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4 Dicembre Dic 2018 0800 04 dicembre 2018

25 anni senza (ma con) Frank Zappa. Genio e innovatore dell'Arte come esistenza

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Venticinque anni e sentirli tutti, quelli trascorsi a partire da quel maledetto 4 dicembre 1993, quando un cancro alla prostata, a soli 53 anni, si portò via per sempre Frank Zappa, uno dei più grandi chitarristi che la storia del rock possa mai ricordare (al pari, forse, solo di Jimi Hendrix per inventiva) ma non solo. Frank Zappa è stato e rimane tuttora uno dei più intuitivi, esponenziali, seminali e creativamente innovativi geni della musica e del pensiero contemporaneo.

Manca. Eccome se manca il suo estro un po’ bizzarro, un po’ beffardo ma tanto, tanto, tanto e ancora tanto importante nel suo esser riuscito a dare una fortissima scossa al rock generico intervenendo nelle sue strutture e nel suo senso più profondo con un fare sperimentale assolutamente inedito per l’epoca (e, per certi versi, ancora oggi). Rock'n'roll, blues, progressive, avanguardia, jazz, elettronica, contemporanea orchestrale: sono solo alcune delle interminabili componenti di un sound più che irripetibile, dal quale hanno attinto innumerevoli discepoli nel loro continuo tentativo di fruttare un maggior interesse nei confronti della composizione musicale intesa come concetto sia civico che spirituale.

Allievo indiretto di Igor Stravinskij e Edgar Varèse, Frank Zappa è stato il primo a fare del rock qualcosa di ben diverso dal solo intrattenimento. Lo dimostrano album come Lumpy gravy (1968), We’re only in it for the money (1968) o Burnt weeny sandwich (1970), tutti indiscutibili gioielli prodotti nel periodo Mothers Of Invention, la prima band con la quale lo stesso Zappa emerse agli occhi del mondo intero come figura compositiva carismatica e capace di mescolare generi, strutture, concezioni e filosofie di stampo anche diametralmente opposto, qui intese, però, come un continuum estremamente funzionale a rendere musica ciò che in una mente fin troppo vasta si affastellava in termini di idee.

A partire dagli esordi con i Mothers, vale a dire da Freak out! (1966; secondo album doppio della storia del rock, dopo Blonde on blonde di Bob Dylan) e Absolutely free (1967), è davvero difficile trovare dischi veramente brutti tra oltre cento pubblicazioni ufficiali. Zappa è noto ai meno abbienti anche per aver prodotto un quantitativo poco enumerabile di album più o meno complessi, continuamente oscillanti tra generi quanto più disparati possibile e contenenti realmente tutto quello che all’epoca era possibile inserire in un contesto produttivo. Forse solo l’onanismo strumentale di Guitar (1988) o Shut up ‘n play yer guitar (1981) può risultare fin troppo ridondante, ma capolavori assoluti come il doppio Uncle meat (1969), il cinico ma fondamentale semi-orwelliano concept album Joe’s garage (1979), il capolavoro dei capolavori – e ben più noto al pubblico generalista – Hot rats (1969), Chunga’s revenge (1970) o Waka / Jawaka (1972) sono perle indispensabili agli scaffali di chiunque si dica appassionato di musica, non per forza unicamente rock. Siamo di fronte a dischi epocali, irrinunciabili, trampolini di lancio per le più totali perfezioni d’arrangiamento riscontrabili in The grand wazoo (1972), Over-nite sensation (1973), Apostrophe (') (1974; indimenticabile il brano strumentale omonimo che vede il continuo duello sonico tra Zappa, Jack Bruce dei Cream e Jim Gordon dei Derek And The Dominos), Zoot allures (1976) o il meraviglioso live Roxy & Elsewhere (1974), meravigliosamente ampliato dal recente box Roxy performances comprendente le registrazioni complete degli show tenuti al Roxy Theatre di Hollywood nel 1973 (periodo in cui, forse, Zappa era affiancato da una delle sue migliori formazioni in assoluto).

Valanghe di musicisti sono emersi grazie a lui e, sempre grazie a lui, hanno raggiunto, chi più chi meno, l’olimpo della sapienza in note. Più celebre tra tutti è di certo il chitarrista Steve Vai, a mala pena ventenne quando calcava i palchi con Zappa nei primi ‘80, per poi diventare l’indiscutibile solista che è ancora. Ma non di minore interesse restano la voce blues-gospel di Ike Willis, l’estro a sei corde di Adrian Belew (passato anche per Talking Heads, King Crimson e, più di recente, addirittura Nine Inch Nails), il violino di Jean-Luc Ponty (con il quale Zappa incise, mel 1970, King Kong: Jean-Luc Ponty plays music of Frank Zappa, stupendo album di rivisitazioni zappiane e nuove propensioni compositivo-produttive, come la protesta artistica insita nel concetto di orchestra “a basso costo” espresso nei 19 minuti di Music for electric violin and low-budget orchestra) o la metronomica potenza delle pelli di Terry Bozzio, uno dei batteristi viventi più tecnici in assoluto. E tanti, tanti altri ancora.

Fosse stato politico non avrebbe avuto niente di artistico, in verità. Eppure Frank Zappa è stato e rimane tuttora l’icona non solo musicale (si vedano gli esperimenti visivi di Baby Snakes) che meglio di moltissimi altri ha saputo analizzare e smontare ogni prerogativa politico-moralista, soprattutto negli anni ’80 degli Usa di Ronald Reagan, grazie alla dissacrante e bonariamente blasfema ironia (qualcuno ci ha visto anche del dada o teatro dell’assurdo) insita nei contenuti (in contemporanea con lui, forse solo il compianto comico Bill Hicks si spingeva così oltre).

