A colpo d’occhio
15 Ottobre Ott 2018 1048 15 ottobre 2018

Così i neuroni specchio dimezzano i tempi per farci guarire da un incidente: l'applicazione clinica di una scoperta da Nobel

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Il professor Giacomo Rizzolatti: per la scoperta dei "neuroni specchio" è candidato al Nobel per la medicina. Ha parlato a Vicenza al festival organizzato dal gruppo Zambon

È possibile guarire più velocemente da un infortunio, per esempio alla spalla o alle gambe, aiutati dall’effetto che hanno sul cervello le immagini di persone che si muovono agevolmente? Sì, grazie ai neuroni specchio. Non è fantascienza, ma un’ipotesi già sperimentata con successo e una metodica a portata di mano per gli ortopedici: lo assicura Giacomo Rizzolatti, scienziato dal curriculum che vale un Nobel. Non gliel’hanno ancora assegnato, ma tutto il mondo afferma che lo merita. Intanto lui è candidato e speriamo che il premio arrivi presto. Ottantun anni portati splendidamente, direttore del dipartimento di neuroscienze dell’università di Parma, docente al San Raffaele di Milano, Rizzolatti ricorda un po’ Einstein per il fisico minuto abbinato ai capelli candidi e scarmigliati. Il suo maggior merito scientifico è la scoperta nel 1992 dei neuroni specchio. Hanno una straordinaria proprietà, che si può riassumere così: nel momento in cui vediamo un’altra persona compiere un gesto, per esempio posare un oggetto sul tavolo, questi neuroni si attivano, assumendo nel nostro cervello configurazioni identiche a quelle che hanno nel cervello della persona che sta compiendo il gesto. Questo meccanismo di condivisione, è facile comprenderlo, è alla base dell’empatia: se a livello neuronale io provo quello che provi tu, significa che noi due (e i nostri destini, per estensione) sono intimamente legati. I neuroni specchio sono il fondamento dell'empatia e della solidarietà.

Rizzolatti ha parlato a “La mente in salute”, festival organizzato da dieci anni a Vicenza dal gruppo Zambon, presieduto da Elena Zambon, che rappresenta la terza generazione della famiglia di imprenditori. Nato come piccola azienda farmaceutica 112 anni fa a Vicenza, il gruppo oggi la ha sede principale a Bresso (Milano) 700 milioni di fatturato, 2.800 dipendenti, filiali in 13 Stati ed esporta in 84 Paesi.

Elena Zambon è presidente del gruppo famraceutico che porta il nome della famiglia: nata a Vicenza, l'azienda è oggi una multinazionale da 700 milioni. Organizza da dieci anni a Vicenza un festival su temi scientifici

SCIENZIATO DEL SECOLO. La scoperta di questo funzionamento del cervello è stata inserita, secondo un’indagine del Corriere della Sera, fra le dieci più prestigiose scoperte prodotte dal genio italiano dall’Unità a oggi. Il nome di Rizzolatti si trova, così, a fianco di Antonio Meucci, Guglielmo Marconi, Enrico Fermi, Renato Dulbecco, Rita Levi Montalcini, Edoardo Boncinelli. Del resto, la porta che ha spalancato consente di percorrere – già oggi – la strada di un mondo e di una medicina nuovi. L’esempio più efficace è proprio quello ortopedico nel quale sono stati ottenuti “splendidi risultati”: gli esperimenti di Rizzolatti hanno verificato, infatti, che un paziente traumatizzato diminuisce sensibilmente, fino a dimezzarli, i tempi della riabilitazione se osserva le immagini di persone guarite. Tutto merito dei neuroni specchio, che “sentono”, anzi “imitano” in senso letterale il comportamento altrui e accelerano il processo di guarigione. Incredibile? No, è vero al punto che ha convinto anche l’Inail. L’istituto ha firmato un contratto triennale con il professore per consentirgli di proseguire gli studi in ospedale su questa importante applicazione clinica. Il motivo è chiaro: “Guarire in quindici giorni anziché un mese – ha spiegato Rizzolatti – fa risparmiare alla sanità e allo Stato parecchi quattrini, che possono essere impiegati altrove”. Anche nel campo dell’autismo i neuroni specchio sono importanti, perché hanno consentito di abbassare di parecchio la diagnosi della malattia, attualmente possibile prima dei quattro anni.

