39 steps

5 Aprile Apr 2018 1402 05 aprile 2018

Italia underground: Phantomatica

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Avvicinarsi, scrutare, osservare, attraversare l'orizzonte per toccare con mano l'essenza delle cose fuori dall'universo indistinto delle futilità da baraccone, delle distrazioni senza scopo, dritti verso una connessione con sè stessi e con quanto di più vivo si nasconda alla comprensione al di là della superficie visibile. Questo e molto altro è il senso di quanto espresso in suoni, parole e predisposizioni dai marchigiani Daniele Tipo (voce e chitarra), Stefano Sabbatini (chitarra), Marco Grilli (basso) e Ivan Bufalari (batteria), alias Phantomatica, con il loro interessante long playing d'esordio autoprodotto Look closer.

Titolo emblematico, dunque, come emblematica è la mistura di intenzioni espresse a chiare lettere da un andirivieni di generi e stili che il quartetto di Macerata riversa in tavola allo scopo non di trovare per forza un'identità ben chiara e immediatamente afferrabile, ma con l'intento di fare proprio di quella multietnicità derivativa un considerevole e importante marchio di fabbrica utile a destreggiarsi su sentieri diversamente irti ma comunemente incanalati in un tessuto contenutistico molto ben delineato e lucidamente diretto verso una chiara e potenzialmete longeva impostazione di fondo. Insomma, più carne al fuoco si è capaci di adagiare, più prelibato sarà il pasto complessivo a patto di una consapevolezza insita nel dover comunque porre dei paletti, delle recinzioni trasparenti per guardare oltre ma restare nel proprio territorio.

I riferimenti sono tutti facilmente riscontrabili ma – ed è questo il bello e il buono – minuziosamente distribuiti lungo i dieci notevolissimi e articolati tasselli che compongono l'album. Dalla prima all'ultima nota, Look closer è un precisissimo coacervo di introspezioni melodiche che viaggiano sullo spazio e sul tempo di un rock non duro ma sano e coscienzioso, facendo capolino, di tanto in tanto, verso ammiccamenti psichedelici solo accennati in quanto navetta di passaggio tra melodia e compattezza compositiva, intimismo lirico e voltaggio da pura urgenza espressiva.

Dopo tutto, tanto il nome della band (prima di ogni altro riferimento così diretto) quanto il titolo dell'album rappresentano una pura e immediata spallata rivolta al desiderio di sfuggire ad ogni tentativo di identificazione (pratica che, paradossalmente, ci si affanna così tanto a porre in essere proprio nell'epoca della più asettica e crudele forma di immediata e irreversibile spersonalizzazione).

Ed è proprio questo il motivo che spinge ad apprezzare scelte ammirevolmente stratificate e orientate verso impostazioni alternative gradualmente tendenti al grunge un po' nelle ritmiche (vengono in mente, ad istinto, tanto alcuni frangenti alla Alice In Chains quanto – osando un po' - certi ipotetici spunti sludge) e un po' nelle scelte sonore (alcune venature elettroniche analogiche e, a tratti, glam) ma ramificate in direzioni che prediligono il gusto per la melodia (Impossible possibility) con aperture ariose e cariche di brio emotivo (Revelation). La grande cura per gli arrangiamenti si espone sempre più in fragenti marcatamente britpop, certo, ma rivolti verso orizzonti wave subito tramutati in spigolosità punk rock (notevole il passaggio, ad esempio, da Bittersweet Pain alla complementare Bittersweer Pleasure, un affascinante dittico posto significativamente nel nucleo centrale dell'opera), mentre anche una estasiante impostazione cantautorale fa il suo bagno galvanico in ampie vasce di pura dark-wave '80 (Sailor). Non è un caso, allora, se proprio questa oscura ma vitale impostazione viene mantenuta per dare sfogo alla mutazione finale verso cime prettamente dark (Nosedive) e rozzamente rock (Mr. Nobody) per una chiusura del cerchio che punta a rientrare in ranghi grunge ma sfugge al controllo dei freni inibitori per addentrarsi in territori crossover di possibile futura sperimentazione psichedelica (I am not the only one).

Look closer, per essere un esordio sulla lunga durata (le danze si erano già aperte nel 2014 con l'ep In musica veritas), non può che essere assimilabile come un riuscito tentativo di tracciare un incipit per un percorso tutt'altro che scevro di contenuti inscritti in una forma ammirevolmente non definita ed incompleta. La curiosità per cosa possa fuoriuscire da queste quattro menti furibonde di espressione – e per come quel qualcosa possa presentarsi a futuri ascolti – è quanto mai viva e positivamente speranzosa.

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