39 steps
10 Gennaio Gen 2019 1000 10 gennaio 2019

L’imprescindibile importanza di David Bowie, non solo camaleonte rock

  • ...

Quel maledetto 10 gennaio 2016 la notizia fu di quelle peggiori, di quelle che non avresti mai voluto sentire soprattutto nei giorni in cui non vedevi l’ora di lasciarti assorbire dal suo ennesimo colpo di genio non solo discografico: David Bowie, al secolo David Robert Jones, se n'è andato via per sempre.

Anche solo per tentare di descrivere, più o meno approfonditamente, cosa ha rappresentato il lavoro di David Bowie non solo per il mondo della musica ma per una buona fetta di storia dell’Arte contemporanea, necessiteremmo di un trattato suddiviso in vari volumi tematici. In questa sede, da umili amanti del “thin white duke” o comunque lo si voglia chiamare, cercheremo di delinearne alcuni aspetti fondamentali, utili – fin dove possibile – a tracciare una sorta di piccolo identikit che ci permetta almeno di assaggiare una fetta dell’incommensurabile grandezza che ancora sentiamo mancare nelle nostre vite di devoti onnivori d’Arte in senso pressoché generale.

In molti si sono sempre affannati a scopiazzare a destra e a manca definendolo “camaleonte del rock. Certo, David Bowie ha fatto scuola fin dai primissimi anni ’70 su come ci si debba presentare sul palcoscenico per mettere in atto una vera e propria opera d’arte in suoni e parole (basta rivolgere lo sguardo anche solo all’Aladdin Sane tour per farsene un’idea concreta). Ma Bowie non è mai stato solo questo, anzi. Bowie, ben oltre i riflettori, è stato – e per sempre sarà – l’emblema primordiale di una composizione musicale che riesce a trascendere la musica stessa per elevarsi a vera e propria forma d’arte (di questa parola ne abbiamo già abusato abbastanza e probabilmente continueremo ad abusare). Un album di David Bowie, fatta eccezione per pochissimi sprazzi giovanili, non è mai stato solo un prodotto musicale. Al di là dell’importanza – ovviamente tutt’altro che inferiore – di un periodo come quello dei primi ’70, letteralmente impregnato di produzioni proprie dotate di una sostanza di valore epocale, nonché di collaborazioni e amicizie che hanno portato alla stesura e alla produzione di opere altrettanto imprescindibili come Lust for life di Iggy Pop e Transformer di Lou Reed, c’è tutto un mondo che, dalla fine dei ’70 fino ad oggi, ha compreso scelte stilistiche e di contenuto assolutamente gravide di idee e innovazioni.

A suo tempo, tutti si affannarono a sottolineare come il suo ultimo incommensurabile capolavoro, Blackstar (testamento criptico ancora tutto da decifrare), sia uscito appena due o tre giorni prima del suo decesso, come se ci si ritrovasse delusi o addolorati dal fatto di non poterlo seguire in questo o quell’altro tour, pronti a scattare selfie sotto a un palco o a passare un’intera serata con gli smartphone innalzati a testimoni visivi di chissà cosa. Questo la dice molto ma molto lunga sui limiti di intelligenza e sul quoziente di conoscenza di una larghissima fetta di questo grande miracolo che chiamiamo “rete”. Da dieci anni, infatti, David Bowie non calcava i palcoscenici del mondo per motivi fisici (blocco di un’arteria coronaria prima, un cancro poi), lasciando, quindi, alla sua Arte l’unico valore di trasmissione sensoriale e concettuale, facendo di essa l’unico vero canale di trasmissione contenutistica. Non solo musica, insomma, come chi ha un minimo di gusto e predisposizione a un ascolto sinestesico può ben apprendere dall’imprescindibile consistenza dei videoclip che hanno fatto delle due ultime opere discografiche, The next day (2013) e, appunto, Blackstar (2016), qualcosa di completo a livello sensoriale, qualcosa di talmente ben sezionato ed omogeneo da fare di un eventuale ritorno live una scelta potenzialmente insensata. Videoclip come quelli costruiti per brani come Where are we now o Blackstar e Lazarus sono vere e proprie opere videoartistiche letteralmente intrise di senso semiotico. Ma cerchiamo di andare per ordine, anche se decisamente per sommi capi, cercando di apprendere concretamente cosa il mondo dell’Arte in generale ha perduto tre anni fa.

