Ambiente: il futuro dentro e fuori di noi
4 Maggio Mag 2018 1821 04 maggio 2018

Corrado Clini: “Ecco la vera cronistoria del caso Ilva”

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Il 26 ottobre 2012 avevo rilasciato l'Autorizzazione Integrata Ambientale con la prescrizione di misure tecnologiche e gestionali da completare entro dicembre 2015 e con investimenti stimati tra 2,5 e 3 miliardi di euro.

Il 15 novembre 2012 il gruppo Riva si era impegnato a realizzare e finanziare tutti gli interventi prescritti e a questo fine era stato destinato un primo miliardo di euro derivante dalla vendita dei prodotti finiti stoccati nelle banchine dello stabilimento e già prenotati dai clienti.

Ma il 26 novembre 2012 il Gip di Taranto aveva sequestrato i prodotti finiti considerati «corpo del reato» con una decisione senza precedenti.

Il 3 dicembre 2012 il governo aveva dovuto provvedere con un decreto legge, convertito in legge dal Parlamento quasi all'unanimità (legge 231/2012) per superare il blocco dei prodotti finiti e consentire l'avvio del risanamento ambientale.

La legge venne contestata dal Gip di Taranto per incostituzionalità.

Il 9 aprile 2013 la Corte Costituzionale aveva respinto le obiezioni, ma il Gip continuò a disapplicare la legge fino al maggio 2013 in attesa della lettura del dispositivo della Corte. Considerato che il blocco dei prodotti finiti stava mettendo Ilva fuori mercato e, nello stesso tempo, impediva l'uso delle risorse necessarie per avviare il risanamento, l'azienda - come previsto dalle norme - aveva chiesto di rimodulare il cronoprogramma degli interventi lasciando invariato il termine al 31 dicembre 2015. Ma le autorità di controllo regionale e nazionale, e i custodi giudiziari, avevano iniziato a sanzionare Ilva per i ritardi nella realizzazione degli stessi interventi che l'azienda chiedeva di rimodulare, attivando l'intervento della magistratura in contrasto con la direttiva europea e la priorità nazionale del risanamento dell'Ilva sancita dalla legge 231/2012.

Fino a quando sono stato ministro mi sono opposto formalmente e ho richiamato le autorità di controllo al rispetto della legge.

Tuttavia, con il decreto legge 4 giugno 2013 n. 61, il nuovo Governo (Letta) appena insediato ha ceduto alla pressione di parte del Pd e della FIOM di Landini finalizzata alla estromissione della famiglia Riva dall’Ilva. Il governo Letta ha avviato il commissariamento dell’azienda senza motivazioni giuridiche fondate, come ho ricordato in audizione alla Commissione Industria del Senato il 16 luglio 2013.

Il decreto legge 4 luglio 2015, n. 92 e la legge 6 agosto 2015, n. 132, hanno stabilito tra l’altro la prosecuzione delle attività produttive dello stabilimento Ilva in regime commissariale. Il decreto legge 4 dicembre 2015, n. 191, convertito dalla legge 1 febbraio 2016 ha prorogato i termini del risanamento ambientale di tre anni. Eppure il risanamento ambientale era la «priorità delle priorità», ed io ero stato accusato di arrendevolezza perché avevo fissato il termine del 31 dicembre 2015 e avevo preteso «solo» 3 miliardi di investimenti dalla famiglia Riva.

Il decreto legge 30 dicembre 2016, n. 244 convertito con la legge 27/2017 ha prorogato ulteriormente la conclusione degli interventi di risanamento ambientale al 23 agosto 2023.

Il 5 giugno 2017 il ministro Calenda ha firmato il decreto che assegna Ilva a Am Investco Italy (85% Arcelor Mittal, 15% Marcegaglia), preferita ad AcciaItalia (JSW, Cdp, Delfin, Arvedi). Il rilancio offerto da AcciaItalia viene giudicato inammissibile dal MISE.

Il 29 settembre 2017 è stato approvato con DPCM il piano ambientale per il risanamento dell’Ilva presentato da Am Investco Italy e conferma il termine degli interventi al 23 agosto 2023.

Il 29 novembre 2017 la Regione Puglia e il Comune di Taranto hanno impugnato presso il Tar di Lecce il DPCM, contestando i contenuti e i tempi di realizzazione del piano ambientale.

Il 21 dicembre 2017 la Commissione Europea ha concluso l’indagine sugli aiuti di stato concessi a Ilva, stabilendo che devono essere recuperati 84 milioni di euro.

Restano invece aperte le procedure relative al rispetto:

-delle norme antitrust. La Commissione ha osservato che l’assegnazione a Am Investco non ha risolto il ruolo dominante di Arcelor Mittal oltre il limite stabilito dalle regole europee. Arcelor non ha ancora fornito le informazioni circa le dismissioni di impianti di sua proprietà nella UE necessarie per consentire la produzione di Ilva nelle quantità previste dalla gara (8 milioni ton/anno). Il termine per la conclusione dell’istruttoria, previsto per il 4 aprile 2018, è stato rinviato al 28 maggio;

- delle norme ambientali e del principio “chi inquina paga”.

Il 7 febbraio 2018 la Corte Costituzionale ha dichiarato l’illegittimità costituzionale dell’art. 3 del decreto-legge 4 luglio 2015, n. 92, e dell’art. 21-octies della legge 6 agosto 2015, n. 132, osservando che la continuità delle attività produttive nello stabilimento Ilva non è bilanciata da misure adeguate per la protezione della salute e dell’ambiente. La Corte afferma esplicitamente che la norma giudicata illegittima è sostanzialmente diversa dal decreto legge 207/2012, giudicato legittimo perché prevedeva procedure e tempi per la realizzazione degli interventi per la protezione della salute e dell’ambiente.

I risultati pratici della sequenza degli eventi sono la riduzione di quasi il 40% della capacità produttiva (a tutto vantaggio dei competitori internazionali), 1 miliardo di euro di perdita all'anno, 4 mila esuberi previsti, oltre al ritardo degli interventi per il risanamento ambientale rispetto ai termini fissati nel 2012.

Ad oggi emergono almeno tre principali questioni aperte:

-la decisione della Corte Costituzionale potrebbe mettere in discussione la legittimità degli atti successivi alla legge 6 agosto 2015, perché risulterebbe non autorizzata la prosecuzione delle attività produttive;

-il ricorso al Tar di Regione e Comune è rafforzato dalla decisione della Corte Costituzionale;

-la decisione della Commissione Europea su antitrust potrebbe mettere in discussione i termini della cessione, qualora la quota di produzione di Arcelor fosse ancora superiore al tetto previsto dalle norme europee.

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