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10 Maggio Mag 2018 2131 10 maggio 2018

Il fallimento come valore supremo in “La luna allo zoo”, il nuovo romanzo di Roberto Addeo

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Una vita circoscritta quasi unicamente in grumi di fallimenti di vario genere e natura per rimanere ai margini sia del proprio essere al mondo in qualità di individui, sia dell'appartenere ad un mondo che del sé non sa che farsene e che, per questo, tanto rispetto e tanto amore nemmeno lo merita.

Sembra essere sostanzialmente questa la visione di base dalla quale prende spunto l'articolato e solo apparentemente semplice discorso affrontato da Roberto Addeo nel suo nuovo romanzo La luna allo zoo (edizioni Il Seme Bianco), coacervo indiscutibile di dignità perseverate attraverso inadeguatezze croniche ma forti del continuo tentativo di riuscire a portare avanti il proprio pensiero, che è anche – se non soprattutto – spinta vitale verso direzioni esistenziali ben diverse da quelle appartenenti al sentire comune.

Evidentemente si può scegliere deliberatamente di fallire senza piangersi addosso, anzi optando in maniera estremamente lucida per una vita fatta di derive e inabissamenti, tante piccole morti interiori quotidiane indispensabili per ricercare il vero senso di tutte le cose, quello necessario e utile al sé al di fuori degli altri. Che non vuol dire egoismo, bensì ricerca di un adattamento vitale consono alle proprie irrequiete aspettative.

Questo e molto altro sembra dire Addeo (classe 1982) per bocca del suo giovane semi-autobiografico protagonista a mala pena trentenne nel corso della sua breve ma intensissima opera seconda. Ciò che può apparire come disincanto, in un romanzo come La luna allo zoo, altro non è, invece, che – si diceva – lucidità allo stato puro, embrione di opinioni, pensieri e percezioni di un ragazzo realmente smarrito ma capace di intavolare, contro tutto e contro tutti, la propria eterna battaglia per pretendere il proprio posto nel mondo. Un posto che non rappresenta una situazione di comodo, né un trono immeritato offerto da padri generazionali inesistenti.

Cosa richiede questa battaglia? Semplicemente (per modo di dire) instaurare con forza un regime di poesia e bellezza, costruire mattone dopo mattone la dimora della realtà più veritiera possibile da scaraventare in faccia a un certo perbenismo accomodante. Spunti puramente autobiografici – in perfetta simbiosi con creazioni frutto di fantasia, certo, ma mai veramente lontane da una precisissima sostanza delle cose – fanno di La luna allo zoo un affresco di vita quotidiana crudele e avvilente ma, proprio per questo, puro, sincero, genuino e seminale per chiunque ne voglia assaporare la più completa lungimiranza.

C'è dell'ironia, nella scrittura di Addeo. Non si tratta, però, di un mero esorcismo utile a sterili finalità di addolcimento tematico, discorsivo o semantico, bensì di una certosina traduzione del negativo in speranza di resurrezione e rivalsa. Lo squallore esistenziale percepito dal giovane protagonista, pertanto, non rappresenta una qualsivoglia affiliazione nichilista o convinzioni controproducenti da scagliare contro il baratro di una fin troppo abusata disumanità intergenerazionale. Piuttosto punta molto più in alto, ad un altrove ideologico tutt'altro che semplice da percepire se non dotati di vedute in grado di attraversare a grandi falcate l'orizzonte degli eventi contemporanei. Non esiste arresa, nella scrittura e nell'ideologia di Addeo, se non al cospetto del proprio personalissimo indugiare in errori derivanti da eventuali incapacità di mantenere un pur incostante e anticonformista equilibrio.

Un equilibrio che cerca la sua sostanza più profonda, in linea specifica, nella potenza ineguagliabile della scrittura. È una Bologna tumefatta e frammentata tra concreti desideri di realizzazione e impossibilità effettive di materializzazione degli stessi, quella in cui Addeo colloca il suo giovane protagonista costringendolo a vivere le sue piccole tragedie quotidiane fatte di potentissime pulsioni amorose e drammatiche insicurezze sinonimo di ricerca continua per una forza e una pur eterogenea costanza capace di squarciare sbocchi in un'esistenza priva di spessore, piatta, incerta ed eternamente titubante. Trovare la propria specifica dimensione, in questa Bologna come nell'universo intero, non è una partita leale se a scendere in campo sono materialismi da impieghi saltuari, rapporti occasionali privi di un pur minimo barlume affettivo, finte amicizie temporanee e matrimoni consapevoli con bottiglie cariche di veleno emotivo. Non ci sono uscite da strade rivolte al tempo futuro se non attraverso maledizioni, sogni e continui errori di valutazione intrisi di malinconie a loro volta inzuppate di rassegnazione e desiderio di sovversione prettamente individuale.

Mentre una larga fetta di (non soltanto) letteratura italiana si crogiola paciosa in un limbo indistinto di esistenze narrative arenate sull'isoletta caraibica del senso comune e del pietismo a buon mercato, un romanzo come quello di Addeo può valere oro se ad erigersi come pilastro portante concettuale è la volontà suprema dell'individuo di compiere la vera rivoluzione annidata nel cuore di una resa dei conti definitiva con specifici aspetti del vivere collettivo odierno.

Non c'è spazio, dunque, per ottimismi da soddisfacente e rassicurante lieto fine. Esiste solo l'esigenza formativa del fallimento come vera rivoluzione da scagliare contro l'arrivismo perbenista della comune opinione. Progettare una visione esistenziale tetra, oscura, plumbea e tumefatta può voler dire setacciare definitivamente il proprio bagaglio sia culturale che emotivo. Fallire vuol dire cesellare per davvero una personalità tendente ad una ben precisa unicità in una realtà dei fatti in cui il concetto stesso di rivoluzione pretende l'evoluzione del consueto sciatto, inconsistente e inutile savoir faire.

La luna allo zoo
di Roberto Addeo
Genere: Narrativa
Edizioni Il Seme Bianco
Pagine: 100

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