Sia chiara una cosa, per cortesia: David Bowie non è stato soltanto quello di Heroes. Anzi, essendo proprio quella la canzone che per prima (per molti unicamente ma sai com’è, si dovrà pur postare qualcosa su quel maledetto social network) viene in mente come associazione autore/brano, meglio si può comprendere come sia quasi irraggiungibile la capacità di questo artista – più che completo – di rendere popolare una forma di espressione anche ermetica da lui sempre considerata come Arte pura, quindi comprensiva di tutto: suono, verbo e immagine sia esplicita (il videoclip) che implicita (il “quadro” che essa crea nella visione interiore di chi prova ad assorbirla fuori dai canoni prestabiliti).

Per scovare l’importanza non solo estetica di questo lunghissimo ed estremamente variegato percorso, in sostanza basta aprire una qualunque enciclopedia del rock o pagina internet. È arcinota, infatti, la sua influenza sull’evoluzione del genere rock a partire dai primi anni ’70, periodo in cui dischi come Space oddity (1969), The man who sold the world (1970), Hunky dory (1971), il celeberrimo The rise and fall of Ziggy Stardust and the spiders from Mars (1972), Aladdin Sane (1973), Diamond dogs (1974) e Young americans(1975) – senza escludere lo strabiliante disco di cover Pin Ups del 1973 – non solo diedero alla luce vere e proprie gemme da classifica come Starman, Rebel rebel, la stessa Space Oddity (in italiano distrutta con il titolo di Ragazzo solo ragazza sola; chissà se il buon David si è mai accorto di quello che gli mise in bocca Mogol), o Life on Mars tra le mille altre, ma fecero da turbina per la creazione delle solide basi su cui successivamente, trasferendosi dall’Inghilterra in quel di Berlino, Bowie avrebbe costruito dei veri e propri monumenti anche sfocianti nel campo della sperimentazione.

Ammettiamolo: in moltissimi non conoscono o non hanno mai realmente compreso – complice anche uno scarso interesse dinanzi alla complessità camuffata da pop rock di certe opere – la portata di quanto fatto da Bowie oltre gli arcinoti periodi di Ziggy Stardust – che già introduceva un elemento “concept” in un contesto non progressive – e Heroes (la canzone, perché il disco è tutt’altra cosa e ora vedremo perché), al massimo sconfinando nei territori pop di Let’s dance (1983), ennesimi spazi assimilati e approfonditi grazie alla certosina perfezione di arrangiamenti per canzoni immense come la title track, Modern love o la China girl scritta con Iggy Pop.

Stazionante in quel di Berlino, e respirandone l’aria rarefatta sia storicamente che urbanisticamente, Bowie diede vita a quella che viene comunemente denominata “trilogia berlinese”, ovvero un trittico composto da dischi come Low (1977), Heroes (1977) e Lodger(1979). Sorvolando – non senza colpe – sulla spigolosità di quest’ultimo, ci si può soffermare a curiosare su come larga parte dei “lati b” dei primi due album della trilogia formino un vero e proprio (e splendido) lavoro di elettronica ambient, genere che, tra l’altro, ancora doveva essere delineato e categorizzato. Basta ascoltare in sequenza, tra tutti, brani come Warszawa, Subterraneans o Neukolln per rendersene conto. E non è un caso se ad affiancare Bowie nella produzione di questi dischi c’era un certo Brian Eno, che proprio quel concetto spaziale di “musica ambientale” lo avrebbe brevettato e diffuso in misura tale da farne pietra miliare per un nuovo genere musicale.

