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24 Luglio Lug 2018 2104 24 luglio 2018

Leggende e favole del sertão brasiliano – 6

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A seguire non tratteremo di una leggenda del sertão del Brasile in senso stretto, ma di un evento storico avvolto nella leggenda, che ha avuto come scenario il Nordeste del Paese – regione sertaneja compresa – nel XVII secolo. Giá nei primi decenni del Seicento, gli schiavi di origine africana che riuscivano a fuggire dalle fazendain primis quelle che producevano zucchero di canna, gli engenho – iniziarono a riunirsi in aree sicure, ove potevano vivere in libertá, lontano dai loro padroni.

Questi luoghi furono chiamati quilombo, mentre i loro abitanti erano i quilombola. E degli uni come degli altri, ancora oggi restano delle tracce.

Quilombo dos Palmares

A quel tempo – stiamo parlando del Brasile colonia del Portogallo – nacquero diversi quilombo, ma il piú importante – sia storicamente che per i miti che produsse – fu il cosiddetto Quilombo dos Palmares. Localizzato nelle alture dell’allora chiamata Serra da Barriga – che oggi é ricompresa nello Stato di Alagoas – seppe resistere oltre sessanta anni, giungendo ad ospitare ben ventimila persone. In realtá, non si dovrebbe parlare di un solo quilombo: era un’area comprensiva di vari villaggi con queste caratteristiche (quilombo o mocambo), organizzata in forma di regno. Il villaggio che rappresentava il centro politico dell’entitá, era quello di Macaco, che ospitava circa 1.500 abitazioni.

Il centro delle operazioni militari era invece Subupira, composto da ottocento case. Detto fenomeno crebbe soprattutto in coincidenza con l’invasione olandese del Brasile, tra il 1630 e il 1654. I signori delle fazenda fuggivano dagli assalitori nordeuropei, e gli schiavi potevano – senza difficoltá – raggiungere i quilombo. E mentre portoghesi e coloni brasiliani cercavano di respingere l’esercito dei Paesi bassi, africani e afrodiscendenti si dedicavano a rafforzare i loro fortini. E se in un primo tempo sopravvivevano depredando villaggi e fattorie circostanti, a poco a poco si organizzarono: sia coltivando i campi, sia attraverso caccia, pesca e raccolta dei frutti, sia con l’artigianato.

E ció non solo a fini di autosussistenza: presso le popolazioni vicine, barattavano l’eccedente dei loro prodotti con i beni di cui necessitavano. La situazione subí una svolta con la cacciata degli invasori: i bianchi poterono, a quel punto, dedicarsi a reprimere la rivolta nera a tempo pieno. Determinati sia dalla carenza di manodopera, sia dal timore che il quilombo fosse di esempio (anche per la sua prosperitá), infiacchendo il loro potere sulla regione. All’inizio, si trattó peró di un’impresa ardua: non soltanto gli ex schiavi avevano rafforzato i possedimenti, ma combattevano con l’ardore tipico della lotta per la libertá.

Le forze coloniali riuscirono a riprendere in mano la situazione solo con l’arruolamento di un noto bandeirante: Domingos Jorge Velho. Il mercenario paulista era specialista nell’organizzare spedizioni paramiliatari, che finivano col massacrare i gruppi indigeni ribelli. All’inizio non fu facile nemmeno per questi, per via della feroce resistenza negra: il governatore locale ebbe a dire che erano un avversario piú ostico degli olandesi. Tuttavia, dopo un triennio, il bandeirante ebbe la meglio, potendo contare su un fattore decisivo della strategia militare: il quilombo era accerchiato, mentre i bandeirante potevano ottenere rinforzi e munizioni.

Il fortino venne espugnato e i quilombola si arresero: quelli che non si suicidarono né riuscirono a fuggire.

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