39 steps
9 Maggio Mag 2019 1537 09 maggio 2019

Italia underground: Lovecats

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Scrivere una canzone non è roba da poco, non è un gioco da ragazzi. O meglio, è un gioco da ragazzi carichi di voglia di divorare l'esistenza terrena ma consapevoli, al tempo stesso, delle proprie capacità e responsabilità, adeguatamente direzionati verso un lungo percorso di crescita sia individuale che di gruppo, da intendere in termini di accorpamento di idee e obiettivi non sempre abilmente stendibili nero su bianco in piani d'azione o dichiarazioni di intenti. In casi di questo tipo, allora, gioca un ruolo molto importante l'esperienza, anche se ufficialmente, agli occhi di tutti, si aprono le danze produttive sulle note di un'opera di media durata, mentre in realtà – stando alla storia individuale dei componenti – si ha a che fare con la materia sonora da molto più tempo.

È proprio il rodaggio individuale amalgamato in un interessante discorso d'insieme il fulcro su cui ruotano le scelte più importanti e delicate, quelle dove si deve stabilire quali sono le carte da giocare, in che ordine e con quali riferimenti e obiettivi.

Ecco perché quello proposto dai laziali Lovecats (Piero Meglio, Alessandro Saltarelli e Stefano Mancini vantano almeno un decennio di gavette e collaborazioni, tra cui spiccano almeno quelle con Riccardo Sinigallia e l'ex Timoria Sasha Torrisi) è un indie-pop-rock di impatto diretto, nel senso di efficacemente in grado di far presa sull'orecchio radiofonico, ma non meno sofisticato e stratificato. È proprio questo il punto focale su cui dirigere l'attenzione, se si vuole diversificare questo specifico prodotto dagli oceani di simulacri diffusi tra web e negozi di dischi. Frutto dell'esperienza di ogni singolo membro sia sui palcoscenici italo-europei che relativa al saper stare in studio, il suono dei Lovecats cattura ma, al contempo, dà scacco a certe dinamiche di ascolto passivo attraverso sottigliezze e minuziose scelte sonore potenzialmente in grado di direzionare l'attenzione su più fronti, tra qui quello puramente intrattenitore in continua lotta con spunti di originalità e invenzione.

Lovecats, EP d'esordio per l'omonima band, sprigiona senza alcun timore (e ben fa) un più che notevole gusto e savoir-faire nei confronti della melodia, ma procede anche, ad esempio, per stacchi di genere. Un certo pop di facile consumo, indubbiamente, è la base portante del progetto – stando a quanto si intuisce facilmente – ma anche diverse altre sfumature concorrono a cesellare un prodotto non esclusivamente vendibile a network della malora. Molta pancia, insomma, ma anche una sostanziale maturità e, più di tutto, cervello.

Un'intelligenza, questa, che non è affatto difficile inquadrare nel corpus insito nella spiccata capacità creativa riservata agli arrangiamenti di belle canzoni (Mrs Moon) ordinarie ma dal groove avvolgente, interessanti e ben suonate anche nelle forme più apparentemente semplici ed elementari – ma che, al di là del manto visibile, celano, volendo, qualche infinitesimale cenno wave – (After all these years), o sfociano in territori anche rischiosamente ammiccanti (Change) quando non proprio in chiave di affascinante e ammaliante ballad simil-soul (The strongest). Interessanti sono anche alcuni esperimenti vocali prossimi a una tipologia crooner bonariamente posticcia e trasandata a metà strada – azzardiamo – tra Leonard Cohen e Tom Waits (3 miles). Ma quello che conta, in definitiva, è la capacità che il trio laziale dimostra di avere nel padroneggiare un senso di appartenenza di genere, certo, ma sempre intenzionato a mantenere un occhio su quello che succede fuori, nei territori della ricerca di ulteriori e sempre differenti riferimenti. Un pregio, questo, che c'è e si fa notare apertamente, senza troppi ripensamenti di apprezzamento o sindacabile giudizio.

Li attendiamo, ora, sulla lunga durata. Con molta probabilità, sarà lì che queste caratteristiche emergeranno a dovere e si esporranno a una definizione ben più precisa e marcata.

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