Tutto questo testimonia come Bowie, nell’ambito mainstream, sia stato un fondamentale precursore non tanto di tempi quanto di stili compositivi. Anche dal suo versante più marcatamente pop (riversato anche in esperienze da attore cinematografico non di poco conto) è possibile pescare delle vere e proprie perfezioni lirico-musicali come Time will crawl, dall’oggettivamente scarso Never let me down(1987), puro esempio di canzone pop perfetta per fascino melodico ed ermetismo verbale. Ma in quanti, poi, hanno compreso e apprezzato quanto fatto da Bowie, invece, negli anni ’90? Il nostro compianto “duca bianco”, infatti, oltre al più “normale” (fino a un certo punto) Black tie white noise (1993) e all’esperienza in una band non a suo nome (i Tin Machine), nel 1995 e nel 1997 (salvo poi tornare a metriche più regolari con Hours, Heathen e Reality nel 1999, 2002 e 2003) ha dato vita a due opere di estrema complessità ed ermetismo sia concettuale che compositivo. Si tratta, rispettivamente di 1.Outside e Earthling, due album cardine per un tentativo di avvicinamento alla declamata personalità multiforme del nostro. Principalmente il primo di questi, 1.Outside (contraddistinto dal numero "1" perché avrebbe dovuto far parte di una trilogia), è una vera e propria opera crossmediale che parte come concept album e matura, in maniera mai definitiva, in un limbo di mistero e oscura fascinazione ultraterrena. Strutturandolo come una sorta di diario emotivo di un detective (Nathan Adler) che si ritrova ad indagare su efferati omicidi apparentemente senza senso, Bowie costruisce – spesso ricorrendo, per i testi, alla tecnica del cut-up di Burroughs – uno spaccato ideologico su una concezione emotiva primordiale che, però, subisce una diffusione popolare alla fine del secolo: il piacere e il fascino provocato dal dolore e dalla morte come appiglio sentimentale per colmare l’assenza di affetti sepolti assieme all’idea di un Dio. Emerge da tutto questo un coraggiosissimo e scabroso concetto di “arte criminale, una pratica di cui il protagonista si rende conto nel momento in cui non riesce a scovare il senso di certe brutali uccisioni, azioni che, di volta in volta, appaiono sempre più come un happening artistico, tanto più selvaggio quanto maggiore è il desiderio di innovazione concettuale, per quanto degenerata e degradante (la domanda chiave sarà, appunto, “questa è arte?”, ma assumerà il valore di “è forse questo il senso della vita”?). Il discorso, in sostanza, è incentrato non più su dettagli musicali (comunque presenti nelle incursioni elettroniche e avant jazz) ma su elementi cardine dello sviluppo odierno dell’arte concettuale, ipotesi mai realmente affermate su cosa significhi, oggi, fare Arte (idea che va di pari passo con l’inseguimento di uno scopo vitale, sia esso spiritualmente elevato o brutalmente legato al corpo – umano e non – come mezzo espressivo). Discorsi prettamente da massimi sistemi, insomma. E scusate se è poco.

Con Earthling, invece, l’attenzione è maggiormente incentrata sulla forma sonora. In questo caso, è il versante elettronico del precedente album a prendere il sopravvento in favore di pure sperimentazioni ritmiche in sede di techno e drum and bass. Si tratta di un passo molto azzardato (specie se compiuto da un soggetto di simile popolarità) ma estremamente interessante e necessario per una mente mai ferma su se stessa. Proprio questo territorio sperimentale, infatti, ha portato a collaborazioni tanto impensabili quanto lungimiranti e affascinanti, come la creazione di parte della colonna sonora per il film Strade perdute di David Lynch (col quale collabora anche in Fuoco cammina con me come attore) e la simbiosi con Trent Reznor e i suoi Nine Inch Nails (che ricopre il ruolo di villain nel geniale videoclip di I’m afraid of americans e che proprio dagli esperimenti di Low e Heroes trae identità; ascoltare Still, il bonus disc del live And all that could have been per verificare) anche per un tour mondiale a dir poco roboante.

Sono tutti momenti, dal primo all’ultimo, che fanno di David Bowie non solo un enorme artista a tutto tondo ma anche – se non soprattutto – un simbolo di coraggio creativo senza pari, perfettamente capace di sfruttare una popolarità mondiale mettendola al servizio di una libertà espressiva che non disdegna il fascino per il lato oscuro della composizione, un’ombra claustrofobica che in Blackstar, ancora da assorbire e metabolizzare, potrebbe addirittura essere l’antidoto a certe assenze di senso terreno. Nessuno mai ci confermerà questa tesi, tantomeno lui, ovviamente (non lo avrebbe comunque fatto in vita). Spetterà a noi costruirci, dentro, un ciclo espressivo a dir poco necessario per provare a uscire, una volta per tutte, da ciò che potremmo definire apparenza disarmante, a cominciare da una semplice canzone trasmessa in radio.

Correlati