Ambiente: il futuro dentro e fuori di noi
31 Maggio Mag 2018 1036 31 maggio 2018

Corrado Clini: "L’Italia non si accodi agli interessi dominanti di Germania e Francia. Una lezione storica"

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Nel 2000 a L’Aja e nel 2009 a Copenaghen, quando ero direttore generale del Ministero dell’Ambiente, avevano fatto molto discutere le mie diversità di valutazione rispetto ai ministri di allora (Willer Bordon e Stefania Prestigiacomo) sul ruolo dell’Europa nel negoziato sui cambiamenti climatici. Con interventi pubblici, avevo infatti criticato le posizioni demagogiche e isolazioniste dell’Unione Europea sostenute invece dai due ministri.

Come è noto, le Conferenze sul Clima dell’Aja e di Copenaghen si erano concluse con un fallimento e con un imbarazzante ridimensionamento del ruolo della Ue nei confronti di Brasile, Cina, India e Usa.

Nel 2007 avevo apertamente sostenuto che il regolamento europeo adottato per limitare le emissioni dalle auto nascondeva un trucco per favorire le auto diesel, in particolare quelle tedesche. Anche allora il ministro (Alfonso Pecoraro Scanio) si era espresso in modo diverso, a supporto del regolamento.

Come è noto, dopo 8 anni è esploso il “dieselgate”, perché l’Agenzia per la Protezione dell’Ambiente USA aveva scoperto che le auto diesel immatricolate con il regolamento europeo avevano emissioni decine di volte più elevate di quelle dichiarate. A proposito, Pecoraro Scanio e illustri ambientalisti “filo europei” avevano suggerito un “filo doppio” tra me e gli USA. Il risultato pratico è stata la pessima figura dell’Europa, associata a danni economici rilevanti per le imprese automobilistiche europee.

Nel novembre 2012, in qualità di ministro dell’Ambiente avevo sollecitato pubblicamente, con una lettera formale alla Commissione Europea, il finanziamento del Piano nazionale (40 miliardi di euro in 15 anni) per la prevenzione del dissesto idrogeologico al di fuori del patto di stabilità. Avevo sostenuto che il Piano era una componente importante della strategia della crescita e della competitività dell’Europa coerente con il quadro di riferimento prioritario delle politiche europee e, di conseguenza, doveva essere escluso dalle politiche dell’austerità.

In questo caso, nonostante una prima reazione positiva della Commissione Europea che attendeva l’approvazione del Piano per prendere una decisione, il governo filoeuropeo di cui facevo parte approvò solo un documento preliminare insufficiente per aprire la procedura “extra patto di stabilità”.

La lezione di questi tre esempi è molto semplice: se l’Italia, la terza economia dell’Unione, rinuncia a svolgere un ruolo critico e si accoda agli interessi dominanti di Germania e Francia, è tutta l’Europa a perdere. E se l’Italia rinuncia a fare in casa il lavoro per rivendicare e ottenere la flessibilità necessaria alla crescita, gli eurocrati hanno buon gioco a spiegare che l’Italia non è all’altezza.

Corrado Clini

Già ministro dell’Ambiente

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