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14 Febbraio Feb 2019 2148 14 febbraio 2019

La ricerca del sé come approdo alla realtà. "Daylight" di Lisa Di Giovanni

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Per ogni autore arriva il momento in cui la sensazione prevalente è il desiderio di fermarsi un attimo, rivolgere lo sguardo alle proprie spalle e rendersi conto del cammino percorso per poi tornare sui propri passi, consapevolmente più maturi proprio in quanto figli della strada macinata in un passato che influisce sul presente per aprire un varco a varie ipotesi di futuro.

Accade a molti in ogni ambito artistico – con maggiore propensione verso la musica e la letteratura, in quanto arti meglio disposte al concetto di “raccolta” – di tracciare un resoconto personale che sia in grado, però, di fornire – a chi si avvicina per la prima volta alla propria produzione – gli spunti essenziali per comprendere la caratura di idee e opinioni concettuali espresse nel delinearsi di un tracciato intuitivo che fa dell'arte qualcosa capace di camminare costantemente al fianco di una particolare ipotesi di definizione del sé.

È quanto accade, nello specifico della parola scritta, anche a molte personalità letterarie di spessore, non ultima Lisa Di Giovanni che, col suo volume Daylight. Dragonfly and red tulip (Edizioni Youcanprint), offre al lettore la possibilità di assorbire un valido tracciato contenutistico realizzatosi, nel corso degli anni, attraverso sublimazioni poetiche, escursioni nella forma racconto e sperimentazioni riflessive affidate alla potente anima aforistica. Ne emerge una raccolta particolarmente eterogenea, capace di racchiudere nel corpo di un solo volume quasi l'intera produzione letteraria dell'autrice in un excursus che parte dai versi per poi affrontare la prosa con cui si espande tutto il sentore affettivo rivolto a tematiche care quali i valori affettivi, l'imprescindibile perseveranza della simbiosi umana con la natura circostante e la profonda – nonché complessa e a tratti dolorosa – ricerca del senso più profondo insito nell'essere al mondo.

Ferite, ineluttabili oscurità interiori e maschere metaforiche sono solo una parte dell'ampia gamma di colori intellettuali sviscerati dalla Di Giovanni nel perenne tentativo di svelare il faticoso affanno con cui anche l'anima più docile e affabile è costretta a combattere per non soccombere al predominio della freddezza materialista. Tutto scorre tra le grinfie di una complessità prettamente umana tanto scostante quanto necessariamente assimilabile allo scopo di sentirsi – ed essere – realmente parte di un macrocosmo tendente all'infinito delle intuizioni sensorialmente più profonde e intoccabili.

E non è un caso se, tra i meandri di questo progetto complessivo, svela la propria presenza anche un'intenzione di divulgazione internazionale dovuta alla duplice versione del volume (vale a dire sia in lingua italiana che in quella inglese), se è vero che la raffigurazione verbale di un “cosmo metropolitano” proviene da concrete intenzioni di deflagrazione per mura di fortezze animistiche percepite come ostacolo da abbattere allo scopo di procedere verso l'esplorazione dell'ignoto, che altro non è se non la propria stessa natura di essere senziente e, in quanto tale, predisposto non tanto alla comprensione quanto alla decisiva percezione di almeno una parte del tutto universale che tanto affascina – e spaventa – i desideri di percorso evoluzionistico individuale.

Non si veda, in tutto questo, un isolamento autodistruttivo di pensiero e corpo che lo contiene in veste di involucro; si intuisca più un desiderio – troppo spesso sbeffeggiato al richiamo di una produttività quotidiana orientata verso il nulla delle sensazioni – di maturare ancora quella primigenia meraviglia che, in tempi ormai remoti, portava l'essere vivente a consolidare un concetto di passione decisamente prossimo alla sofferente esigenza di struggimento che guarda al piacere intellettuale, prima ancora che spirituale.

Non è anacronismo, quello sviscerato dalla Di Giovanni in Daylight, ma unicamente un richiamo a una concezione esistenziale mai dimenticata e mai definitivamente allontanata, solo tenuta in disparte da dinamiche produttive che tutto osservano fuorché l'essenza reale delle più vere e pure intenzioni umane. Amare se stessi non vuol dire appartarsi su cime di narcisismo, ma vuole significare la comprensione scaturita dall'incontro decisivo con le proprie ombre, con le proprie imperfezioni di carne e ossa con finalità di scelta evolutiva.

È per tutte queste motivazioni che un volume come Daylight poggia su un interscambio autore-lettore ampiamente affidato alla condivisione delle proprie titubanze, come a voler sottintendere una confessione aperta verso se stessi e verso chi come sé, per una illogicità delle sensazioni rivolta a ciò che dal logico deve coraggiosamente fuoriuscire per poter gioire di vita propria.

Daylight. Dragonfly and red tulip
di Lisa Di Giovanni
Edizioni: Youcanprint
Pagine: 224

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