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21 Giugno Giu 2018 0025 21 giugno 2018

Leggende e favole del sertão brasiliano - 4

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Ecco la leggenda forse piú rappresentativa del Piauí, e della sua regione sertaneja. Come avviene per altre favole del Brasile, anche in questo caso la trama vanta varie versioni, e solo un attento lavorio degli antropologi é riuscito a ricavare quella originale, e meno corrotta dal tempo. Si tratta della storia del “Cabeça de cuia”, che in italiano puó tradursi come “testa di zucca”; invero la cuia é un tipo particolare – e molto grande – di una cucurbitacea, che in Italia si denomina “zucca a fiasco”.

La narrazione é nota nel Paese intero: non solo puó vantare una pagina su Wikipedia, ma nel 2003 la capitale Teresina ha addirittura istituito la Giornata della Cabeça de cuia, che si celebra l’ultimo venerdí di aprile.

Né ovviamente poteva mancare il Monumento Cabeça de cuia, che si é trasformato in uno dei luoghi turistici piú visitati della metropoli piauiense. La morale della fiaba richiama il dovere dei figli di rispettare i genitori; e alla base vi sono i diffusi e popolari racconti di maledizioni, che colpirebbero i figli irrispettosi verso gli ascendenti, e in primis la madre.

Cabeça de cuia

Il racconto narra di un ragazzo, Crispim. Originario di una famiglia povera, viveva presso un villaggio a nord di Teresina. Oggi l’area corrisponde al quartiere di Teresina, detto Poti velho. Orfano di padre – un pescatore morto prematuramente – era cresciuto con la madra ammalata, invecchiata, e rimasta senza fonti di reddito. Cosí Crispim fu costretto a lavorare sin da ragazzino, anche lui pescando sull’impetuoso fiume Poti. Un giorno il giovane si recó al lavoro, ma la sfortuna si abbatté contro di lui: non riuscí a pescare assolutamente niente. Tornato a casa, vide che la madre, per pranzo, gli aveva preparato solo un piatto scarso, con uno stinco di bue quasi privo di carne.

Poiché Crispim era abbattuto per la fame e per la rabbia – a causa della pesca fallita – la miseria di quel piatto lo fece infuriare. Gli venne cosí voglia di vendicarsi della madre, che giudicó responsabile di quella miseria. Cosí in modo violento e improvviso colpí con l’osso la testa della mamma, lasciandola sul punto di morire. E il sangue scorreva a fiumi, impregnando il piatto di quel gramo pranzo. Tuttavia l’anziana donna, prima di spirare, lanció una maledizione contro il figlio: invocó che si trasformasse in un mostro delle acque, con la testa enorme come una zucca.

Invocó poi – e fu esaudita – che l’assassino avrebbe dovuto vagare giorno e notte: sei mesi sul fiume Parnaíba, e sei sul Poti. Gridó infine che avrebbe potuto liberarsi dal maleficio, solo divorando sette vergini di nome Maria. Sconvolto dal senso di colpa, Crispim si mette a correre disperato, e mentre corre la sua testa comincia a gonfiarsi. Intanto i capelli si trasformano in fango. Vistosi senza speranza, si lancia nelle acque del Parnaíba e scompare nella corrente. Il suo corpo peró non fu mai ritrovato, e ancora oggi i genitori proibiscono alle figlie vergini di nome Maria di avvicinarsi al fiume, nel periodi di piena.

Che si tratti di fare il bagno, o lavare i panni. Non risulta che il mostro sia sinora passato all’azione, con le giovani Maria, ma secondo alcuni abitanti del fiume ucciderebbe i bagnanti e cercherebbe di rovesciare le imbarcazioni. E c’é poi chi assicura che sia alla ricerca continua delle donne che si approssimano alla riva: crede che le madre si diriga al Parnaíba, per perdonarlo. Immancabilmente peró, dopo che si accorge dell’errore, si arrabbia e uccide le malcapitate.

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