Ambiente: il futuro dentro e fuori di noi
3 Settembre Set 2018 1052 03 settembre 2018

Il delitto perfetto su Ilva

  • ...

Sul risanamento ambientale dell’Ilva si sono persi sei anni e oggi bisogna chiedersi se sia ancora valido l'obiettivo che ci si era posti nel 2012 e che era stato approvato dal Parlamento, cioè garantire la continuità produttiva del polo siderurgico insieme con il risanamento ambientale. Perché Ilva, sei anni dopo, ha perso mercato e competitività a livello internazionale, e ci sono i costi enormi delle perdite che incidono sul Pil italiano in maniera importante. I mercati non sono fermi, non aspettano che venga risolta la questione Ilva per decidere le forniture, vanno a cercare altro, e il tutto è complicato dalla competizione internazionale: c’è il ruolo della Cina, dell'India, la politica di Trump. Una serie di fattori che richiedono una valutazione da fare nell'arco non dico di ore ma al massimo di settimane. E la decisione da prendere è: mantenere la continuità produttiva con la tutela dell'ambiente?

Se il governo italiano ritiene di confermare questo obiettivo, allora bisogna fare molto in fretta, altrimenti vanno messe in campo subito le soluzioni alternative, come il risanamento del sito a impianti chiusi. Soluzioni che non riguardano solo l'occupazione e il risanamento ambientale ma anche le modalità con cui l'industria italiana perde un pezzo importante della sua struttura. Ma finito il governo Monti, con motivazioni che io ho considerato non fondate e di cui ho parlato nell'audizione al Senato del 16 luglio 2013, il governo Letta a inizio giugno 2013 decide di commissariare Ilva con il primo effetto di deresponsabilizzare la proprietà e di prorogare al 2017 il risanamento ambientale. Con Arcelor Mittal ora siamo arrivati al 2023.

Insomma, dalla fine del governo Monti in poi, l'urgenza iniziale, che era quella del risanamento ambientale, non è stata più urgente né prioritaria. Una criticità che non è legata ad Arcelor Mittal ma al modo in cui, nonostante la legge approvata nel 2012, è stata gestita la vicenda. Ciò che invece riguarda Arcelor Mittal è che in base alle regole europee nessun gruppo industriale può avere più del 40% della capacità produttiva nel suo settore e Arcelor Mittal, all'assegnazione della gara, aveva già raggiunto questo livello. L'assegnazione è stata fatta a prescindere dalle regole europee tant’è che la Commissione Ue ha aperto una procedura chiedendo al governo italiano di garantire che, una volta acquisita l'Ilva, Arcelor Mittal cedesse parte delle sue attività. Questione che ha tenuto aperta la vicenda per almeno un anno. Se il governo italiano avesse accertato preventivamente se sussistevano le condizioni per assegnare l'Ilva ad Arcelor Mittal, la vicenda si sarebbe chiusa un anno fa.

Sei anni dopo il decreto Ilva, poi, alcune tecnologie di produzione sono state aggiornate e quelle su cui si basava il piano di risanamento ambientale, all'epoca le migliori disponibili, ora potrebbero essere in parte superate. E poi, c'è da considerare la possibilità di utilizzare il gas naturale come fonte energetica per alimentare gli impianti riducendo l'impatto ambientale anche grazie al fatto che dovrebbero arrivare in Puglia 10 miliardi di mc all'anno di gas naturale con la Tap. Nel 2012 questa ipotesi non c'era.

Insomma, sei anni dopo una questione che era stata risolta è rimasta aperta e oggi siamo in una situazione peggiore di quella che abbiamo trovato quando abbiamo affrontato la questione, trovando la soluzione. Sull'Ilva si è passati dal paradosso del Comma 22, un circolo vizioso in cui con una mano si porta avanti un'iniziativa importante di risanamento ambientale mentre con l'altra di fatto si blocca con il commissariamento, al delitto perfetto citato da Di Maio.

Correlati