una cosa e scriverne di vere è un'altra. Sia chiaro, nulla viene sottratto al rispetto verso chiunque prediliga un'impostazione compositiva maggiormente orientata verso una diramazione prettamente ludica della cosa. Però, ecco, se si ha la possibilità – anzi, il privilegio – di poter mettere nero su bianco suoni e parole, perché non farlo con l'intenzione di dire qualcosa di concreto, assimilabile o contestabile ma pur sempre incisivo, recante un concetto dotato di un senso, di una predisposizione discorsiva su un determinato argomento.

Anche un pensiero di questo tipo deve aver avuto un po' di spazio nell'impostazione ideologica di Luis Leo (al secolo Leonardo Borrelli, ex chitarrista e compositore per i Marsenne nonché collaboratore, tra gli altri, nientemeno che del compianto Lucio Dalla) per la stesura dei brani che compongono il suo interessante esordio solista in lingua italiana intitolato Dell'essere liberi (edito da La Sete Dischi, succursale digitale della Fame Dischi di Michele Maraglino, altro artista contemporaneo da seguire a ruota).

Già: essere liberi. Cosa può mai voler dire – per davvero – detenere libertà nell'era del clic selvaggio e delle inclinazioni all'estetica da Instagram e all'evoluzione sintattica da centoquaranta caratteri o poco più? Stando a ciò che emerge dalla notevole ideologia portata avanti a Luis Leo, forse essere liberi, oggi, vuol dire – quantomeno – riuscire a maturare la consapevolezza di non esserlo. Va da sé che non si tratta, ovviamente, di una privazione da catene a piedi e polsi ma di una carcerazione intuitiva che nasce nel cuore pulsante di una costruzione involontaria di strutture interiori già ben ramificate e rivolte a tutto uno sterminato sottosuolo di schemi comportamentali ma anche cognitivi, elementi drammaticamente finalizzati a fare dell'individuo un docile canis lupus familiaris al servizio delle più impercettibili e inconsce dinamiche di marketing (si riveda un certo Carpenter, per capirci). Si tratta di un virus talmente insondabile da rendersi parte stessa (drammaticamente irrinunciabile) di ciò che una volta poteva essere semplicemente indicato come vita di tutti i giorni (Marco Ferreri docet).

Tutto questo Luis Leo sembra averlo vissuto e toccato con mano, se in Dell'essere liberi appare essere la dinamica preponderante per ogni tematica affrontata (che, dunque, altro non è se una coniugazione della medesima impostazione esistenziale analizzata).

Un incipit come quello affidato a Schemi su schemi, per l'appunto, contribuisce in maniera corposa e sostanziale a definire con estrema precisione le caratteristiche preponderanti di ciò che accomuna ogni individuo moderno nella costante predisposizione al consumo e ad una pseudo-respirazione da mera routine. Il tappeto sonoro selezionato è quello già familiare di un certo indie-pop-rock di matrice anche nazionale (vengono in mente i Baustelle o i Tre Allegri Ragazzi morti delle più recenti uscite discografiche) per quanto corposamente ancorato alle eminenze del settore (Arcade Fire, Ash, Supergrass), strada maestra sulla quale Luis Leo procede con caparbietà nel saggio direzionare le proprie basi concettuali verso le varie diramazioni possibili: un concetto di amore prima esternato con genuina sincerità (Ti sento) e poi svalutato al netto di materialismi cronici (Non voglio più parlar d'amore), la crescente apatia riscontrata anche in tutto ciò che dovrebbe invece generare passione e interesse emotivo (Che senso ha) o un pessimismo dilagante e tragicamente assimilato come parte costituente della propria stessa personalità (Non si tornerà).

Tanto l'uso della chiave maggiore quanto una naturale predisposizione da puro istinto di sopravvivenza nell'analisi di simili tematiche, tuttavia, rende Dell'essere liberi un oscuro tunnell con uscite lontane ma splendenti, facendo dell'opera stessa un coscienzioso elaborato di necessaria attualità che dona senso (e anche tanto) a una predisposizione stilistica magari arcinota e strautilizzata ma, proprio per questo, recuperata in qualità di necessario veicolo sia emozionale che specificamente contenutistico.

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