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2 Giugno Giu 2018 1201 02 giugno 2018

Italia underground: Eradius

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Sono in due ma sembrano quattro o cinque. Come mai? Semplice: sostanza, talento, energia e idee. Soprattutto idee, sia strutturalmente compositive che concettuali. Ah, l'ideologia, questa nobile sconosciuta. Ma tant'è, se il londinese Richard Dylan Ponte (voce, chitarra e basso) e il veronese Edoardo Gomiero (batteria), attraverso la ragione sociale Eradius, sprigionano quella caparbietà necessaria a mettere in tavola un progetto molto serio, magari non particolarmente innovativo (tranne diversi spunti più che notevoli; e comunque, cosa è realmente innovativo, al giorno d'oggi, in termini sonori? Si attende gradita risposta da alcuni anni a questa parte) ma di gran lunga più interessante e ben costruito di tanti pseudo-pionieri sperimentatori.

Il loro omonimo esordio discografico (Eradius), infatti, imprime un vero e proprio marchio a fuoco su dichiarate e riconoscibili basi ispiratrici ma non si limita ad imitarne le sfaccettature più altisonanti e roboanti, preferendo optare per un rimescolamento e una rivisitazione egregiamente personale (fin dove possibile, è chiaro) a fini puramente espressivi. Royal Blood, Rage Against The Machine, Tool e Muse sono le confessioni (anche tematiche) sulle quali gli Eradius non operano doppi giochi, ma c'è anche tanto altro nei dodici splendidi tasselli che compongono un esordio discografico così ben stratificato, suggestivo e trascinante.

In Eradius, Ponte e Gomiero elaborano una intelligentissima e più che coinvolgente macrostruttura abilmente in grado di contenere influenze di partenza e importanti diramazioni di gusto e intuizione più che personale. Ecco, dunque, la motivazione che spinge il duo italo-britannico ad esplorare territori stoner di matrice Kyuss e Fu Manchu per poi rasentare delimitazioni grunge (più Stone Temple Pilots che Alice In Chains o familiari vari), cenni punk quando non addirittura blues e psichedelici per un innesto continuo di situazioni alternative assolutamente solide ma anche capaci di coinvolgere l'ascolto attraverso un semplice riff o una costruzione melodica di indiscutibile pathos. Il tutto senza nemmeno rinunciare a qualche minuscolo spunto elettronico, dal momento che – come dire – se di sistemi di pedali e di congegni elettrici stiamo parlando (la complessa struttura tecnicha che Ponte utilizza per situazioni live in cui occorre far arrivare la potenza sonora sia di basso elettrico che di chitarra), tanto vale sfruttarne al massimo le potenzialità cognitive.

Ma c'è un elemento aggiuntivo che fa, di tutto questo, semplicemente la struttura portante per il graduale sviluppo di un album estremamente eterogeneo e avvolgente: il talento e l'idea. A cosa servirebbero, infatti, la tecnica e la tecnologia qualora non riuscissero a trovare una dimora compositiva ed esecutiva ideale? Poco più di nulla. E ciò non accade mai in un album come Eradius, dal momento in cui i più potenti groove di matrice crossover anni '90 squarciano il fertile campo che trovano per poi mettersi al servizio di un gustosissimo libero arbitrio ideologico e strutturale.

E allora largo all'hard rock più neutro e diretto di matrice zeppeliniana con carico hard-blues (Alternative) o a soluzioni solo in parte punkeggianti (Poison eyes) e pseudo-blues (Black queen). Ma poi ecco subentrare repentini e (positivamente) drastici cambi di rotta che, con estrema precisione, dividono esattamente l'album in due sulla scia di un funk vivido, lucido e maturo che non si accontenta della sua stessa caratura strutturale e sceglie di compiere sorprendenti escursioni grunge crossover (Medusa, Desert painter). Suggestioni marcatamente Tool emergono solo in pochi punti strategici (gli acidi lisergici di Raise and resist e l'incedere quasi metal di Feel) ma si rendono più che necessarie a cesellare l'essenza di un progetto importante, serio, preciso, possente, diretto e senza mezzi termini se non unicamente in relazione alla conformazione sperimentale.

C'è dell'altro? Diciamo di no, diciamo che così può bastare e che bisogna ascoltare con attenzione e trasporto per cogliere ogni altra presentissima sfumatura. Opera e progetto interessanti o meno? Non c'è da pensarci su per un secondo in più. Gran disco e grande band, punto e basta.

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