Quella dei "neuroni specchio", secondo uno studio del "Corriere della Sera", è una delle dieci scoperte del Genio Italiano dall'Unità a oggi: il nome di Rizzolatti è assieme a quello di Marconi, Fermi e Levi Montalcini

I “MODELLI” DEL CERVELLO. È vero che noi sfruttiamo il 10% del potenziale che ha il cervello? No. È vero, invece, che noi partiamo con una dotazione di neuroni e che l’apprendimento porta a dilatare le conoscenze e a valorizzarle. Se ce ne curiamo. Se Mozart avesse avuto un padre meccanico e non musicista forse non avrebbe composto i capolavori per cui è famoso, perché il suo cervello non era allenato a riconoscere la musica. Viceversa, non è detto che Einstein – benché assai intelligente – avrebbe potuto comporre musiche immortali. E infatti suonava male il violino.

Insomma, in base alle proprie esperienze si “riconoscono” i comportamenti altrui e i nostri neuroni li condividono. Gli esempi più immediati giungono da bambini e ballerini. Il bimbo che gattona non comprende il papà che cammina, perché l’idea di camminare è estranea al suo mondo. Solo quando imparerà a camminare, riconoscerà quel comportamento come proprio. Quando il ballerino guarda un altro ballerino, ne capisce i movimenti e i suoi neuroni si attivano, condividono quella esperienza. E i neuroni si attivano molto di più se vedo un ballerino del mio stesso sesso. Viceversa, se non so ballare la reazione del mio cervello è quasi assente. Ancora. Se non so giocare a tennis, faccio fatica a capire perché Roger Federer è magico quando gioca: mi sembrerà solo che getti la palla dall’altra parte della rete. Se invece capisco il tennis, i miei neuroni specchio si illuminano e condividono quella esperienza.

Le donne "sentono" maggiormente il dolore: gli esperimenti provano che hanno una maggiore empatia. Ma gli uomini si arrabbiano di più al tavolo da poker

LE DONNE SENTONO PIU’ DOLORE DEGLI UOMINI. Oltre che le applicazioni motorie, gli scienziati studiano molto le emozioni, perché i neuroni specchio hanno un ruolo decisivo in questo campo. “Basta ricordare il comico francese Henry Salvador – ha citato Rizzolatti – che aveva capto tutto cinquant’anni fa. Si presentava al pubblico e semplicemente rideva. Dopo poco, tutto il teatro rideva”. Perché? Perché l’immagine di una persona che ride attiva i neuroni specchio di chi lo osserva. Vale a dire: se qualcuno ride, anche il nostro cervello ride. O, se piange, si commuove. O se prova dolore “sente” il dolore. Esiste, inoltre, anche un “cervello di genere”, perché ci sono sensibili differenze tra i due sessi: “È stato scientificamente provato - ha aggiunto Rizzolatti – che le donne provano più dolore rispetto agli uomini. Se una donna vede un ago che punge il partner prova maggiore sofferenza rispetto al caso contrario. È vero anche che gli uomini si arrabbiano molto di più al tavolo del poker, mentre le donne sono più propense a perdonare, a lasciar correre”.

“NON POSSO FAR CRESCERE L’EMPATIA”. Con le sue scoperte, il professore ha gettato le basi neurofisiologiche dell’empatia. Che non è una generica buona disponibilità verso il prossimo, ma ha un altro valore: empatia significa che le emozioni altrui si riflettono in noi stessi. In poche parole, si prova la stessa emozione: “Se vedo una persona che prova dolore non è che lo capisco razionalmente – spiega il professore – ma lo provo anch’io, perché si attivano gli stessi neuroni che agiscono in lui”. Questo meccanismo “a specchio”, dimostrato e acclarato, è peraltro modulabile dalla cultura: “Il poliziotto che usa il manganello contro chi protesta non si commuove dalle ferite altrui; il medico che vede il sangue scorrere mentre opera prosegue nel suo lavoro. Le loro sensazioni-base sono state anestetizzate”. E si possono diminuire sino a farle scomparire. Spiega il professore: “Sono perseguitato dalla domanda: si può aumentare l’empatia fra gli uomini? Certo, si risolverebbero molti problemi. Ma non so farlo. Se lo sapessi, brevetterei la scoperta. Di sicuro, però, se non si può aumentare l’empatia si può far diminuire e perfino cancellare. L’hanno fatto i nazisti con gli ebrei, quando la propaganda di Goebbels addossò loro la colpa della sconfitta della guerra e giustificò il loro sterminio nell’approvazione pressocché generale della popolazione”.

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