Nella sua esilarante autobiografia (Arcana Edizioni), scritta a quattro mani col giornalista Peter Occhiogrosso che si occupò, in effetti, di sbobinare intere ore di discussioni registrate con il genio di Baltimora, Zappa inserisce per intero i documenti derivanti dalle stenografie complete del processo in cui fu imputato per controversie con il Parents Music Resource Center (PMRC), l’associazione di genitori che faceva capo all’attivista Tipper Gore (moglie dell’ex vicepresidente USA Al Gore) e che mise sotto accusa la sua musica e quella di diversi altri artisti per contenuti offensivi nei confronti del buon costume. In cinque ore di epocale seduta al Senato (era il 19 settembre 1985), Zappa fu protagonista per ben trentacinque canali televisivi collegati in diretta. Il suo discorso non fu affatto dissimile dall’approccio che aveva sempre tenuto, fino a quell’istante, nei contenuti della sua arte intera e, per di più, si appellò al primo emendamento della Costituzione americana sulla libertà di espressione, mettendo definitivamente alle strette il PMRC in quanto «lede le libertà civili dei cittadini adulti, causando così l’intasamento dei tribunali negli anni a venire», salvando, di fatto, buona parte dell'industria discografica (e delle caratteristiche libertarie dell'Arte stessa e della sua fruizione) da una mannaia senza precedenti. In completa spigliatezza e insuperabile lucidità intellettuale, Zappa, in quella sede, propose, a quel punto, anche di «eliminare la forfora tramite decapitazione». In risposta, il suo album successivo Jazz from hell (1985), completamente strumentale e ultrasperimentale per via dell’utilizzo unico del Synclavier (un antenato dei moderni sintetizzatori), fu messo alla gogna per via di un brano dal titolo G spot tornado, che la suprema corte volle intendere come offensivo in quanto orripilata dalla chiamata in causa del famelico “punto G”.

La storia e la fondamentale importanza del genio a tratti profetico di Frank Zappa (leggendo la sua autobiografia, si può constatare come addirittura, a fine anni '80, il buon uomo avesse intuito la possibilità del file sharing musicale tramite connessione radio/telefonica personalizzata – e noi conosciamo bene la derivazione dell'Internet di uso comune) è talmente vasta e densa di avvenimenti e documentazioni da far spavento per il modo in cui riesce a parlare a gran voce ancora oggi. Deve aver pensato anche a questo, Frank, quando indefesso, giorno e notte, stendeva spartiti, approntava nastri e rivoluzionava tecniche di arrangiamento sacrificando anche una buona parte delle più normali e quotidiane relazioni familiari (pur molto intelligentemente appoggiato da tutti nella sua essenza più pura). Tutto materiale che poi, molto scrupolosamente, un po' pubblicava e un po' (in verità molto di più) catalogava e depositava al sicuro nel suo chilometrico “Vault”, un enorme magazzino pieno fino al soffitto di scaffalature il cui compito era – ed è tuttora – quello di preservare ogni frammento della sua produzione (audio, video, cartacea o fotografica che sia). La sua strabiliante attività (Zappa registrava praticamente tutto quello che scriveva o che suonava in ogni singola session e in ogni singolo concerto, dagli esordi giovanili fino all'ultimo respiro) ha dato modo alla sua famiglia di farsi associazione produttiva (la Zappa Family Trust) perfettamente in grado di rimettere mano ad ognuno di quegli interminabili reperti per valutarne stato di salute e qualità complessiva al punto da poter continuare, almeno per un altro paio di generazioni, a pubblicare materiale (buona parte discutibile; altre frazioni, invece, di valore immenso, come il suddetto Roxy performances o le registrazioni degli show di Halloween al Palladium di New York del 1977) e mantenere assolutamente viva la sua fiamma purificatrice tra i meandri melmosi e indistinti della rete (il sito web e l'attività social, in particolare, lo fanno sembrare davvero ancora vivo per ogni specifica occasione).

Frank Zappa, in definitiva, è ancora oggi più presente che mai proprio grazie alla strabordante mole di produzioni accumulate nel corso degli anni e molto accuratamente scaglionata nel tempo dalle continue uscite sul mercato attuale. Chi vuole realmente aprire gli occhi sulla pura realtà che il mondo gli ha riservato fin dalla sua nascita, dunque, ha tutto il materiale che vuole per disporre di un'ultima enorme, stratosferica, universale occasione di salvaguardia di intelletto e coscienzioso benessere interiore.

Ad ogni modo, seppur molto in là negli anni, anche tutto questo finirà. Già ora, in realtà, sembra davvero difficile – se non proprio impossibile – immaginare una figura a mala pena prossima alla sua grandezza complessiva, sia riguardo l’artista che nei confronti dell’uomo comodamente adagiato ben oltre il bigottismo edonista pseudo-spiritual-clericale imperante nella sua epoca (non così dissimile da quella attuale). Lui, così come pochissime altre menti geniali di cui si avverte davvero la grande mancanza ai giorni nostri, chissà cosa penserebbe della società di oggi, chissà quali consigli darebbe ancora a chiunque dimostri un minimo di interesse nell'esprimere le proprie idee non per forza sotto effetto di acidi o stupefacenti particolari. Al momento, possiamo solo immaginarlo lì, con la sua Telecaster e la sigaretta retta dall’attaccatura delle corde, mentre ci osserva sornione e sempre più convinto del fatto che il tempo di un'intera vita, senza la musica a decorarlo, sia soltanto una «noiosa sequela di scadenze produttive e di date in cui pagare le bollette».

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