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6 Luglio Lug 2018 1210 06 luglio 2018

Noir ed esistenzialismo sull'onda di un vecchio Delta Blues. “Westville” di Vittorio Bottini e Alberto Staiz

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Da qualche tempo, ormai, non è più così semplice sentirsi parte di qualcosa, ancor di più se questo qualcosa dista migliaia e migliaia di chilometri e proviene da estrazioni storiche e antropologiche completamente diverse da quelle di propria origine. Sarà sempre possibile, certo, creare scenari, inventare storie, cesellare fisionomie, caratteri e psicologie da mettere nero su bianco da qui all'eternità, ma conoscere talmente a fondo un luogo, una storia, un tempo e una psicologia di non originaria appartenenza non è di certo cosa da poco se, in sostanza, quella storia, quel tempo e quella psicologia la si è sempre ammirata da lontano (per quanto vicino, in questo senso).

In Westville, Vittorio Bottini e Alberto Staiz - grandi divoratori e profondi conoscitori di America allo stato puro tra suoni, visioni e scritture - riescono a donare la certezza di aver vissuto da sempre una vita parallela proprio lì, dove la mente e l'anima hanno sempre trovato dimora mentre il corpo marciva nella mediocrità di un paese percepito non esattamente come la propria unica patria. Niente da obiettare sulle colpe millenarie di un simile riferimento, per carità. Anzi, è proprio il concetto di colpa universale ad essere al centro del tutto. Ma il modo in cui viene scandagliato ogni particolare, ogni motivo di azione, stasi o riflessione fa pensare a due anime inquiete e smaniose di scrollarsi di dosso l'odierna futilità per dimorare definitivamente sulle rive del Mississippi, mentre un vecchio blues di Robert Johnson tallona ogni possibilità di redenzione.

Un po' come Bono e soci si presero la briga, trent'anni fa, di andare a ricordare ai padroni di casa da dove proveniva realmente ogni loro singolo respiro (lo sguardo del forestiero, innamorato della tua terra, è sempre più attento, vigile e intuitivo, per certi versi), Bottini e Staiz scelgono di stazionare proprio in quell'America - quella della Louisiana affranta da una Storia non proprio giusta e ancora sotterrata da infinite disgrazie e rassegnazioni (non ultime, ovviamente, quelle dell'uragano Katrina), ma proprio per questo viva, reale, assolutamente tangibile al tatto interiore - per amplificare il senso di desolazione e di reciproco conforto sopravvivente tra vite alla deriva più emotiva che esteriore.

Attraverso le sottilissime maglie di un giallo-noir alla Chandler, sì, ma con infinite sfumature intimiste che portano il tutto su un piano post-noir di taglio marcatamente esistenzialista, Bottini e Staiz costruiscono a quattro mani una cristallina concatenazione di eventi riguardanti due protagonisti fondamentali, ovvero i detective Ronnie Prima e John McCarthy, emtrambi (a loro insaputa) assoldati da un'affascinante e misteriosa donna in carriera per indagare sull'omicidio del celebre giornalista d'inchiesta Michael Monroe, brutalmente assassinato mentre stazionava proprio nella loro cittadina nel corso di una delicatissima indagine riguardante un recente e mastodontico disastro ambientale (e non solo) provocato dalla distruzione di una piattaforma petrolifera al largo delle coste della Louisiana. Come è facile ipotizzare, però, niente è come sembra e tutto avrà una logica. Il nesso della questione sarà legato con nodo scorsoio proprio alla personalità dei due detective, al loro passato, al loro presente fatto di rimorsi e di rimpianti, al loro essere parte di un universo umano in estinzione e ad un futuro immobile stagliato al cospetto di un orizzonte mai percepito come desiderabile.

Attraverso l'utilizzo di una piccola invenzione (la cittadina di Westville, appunto, situata non a caso nelle vicinanze del selvaggio sud che fa riferimento a New Orleans), Bottini e Staiz convergono perfettamente in una scrittura estremamente profonda ma, al contempo, lucida e razionale, in quanto capace di esprimere a chiare lettere anche il meno comune senso di non appartenenza ad un intero congegno esistenziale troppo freddo e insensato per essere sufficientemente sopportato.

"Cosa mai potrebbe succederti nel cuore della notte, a Westville?". Tutto, se il tuo unico vero grande nemico di sempre è la tua immagine riflessa in uno specchio rotto. Al centro del discorso, sostanzialmente, c'è proprio quell'incancellabile senso di colpa universale che divora l'individuo meno avvezzo a dinamiche esistenziali inconsce e precostituite. Un senso di colpa che abbraccia una fetta enorme di umanità nella consapevolezza di essere tutti artefici di ogni minima mancanza di rispetto nei confronti del pianeta intero, sia in termini di vita vissuta che di pratica oggettiva.

Tutti, in qualche modo, sono colpevoli, in Westville. Lo sono Ronnie e John nelle loro traumatiche inadempienze interpersonali, lo sono i trivellatori assetati di soldi, lo sono gruppi di ambientalisti particolarmente sfegatati, lo sono donne e uomini mai in grado di dare una precisa direzione alle proprie vite. E lo sono anche dei semplici cittadini indifesi al cospetto del loro tostapane, della loro lavatrice o di un'automobile presa a rate per andare a lavoro e, di conseguenza, produrre merce per semplici cittadini indifesi desiderosi di un tostapane, di una lavatrice, di un'automobile da prendere a rate per andare a lavoro.

Westville è un luogo ideale dove potremmo vivere tutti noi, presi come siamo dalla smania di riuscire in non si sa bene cosa. Almeno lì, troveremmo un bancone su cui appoggiare il nostro bicchiere mentre qualcuno, incrociato per caso chissà quando e chissà dove, viene a farci compagnia per un ultimo tiro di sigaretta, per un attimo di comprensione, per raccontarci storie di tramonti, campi incolti e immense distese d'acqua sudicia scandite dal calore e dal conforto di un vecchio Delta Blues.

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